Libeccio (III)

Da Bartel
Una foto in bianco e nero, due uomini intorno ai quaranta abbracciati, mani grandi, sorrisi che spaccano pelle abbronzata dal mare. Tra di loro un ragazzino magro, bruno e una bambina bionda con una bambola nuda tra le mani. Sullo sfondo una vela triangolare. Giorgio Pittaluga si rivede bambino tra suo padre e lo zio Gianni, accanto a Ciccia, la figlia di zio Gianni. Lo zio Gianni era un amico di papà, Giovanni Di Stefano, e Ciccia è Silvana, la sua cara, dolce, antipatica, stronza Ciccia Silvana, la sua amica d’infanzia. Dietro la vela latina appartiene al Nuovo Santo Stefano, un vecchio leudo che i due uomini avevano comprato negli anni 50’ e rimesso a posto. Pensavano di usarlo per portare i turisti da Genova a Mentone o a Montecarlo e viceversa. L’avventura però non funzionò benissimo. La foto doveva essere stata scattata di domenica mattina, forse da sua madre, mentre si preparavano ad uscire in mare con il leudo per portarci una comitiva di americani. Lui avrebbe accompagnato suo padre e suo zio per aiutarli con i signori che parlavano solo inglese e ad imparare ad andare a vela con quella barca tonda e protettiva, prudente e materna, mentre Silvana sarebbe rimasta a terra con le mamme. Ciccia come sempre si sarebbe arrabbiata e gli avrebbe messo il muso.
Lo stesso muso che mostra nella seconda foto, a colori. Una foto segnaletica di una ragazza bionda di una ventina d’anni, capelli tagliati alla maschietta, una studentessa con un paio di occhiali dalla montatura metallica, leggeri. L’aria stanca di chi ha dormito con gli abiti addosso ed è stato prelevato a forza da qualche posto. Lo sguardo è quello di una bambina arrabbiata che medita di fartela pagare. Ricorda il giorno in cui è stata scattata quella fotografia. La madre di Silvana che arriva a casa loro piangendo e dicendo che la sera prima i carabinieri avevano arrestato sua figlia, ma lei lo aveva saputo solo allora ed era venuta a chiedere aiuto a mia madre per andarsela a riprendere in caserma, per capire cosa avesse fatto di male. Ricorda il suo cuore che rallentò e si fermò, freddo per lunghi attimi. In quel giorno nacque la prima crepa sullo specchio levigato della sua vita.
“Come vede, noi qualcosina del suo passato diciamo…proletario, la conosciamo avvocato…”
Dietro le pupille dell’avvocato che ascolta, solo una preghiera, la prima dopo molti, molti anni.“Dio fa che non sappia niente del resto, fa che non sappia tutto…no! non può saperlo, non lo sa nessuno…”
Il magistrato continua a colpire con un bastone fatto di passato l’uomo smilzo con la testa china sulla scrivania. Sa che ora il gioco è in mano sua, come aveva previsto, sa che vincerà la partita e vedere sulla testa dell’avvocato l’arrivo della calvizie lo rende quasi felice.
“Naturalmente avvocato, non sappiamo proprio tutto …ad esempio, non sappiamo che fine ha fatto quella barca della foto…”
Queste ultime parole risvegliano un lupo maligno nascosto nel petto dell’avvocato, un lupo abituato ad attaccare e vivere dietro spessi libri contabili, codici, regolamenti e ad uscire vittorioso da ogni scontro con brandelli di carne degli avversari tra i denti.“E’ presto detto …” L’avvocato si risolleva e chiude il fasciolo rimandandolo al destinatario. “Il vecchio leudo che si intravvede nella foto, si chiamava il Nuovo Santo Stefano, è stato venduto nel 2002 ad un museo francese. Il ricavato mi ha aiutato ad acquistare la mia attuale barca che come lei sicuramente sa è un Grand Soleil da 45 piedi, ormeggiato a Fezzano, circa 14 metri, una bella barchetta discreta con cui io e mia moglie spesso portiamo in giro a veleggiare i nostri amici più intimi…che lei sicuramente conosce…inutile fare nomi, credo…”
Il magistrato con i gomiti puntati sulla scrivania incrocia le mani all’altezza del viso.“Avvocato, avvocato…conosco tutti i suoi amici e so che nessuno di loro metterebbe più piede sulla sua barchetta se si sapesse delle sue frequentazioni…”“Ma quali frequentazioni?! La Di Stefano era solo una bambina figlia del socio di mio padre…una persona che non vedo da più di vent’anni…che dico , almeno venticinque…con cui non ho avuto e non ho frequentazioni di nessun tipo …”Uno schizzo di saliva cade sul piano della scrivania e Giorgio non può fare a meno di pensare di aver sputato addosso a Silvana in quel momento. La saliva lui e Ciccia se l’erano scambiata spesso, prima sputandosi addosso durante i loro litigi da bambini, poi baciandosi durante il loro primo amore segreto. Era difficile che non fosse cosi. Cresciuti come fratello e sorella, si erano ritrovati a sedici anni ad essere gelosi l’uno dell’altra senza motivo apparente. Poi la natura e il buio della cantina del palazzo popolare in cui abitava Giorgio avevano chiarito tutto alle loro mani frettolose, instillando nel loro cuore la paura. Paura che altri sapessero, paura che i loro genitori scoprissero il loro amore, paura di tutto. Poi lui al liceo aveva conosciuto la sua attuale moglie, quella che sua madre chiamava con disprezzo “la gatta” e tutto era cambiato. Nel suo mondo erano entrate le camicie bianche e le cravatte, il profumo di lavanda della sua pelle e le sue mani lisce, e la voglia di lasciarsi alle spalle il leudo e le domeniche in mare, i tagli alle mani e le canzoni che suo padre fischiettava lavorando, tutto, tutto tranne Silvana.Silvana sapeva tutto, vedeva tutto e un giorno lo abbracciò al buio: “Non mi importa, non mi importa di niente, non mi importa se ci vai a letto, ma resta con me, resta con me…”E lui restò.

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