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Lo Hobbit – un viaggio inaspettato. Il film

Creato il 06 febbraio 2013 da Nasreen @SognandoLeggend

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato. Il filmTitolo: The Hobbit: An unexpected journey
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura:
Guillermo Del Toro, P.Jackson, Fran Walsh, Philippa Boyens
Genere:
  Fantasy
Durata: 171 minuti
Interpreti:
Martin Freeman: Bilbo Baggins
Ian McKellen: Gandalf
Richard Armitage: Thorin Oakenshield
Andy Serkis: Gollum
Ken Stott: Balin
Manu Bennett: Azog
Elijah Wood: Frodo Baggins

Nelle sale italiane dal: 13 Dicembre 2012
Voto:

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato. Il film

Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=C3_RqRPF-OY

 

Trama: Il giovane Bilbo Baggins viene convinto, anche se controvoglia, ad unirsi ai 13 nani in viaggio per la riconquista del loro antico regno sotto la montagna. In relazione al libro, questa pellicola, primo episodio di una trilogia, va dall’inizio della storia alla comparsa dell’Anello, con alcuni inserti tratti da altri scritti di Tolkien.

Recensione
di Jack DiSpade

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato. Il film
Questa recensione arriva dopo più di un mese dall’uscita del film nelle sale italiane e su questo film attesissimo si è già detto di tutto e di più. Oltre ad aver visionato il film più volte, ho letto molte critiche e recensioni, quindi posso dire riassumendo che il film non ha deluso e non ha stupito nessuno. Si tratta di un’ottima pellicola che però ha il gravoso onere di doversi confrontare con la precedente trilogia di Jackson, così come LOTR ebbe all’epoca il delicato compito di confrontarsi  con l’illustre soggetto letterario, opera capostipite di un intero genere  e considerato quasi sacro dai lettori. Ogni commento al film che ho letto tratta in larga misura del rapporto tra la nuova e la vecchia trilogia, cosa che d’altronde è inevitabile, sia per l’importanza rivestita da LOTR, sia per come si pone “Lo Hobbit” nei suoi riguardi.

Occorre dunque fare un piccolo balzo indietro nel tempo, per meglio comprendere la portata del fenomeno “Peter Jackson’s Tolkien”, punto di arrivo di un travagliato approdo del genere fantasy sul grande schermo.
All’alba del nuovo millennio, infatti, la mancanza di un grande film fantasy era una vera e propria voragine nel repertorio cinematografico. Certo, non erano mancati negli anni ’80 tentativi di sfruttare il momentaneo successo del genere,  anche con buoni esiti, come “La storia infinita”, “Legend” o “Willow”, ma nonostante il colossale sforzo scenografico e costumistico di queste pellicole il risultato finale non era mai del tutto convincente e gli effetti utilizzati facevano troppo spesso appello all’indulgenza dello spettatore. Le difficoltà erano tecniche: i mezzi dell’epoca riuscivano a rendere benissimo laser e astronavi, ma portare un drago in scena era tutto un altro paio di maniche, così il genere fantasy era costretto a limitarsi a mostri umanoidi o provare ad osare, con risultati spesso grotteschi (come il drago della Storia Infinita). Negli anni ’90, però, dopo “Jurassic Park”, è chiaro a tutti che la caccia al drago sta per avere fine: si tratta solo di mettere le ali al dinosauro. Poco dopo esce così “Dragonheart”, dove viene mostrata (forse anche troppo) una rappresentazione con pretese di realismo del drago; purtroppo il film viene accolto con scarso successo, per la debolezza del soggetto e la scelta probabilmente prematura di un drago parlante ed estensivamente presente nella scena. In quegli anni, superate le difficoltà tecniche, è la letteratura fantasy che non riesce a foraggiare il cinema. Il genere pare avere esaurito la sua fortuna: fossilizzato nei suoi stessi archetipi, non gode più del consenso del pubblico e ripiega sulla narrativa per ragazzi. Se non è dunque possibile produrre un film sulla scia editoriale di un romanzo coevo, il soggetto dovrà attingere necessariamente da un libro famoso del passato, dal sicuro richiamo di pubblico. “Il signore degli Anelli”, uno dei libri più venduti di tutti i tempi, è al tempo stesso la scelta più ovvia e più azzardata.

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato. Il film

Già dalle locandine è evidente come “Lo Hobbit” si pone in continuità con “Il Signore degli Anelli”

Mettere le mani su un testo di culto come LOTR e trasporlo su pellicola (operazione che necessariamente comporta delle divergenze rispetto al libro) può fare scontenti molti fedeli seguaci di Tolkien (ed infatti le recriminazioni ci sono state e ci sono, nonostante l’immane lavoro svolto; fra tutte l’assenza di Tom Bombadil). Inoltre l’opera è troppo lunga per essere rappresentata interamente in un unico film, e sebbene strutturata in nuclei narrativi a più livelli nessuno di essi risulta molto forte come stand alone. LOTR deve essere suddiviso in almeno un film per ogni volume, è necessario rispettare la trama del libro e soprattutto cominciare ad incassare sin dal primo episodio. Peter Jackson, che vuole firmare il film a tutti i costi, si trova ad affrontare questi e molti altri problemi durante la realizzazione del suo capolavoro, riuscendo a risolverli tutti per regalarci una visione lucida ed elegante dell’universo tolkieniano che rimarrà negli annali del cinema. Il resto della storia è ben noto a tutti: pioggia di soldi e oscar, nonché revival del fantasy a tutti i livelli.
Soprattutto per l’industria cinematografica LOTR ha rappresentato l’apripista per i vari Harry Potter, Cronache di Narnia, Eragon ecc… che sono stati allo stesso tempo trainati e oscurati dal successo della trilogia di Jackson. LOTR è una saga che ha letteralmente segnato una generazione, trascendendo le sale cinematografiche per diventare fenomeno di costume, con riflessi significativi su tutti gli ambiti socioculturali; potrebbe essere paragonato per importanza alla saga di Guerre Stellari. Propio quando questa stagione fantasy pareva finita, undici anni dopo “La compagnia dell’anello” e nove anni dopo “Il ritorno del Re”, ecco che Jackson ritorna con “Lo Hobbit”, proponendolo in ben tre film.

“Lo Hobbit” è un libricino per ragazzi che può essere visto come un antefatto di LOTR; si vociferava di un fantomatico progetto di Jackson per farne un film già quando la prima trilogia era nelle sale: girare altre pellicole tolkieniane sembrava abbastanza ovvio e naturale, dato il successo riscosso. Tutti però avrebbero scommesso in un unico film a breve distanza, una sorta di “LOTR 4″(o meglio “LOTR 0″), invece viene prodotta una nuova trilogia dopo circa una decade, creando un hype gargantuesco e immense aspettative.
Jackson aveva saggiamente deciso di defilarsi e lasciare la regia a Del Toro, consapevole di aver già ampiamente mostrato la sua versione della Terra di Mezzo, ma le vicissitudini di pre-produzione (principalmente il passaggio alla tecnologia 3D, ormai “d’obbligo” per un film del genere) hanno portato il messicano a gettare la spugna e Jackson ha dovuto sedersi nuovamente in cabina di regia. Oltre al cambio di regia il progetto era inizialmente pensato in due film e solo successivamente è stato deciso di portare il numero a tre; ne deriva una mancata unitarietà filmica che ben si nota nella sceneggiatura e nelle numerose interpolazioni del ri-montaggio.

Questa volta il neozelandese si trova a doversi confrontare, oltre che con Tolkien, anche con se stesso: deve soddisfare le aspettative del pubblico che ha fatto sognare dieci anni prima, deve cercare di rimanere fedele al libro per non deludere i puristi, e deve anche accontentare una produzione che vuole lo stesso metraggio di LOTR con un testo di base che però, è lungo circa un terzo del primo. Jackson sceglie la via dell’”usato sicuro”, dando a “Lo Hobbit” il medesimo taglio di LOTR: stessa grafica dei titoli, stesse location, stessa fotografia, colonna sonora largamente riciclata e sempre molto simile, stesso impianto narrativo, e anche stesso gusto per volti e costumi. Le differenze principali sono nel montaggio (meno manierato) e nell’utilizzo di una innovativa tecnologia di ripresa, l’ Hig Frame Rate 3D (48 fps): questa scelta appiana in parte la delusione per gli effetti speciali, che sono anch’essi gli stessi di LOTR, e pur rivaleggiando ancora oggi con le tecniche usate dalle produzioni di alto livello, in dieci anni qualche passo avanti è stato fatto e ci aspettavamo tutti qualcosa di più; in più sulla nuova tecnica pesa il carattere sperimentale (“Lo Hobbit” è il primo film ad usarla) e se da un lato rende più chiare le scene concitate, dall’altro è stata lamentata una padronanza ancora non totale del mezzo (eccessiva nitidezza e luminosità dell’immagine).
Riascoltare il tema di Hobbiville è una piacevole emozione, ma assistere a alle lunghe sequenze della prima parte col sottofondo dell’arcinota melodia è nauseante.

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato. Il film

Viene dedicato molto spazio a Radagast, personaggio solamente citato nei testi di Tolkien.

Anche i contenuti, del resto, sono realizzati all’insegna dell’autoreferenzialità jacksoniana, rimandando continuamente alla prima trilogia rispetto a cui la nuova pare mortificarsi nel ruolo di prequel. Ritroviamo personaggi familiari che ci prendono per mano e ci conducono verso una nuova avventura nello stesso mondo, quasi si volesse sfruttare il legame instauratosi tra il pubblico e i suoi beniamini fantasy come lettera di raccomandazione per la nuova opera; ma accanto a personaggi comuni a entrambe le storie (come Gandalf e Gollum, ormai divenuti una seconda pelle per i rispettivi interpreti), troviamo anche personaggi di LOTR estranei alle vicende narrate e personaggi del tutto nuovi.
Il racconto è incorniciato nella stesura del “Libro Rosso” da parte di un anziano Bilbo e già nelle sequenze introduttive colpisce la comparsa di Elijah Wood nei panni di Frodo, ma se questo può essere considerato un piccolo omaggio, altri echi di LOTR non sono altrettanto discreti. In particolare c’è un intermezzo molto controverso a Gran Burrone, dove si assiste a una vera propria kermesse dei vecchi personaggi (Elrond, Galadriel, Saruman) riuniti nel primo “Bianco Consiglio” che, nonostante avesse avuto effettivamente luogo, è del tutto alieno all’economia narrativa di “Lo Hobbit” e infatti non compare nel libro (è tratto da “Il Signore degli Anelli”). Da questa ed altre scene emerge come “Lo Hobbit” non sia stato concepito come semplice trasposizione dell’omonimo libro, ma come opera ancillare e complementare di LOTR, forse per generare un corpus filmico unitario, forse semplicemente per creare un brand commerciale con ulteriori possibilità di sfruttamento: cominciando a prendere libertà creative (e questa pare essere la direzione presa dai nuovi film della saga) si potrebbero trarre molti soggetti da “Il Silmarillion” ed altri scritti di Tolkien (o addirittura creare un expanded universe Tolkieniano).

Tra i nuovi personaggi troviamo un giovane Bilbo Baggins dal carattere molto più complesso e temerario del placido piccolo-borghese che ci aspettavamo, interpretato da un incisivo Martin Freeman, che direi azzeccato per la parte.
Suggestiva la figura dell’Istaro Radagast il Bruno, che,  ingiustamente escluso dalla prima trilogia, viene qui risarcito con attribuzioni di gesta che non trovano riscontro nel libro, cosa per cui gli è stato lanciato qualche strale sebbene le scene di inseguimento con i suoi conigli da slitta siano di grande freschezza e vivacità.
Veniamo ai Nani. Si nota lo sforzo compiuto per caratterizzarli ma, ahimè, essendo ben 13 non era un traguardo raggiungibile, almeno non all’interno di un singolo film; nel complesso si può dire che la compagine svolge la funzione di intermezzo comico costante e, all’occasione, con l’ascia in mano e l’ormai celeberrimo tema epico in sottofondo, sanno sprigionare un certo pathos.
Thorin Oakenshield, principe dei Nani, è una figura a sé stante ben dissociata dal resto della ciurma, investita del ruolo di leader carismatico e determinato (una sorta di Aragorn nanico), il cui acerrimo nemico è Azog, capo degli Orchi, per un dualismo drammatico anch’esso di pura invenzione cinematografica (Azog è appena nominato da Tolkien, mentre in questo episodio è il villain principale).

Come si è detto, molte sono le divergenze rispetto al romanzo del 1937, e tutti un po’ se lo aspettavano da quando venne annunciato che la storia sarebbe stata stiracchiata su tre lungometraggi da tre ore circa ciascuno. Per forza di cose Jackson ha dovuto attingere da altre fonti e, quando non è bastato, ha inventato di sana pianta. D’altra parte, un film che avesse tentato di “tradurre” pedissequamente le pagine de “Lo Hobbit” sarebbe dovuto essere di tutt’altro stampo rispetto a LOTR (in quanto i due libri sono profondamente diversi) e probabilmente avremmo visto un film per bambini. Molti criticano le scelte fatte, ma personalmente credo che qualcosa di radicalmente diverso da LOTR avrebbe deluso molto di più, e in ogni caso la coincidenza tra soggetto e film esiste solo nelle menti dei fanatici; il regista ci consegna la sua personale visione, non dell’omonimo libro, ma dell’intero mondo tolkieniano, rimanendo dove possibile fedele all’autore. Come è noto, infatti, molti inserti sono tratti dalle Appendici al Signore degli Anelli, anche se questo materiale,  non  perfettamente fuso,  mina fortemente lo scopo primo del film, ovvero raccontare la storia principale. Guardando “Un viaggio inaspettato”, l’impressione che si ha è che la nuova trilogia sia proprio un’appendice di LOTR, che non riesce a imporre il proprio nucleo narrativo e rimane intrappolata tra i fasti del suo glorioso predecessore.

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato. Il film

Il regime di scrittura del film è molto più eterogeneo di come ci si aspettasse: gli schemi sono gli stessi di LOTR (con tanto di introduzione epica e combattimenti trionfali), ma il ritmo è assai variegato: il film parte  molto lentamente con sequenze descrittive della contea e poi passa ad una presentazione della vicenda che rimane anch’essa lenta ma frammezzata da svariate scene comiche; man mano che gli avventurieri proseguono per il loro viaggio le inquadrature divengono più brevi e le scene di azione più frequenti, in un crescendo che sfocia nel caos totale delle sequenze finali, quasi inconcepibili senza l’utilizzo di riprese ad alta velocità. Meravigliose come sempre le ricostruzioni degli ambienti tramite la computer grafica, specialmente i vertiginosi piani sequenza virtuali nel regno nanico di Erebor.
Sceneggiatura leggera, con forse qualche tentativo umoristico di troppo; sono presenti anche un paio di scene in cui i nani cantano e ballano che per omogeneità scenica sfiorano il musical: a me personalmente non piacciono, ma si tratta di intermezzi presenti nel libro in numero anche maggiore per cui sono grato al regista di averne  omessi di ulteriori.
Si è già detto sopra dei difetti riscontrati nell’uso dell’HFR 3D, che proprio per il maggiore realismo dell’immagine produce l’effetto di svelare la finzione della messa in quadro, anche se a mio avviso questo risultato è da imputarsi anche alla messa in scena: ambienti troppo puliti e perfetti, nonché costumi poco convincenti (nani palesemente imparruccati e nemmeno molto “nanizzati”), inoltre alcuni giochi prospettici utilizzati da Jackson in LOTR paiono perdere di efficacia con le nuove tecniche di ripresa; ad ogni modo lo stile frammentato e ultra-veloce dei combattimenti tanto in voga nei film contemporanei è finalmente comprensibile all’occhio dello spettatore.

Il film, nonostante un inizio non esaltante, riesce in seguito a catturare e tenere vivo l’interesse fino alla fine, e nonostante duri ben 171 minuti, si avrebbe subito voglia di vedere il seguito, per il quale purtroppo dovremo aspettare il prossimo Dicembre.

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato. Il film
Quindi, in conclusione, da Jackson non ci si aspettava nulla di meno e probabilmente era poco realistico aspettarsi di più: “Lo Hobbit” è un’opera minore di Tolkien e credo che negli equilibri della saga cinematografica “Lo Hobbit” non possa che porsi in rapporto subordinato a LOTR. La sensazione di “minestra riscaldata” effettivamente c’è, ma perlomeno si tratta di un’ottima minestra, e rimane un film di altissimo livello che sfigura solo se confrontato col suo archetipo. Ha il merito di rilanciare il  fantasy al cinema,  in un momento in cui il genere sembrava languire nella serialità televisiva, oltre a portare sullo schermo un classico della letteratura di cui mancava una versione. Inoltre non dimentichiamoci che si sta parlando solo del primo episodio di una trilogia.
Il cliffhanger finale, da alcuni giudicato grossolano, ammicca a quell’antico sogno cinematografico di portare in scena il drago.
Attendo con ansia di vedere  lo Smaug di Jackson, e credo che lo  spettacolo vero debba ancora venire: la caccia al drago è appena cominciata.

Jacopo Giunchi


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