Ma noi chi siamo?

Creato il 13 maggio 2010 da Dallomoantonella

 ecce homo

L’idea di persona che un filosofo possiede o non possiede è il fondamento più o meno consapevole e più o meno dichiarato del suo pensiero. Dopo l’illusione dell’umanesimo, che ha dovuto fare i conti con la realtà, dopo i fasti del razionalismo, che ha fatto credere l’uomo padrone del suo destino, dopo il fallimento della politica come sistema di pensiero, dopo il nichilismo nietzscheano, il disincanto post-moderno e la perdita dell’innocenza dell’intera umanità, forse non rimane da un punto di vista ermeneutico, se si vuole procedere alla ricerca della verità, che riprendere l’idea di persona e di esistenza fondata sulla persona.

 Questo vale soprattutto in un sistema di vita dove molto di ciò di cui ci si trova ad occuparsi non ha più ritmi e contenuti umani; ciò che rimane al controllo del singolo, dell’individuo, che non è ancora di per sé una persona, ma un’entità, è l’idea che coltiva di se stesso, e dunque, solo se definita e posseduta, diventa “l’idea di persona”.

Se persone non si nasce ma ci si costruisce e solo attraverso la volontà di rispecchiarsi tali, quando si può affermare di volere perseguire l’idealità di un personalismo?

 Solo quando in questo personalismo si sono inclusi i concetti di unicità, universalità e divinità dell’uomo in quanto uomo ossia creatura di Dio. Intorno a questi tre concetti si tornerà molto e di continuo perché sono i generatori di molteplicità che non perdono il loro universalismo a causa della loro radice intangibile.

 Dall’unicità o assolutezza conseguono l’originalità, la creatività e l’inconoscibilità di ogni essere; dall’universalità o generalità conseguono l’uguaglianza, la dignità e la capacità di condividere di ogni essere; dalla divinità o trascendenza conseguono la libertà, la fratellanza e l’eternità di ogni essere. Solo la terza caratteristica partecipa della trascendenza, anzi, vi è strettamente legata; le due restanti sono immanenti. Da queste nove qualità di sintesi si possono ricavare per ognuna tre ulteriori qualità analitiche, per cui si avrebbe che: l’uomo è originale perché è generato dall’Essere, partecipa dell’Essere e rimane legato all’Essere; è creativo perché si riproduce, crea opere d’arte ed è egli stesso un’opera d’arte vivente; è misterioso perché deve conoscersi, la sua conoscenza dura tutta la vita e solo all’Essere rimane conosciuto in pienezza fin dall’inizio; è uguale perché ha gli stessi difetti, le stesse virtù ed è costituito di anima più corpo, ossia da una dialettica comune; è dignitoso perché ha gli stessi bisogni, ha gli stessi diritti, ha gli stessi doveri; è capace di identificarsi perché riesce a socializzare, si realizza con l’aiuto degli altri e non è fatto per stare solo; è libero in quanto lo è nel corpo, nello spirito e dalla morte; è fratello all’altro perché ama se stesso, ama l’altro, ama l’Essere; è eterno perché risorge nello spirito, risorge nel corpo, ritorna all’eternità da dove proviene.

 Questi stessi punti analitici possono essere distinti in altri sottopunti che vanno a definire sempre più nello specifico l’essere ed il suo mondo, ma così procedendo ci si allontanerebbe dalla strada maestra, quella portante, a cui tutto si ricollega, a cui tutto va ricondotto. Bisogna sì occuparsi dei singoli dati, delle piccole cose, senza comunque perdere l’aspetto dominante, il generatore di ogni brulichio, di ogni tessera di tela, l’idea madre, la fonte, la luce che tutto illumina.

 Tutti questi temi sono molto noti al pensiero moderno, hanno una radice antica, ma spesso alcuni di loro rimangono taciuti e dimenticati; il mondo postmoderno fatto di tecnologia e d’efficienza, d’esteriorità e di superficialità, disdegna in linea di massima d’occuparsi della persona, perché risulta un impegno forse troppo serio ed oneroso, oltre che poco redditizio.

 Il filosofo etico crede, per professione e per natura, che valga sempre la pena di occuparsi della profondità, che non è sinonimo di noia o di pedanteria, ovviamente se la filosofia convince, riesce a toccare gli spiriti dei suoi ascoltatori. Quando poi si arriva a comprendere che dalla capacità di fare filosofia, di fare pensiero, può dipendere la nostra stessa salvezza, là dove il pensiero genera scelte, comportamenti e dunque realtà soggettive, allora la filosofia può diventare di grande interesse per tutti, soprattutto per i giovani che hanno tutta l’esistenza su cui scommettere, che sono il futuro e la possibilità di cambiamento. In definitiva l’uomo è unico perché è assolutamente irripetibile; è universale, perché condivide con tutti gli altri uomini lo stesso destino e la stessa natura; è divino, perché è figlio di Dio, chiunque sia, ovunque sia, in qualunque tempo sia, al di là del suo credo religioso, per la semplice ragione che il primo uomo non si è fatto da sé e da qualcosa di superiore deve pure provenire come la stessa natura, lo stesso universo provengono dallo stesso principio. L’irripetibilità di ogni uomo è teoricamente accettata da ogni scuola psicologica di pensiero; anche l’universalità è condivisa da qualunque teoria, bene inteso considerando implicite tutte le dovute differenziazioni antropologiche, sociologiche, politiche, culturali e religiose del caso. Per concludere anche la divinità della natura umana è condivisa, nonostante rimangono discordanze e disaccordi generati da una cattiva intesa sulle parole. La scuola di pensiero atea non si riconosce dentro quest’idea di una provenienza divina dell’uomo e non lo si mette in dubbio.

 Se però si vuole eliminare l’idea di Signore del mondo, come accade al marxismo o all’ateismo in genere, ecco che l’uomo rimane l’unico essere evoluto sulla terra, candidato a potersi sostituire alla tradizionale idea di Dio.

Dio non esisterebbe, ma l’uomo ne farebbe le veci, ne svolgerebbe le funzioni in tutto e per tutto; dunque anche l’ateismo condivide una sua idea tutta immanente di divinità. La divinità dell’ateismo è chiamata in vari modi: umanesimo, antropologismo, dottrina sociale, fede politica, laicismo, psicanalisi, ed ognuna di queste definizioni tende a fare dell’uomo il dio di se stesso.

 La prima forma di divinità si basa sull’idea di trascendenza come Presenza compiuta innaturale infallibile; la seconda forma si basa sull’idea di immanenza come presenza in divenire umana naturale fallibile. Le tre caratteristiche sintetiche primarie che si riferiscono all’idea di persona sono ineliminabili e non scambiabili nell’ordine; non si possono eliminare perché la definiscono; devono stare nell’ordine di successione, partendo dal minore verso il maggiore.

 Al primo grado l’unicità, momento in cui l’io prende coscienza di se stesso; al secondo grado l’universalità, momento in cui l’io si apre agli altri, solo dopo avere preso coscienza di se stesso e continuando la conoscenza di sé attraverso la conoscenza degli altri; al terzo grado la divinità, momento in cui l’io prende coscienza dell’infinito. Il genere di infinito nel pensiero ateo non può che continuare a conservare un carattere storico, contingente, essendo la storia temporale l’unica forma di infinità riconosciuta, anche dopo l’avvento di Gesù, unico essere per un credente cristiano contemporaneamente storico e in sé divino della storia del pensiero e dei fatti. Hegel, lettore della storia e non di eventi spirituali non affermò che è l’uomo che deve andare al cielo, ma ha fatto osservare che è il cielo che è venuto all’uomo, per mostrarsi nella sua spiritualità fallibile, dandoci una lezione significativa e lasciandoci una pesante eredità.

 Il punto è che lo spirito, se spirito, non può essere fallibile e che l’uomo finito non può né essere né diventare infallibile, ossia l’uomo da solo non cambierà mai la storia.

brano tratto da  Il mondo salavato   Davide Zedda Editore   Antonella Dallomo


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