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Ma allora sono Postmoderna pure io!!

Creato il 07 gennaio 2012 da Mrs Garrick

Sono uscita da Postmodernism: Style and Subversion 1970-1990 al V&A completamente elettrizzata. E non solo perchè la mostra è divertente e interessante, ma perchè per una volta il passato che è già passato, non è ancora troppo passato. E le cose che stavano lì dentro me le ricordo tutte (o quasi). Che anche se sono una figlia degli anni Sessanta, sono un prodotto degli anni Ottanta. Sono postmoderna e non lo sapevo!

Dress - Hommage a Levi Strauss

Cinzia Ruggeri, Homage to Lévi-Strauss dress, 1983–4. © V&A Images

Perchè negli anni Ottanta anch'io ero un’adolescente con la permanente da barboncino  impazzito (bruciachiata al punto giusto) che se ne andava in giro infagottata in orrendi maglioni oversize con le maniche a raglan, annegata in giacche e giubbotti dalle spalle talmente imbottite da intimidire un giocatore di football americano, piegata sotto il peso di uno dei primi modelli di Walkman creati dalla Sony (così pesante che si vendeva provvisto di un'apposita tracolla!). iPod? Mp3? stiamo schrzando?? Mai come negli anni Ottanta è stato così faticoso essere cool...!

Grace Jones in a maternity dress designed by Jean-Paul Goude and Antonio Lopez

Se per il Modernismo la decorazione era quasi un peccato mortale, per il Postmodernismo è vero il contrario: non esiste altro dio che la la decorazione. Quello postmoderno è un mondo effimero dominato dalla teatralità e dall’esagerazione, un mondo abitato da pop stars androgine come Boy George o Grace Jones, un mondo in cui artificiale e naturale si uniscono come nelle architetture di Philip Johnson o di Hans Hollein che giocano in modo irriverente con i principi architettonici dell’architettura classica. In breve, un mondo che va affrontato con scettiscismo e ironia.

 

Hans Hollein, façade from Strada Novissima, The Presence of the Past, 1980. Biennale of Architecture, Venice.

Hans Hollein, façade from Strada Novissima, The Presence of the Past, 1980. Biennale of Architecture, Venice.

Dopo esseremi aggirata per le altre varie varie sezioni (i curatori hanno saggiamente deciso di concentrarsi solo sul design, evitando arte e letteratura contemporanee che da sole avrebbero fornito abbastanza materiale per un’altra mostra) mi sono appropriata delle cuffie attaccate al televisore che trasmetteva non stop video di Kaftwerk, Talking Heads, Devo, Visage e altre chicche di MTV, guardata con aria attonita da una moderna adolescente mentre, con le cuffie nelle orecchie, imrovvisavo goffe mosse di danza al ritmo dei Culture Club. Che la poverina in questione avrà avuto sedici anni e dubito che sappesse cosa fossero Boy George e la New Wave. Uh!

Ho sostato con reverenza davanti ai costumi di scena di Annie Lennox e di David Byrne, e di quelli di Pris e Rachel, le replicanti di Blade Runner, film che ho visto quando avevo quattordici anni ed ero cotta marcia di Harrison Ford e al cinema ci andavo al pomeriggio. Mi sono commossa davanti al prototipo della copertina di Closer dei Joy Division, e ho sorriso con tenerezza davanti ai caricaturistici utensili da cucina Alessi e ai mobili assurdi e alle assurde (e bellissime!) ceramiche del Gruppo Memphis di Ettore Sotsass e di Studio Alchymia. Che al contrario del Modernismo, dove la forma segue la funzione, per il Postmodermismo lo stile viene prima di tutto. E non a caso l’Italia e stata una delle prime nazioni ad abbracciare con entusiasmo questo movimento! È davvero una questione di stile, e di quello noi italiani ne abbiamo davvero da vendere...


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