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"Lettere dal Sahara" di Vittorio De Seta: la recensione

Creato il 30 ottobre 2013 da Luca Ottocento

Frutto di una gestazione produttiva assai travagliata, data la natura del tutto libera dalle leggi di mercato del progetto, Lettere dal Sahara fu presentato fuori concorso al Festival di Venezia del 2006 nonostante la lavorazione avesse avuto inizio nel 2001. L'ultima opera di Vittorio De Seta, indiscusso maestro del documentario italiano scomparso a ottantotto anni il 28 novembre del 2011, lasciò in parte perplessa la critica che attendeva con impazienza, da oltre tre decadi, il ritorno nelle sale del cineasta noto in particolare per Banditi a Orgosolo (1961) e Diario di un maestro (1972), oltre che per i dieci documentari brevi degli anni ’50 dedicati alla dura vita di pescatori, minatori econtadini del Sud Italia.

Sbarcato a Lampedusa e sfuggito al controllo della polizia per sottrarsi al ritorno forzato nel paese di origine, il senegalese Assane (Djibril Kebe) viaggia lungo l’Italia nella speranza di trovare un buon lavoro che gli permetta di sistemarsi e mantenere la famiglia rimasta in Africa. Dopo essersi fermato a Villa Literno e Firenze, dove abitano due suoi cugini dai quali per differenti motivi decide di allontanarsi, si trasferisce a Torino. Qui trova un lavoro in fabbrica e incontra una insegnante di italiano per immigrati (Paola Ajmone Rondo) che lo aiuta ad ottenere il permesso di soggiorno. Quando tutto sembra volgere al meglio, però, lui e un amico vengono ferocemente aggrediti da un gruppo di razzisti. Assane decide allora di tornare in Senegal per confrontarsi con lo stimato professore dei tempi dell’università, il quale, andato nel frattempo in pensione, gestisce una serie di attività cooperative per aiutare il proprio popolo.

È encomiabile il modo in cui De Seta assume e segue, lungo l’intero arco narrativo, il punto di vista di un immigrato mentre tenta in tutti i modi di guadagnarsi da vivere onestamente nel nostro paese, affrontando per paghe esigue lavori assai faticosi che lo impegnano per gran parte della giornata. In tal modo, il cineasta palermitano rende partecipe appieno lo spettatore dei sacrifici e delle pene di migliaia di uomini che raggiungono l’Italia con il sogno (il più delle volte destinato a rimanere tale) di una vita serena e piena di soddisfazioni. Il digitale non molto raffinato, cui si è ricorsi per motivi economici, traspone anche sul piano estetico tale inedito intimo approccio alla vita degli immigrati e, grazie alle considerevoli facilitazioni operative che comporta, si sposa perfettamente con quella peculiare concezione desetiana del cinema intimamente connessa al work in progress e all’apertura nei confronti del mondo fenomenico. Per quanto sia indiscutibile la sincerità alla base di Lettere dal Sahara, è però innegabile che le dinamiche dei rapporti tra italiani e immigrati siano sviluppate con una certa superficialità e che, in taluni momenti, emerga una evidente componente didascalica. Come nota Paolo Mereghetti nel suo Dizionario dei film, il tono dell’opera diviene “deamicisiano appena entrano in scena i bianchi”, raffigurati in maniera piuttosto manichea: “benintenzionati e modelli di tolleranza, oppure neo-nazisti”. Assai funzionale al racconto la regia asciutta ed essenziale. Articolo precedentemente pubblicato nel numero 8 dei «Quaderni del CSCI» - Rivista annuale di cinema italiano (2012)

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