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Macbeth di Justin Kurzel

Creato il 09 gennaio 2016 da Wsf

set_macbeth_michael_fassbender_marion_cotillard.jpgIl mito di re Macbeth torna al cinema in una nuova versione filmica, riadattata ai nostri giorni. La tragedia breve di Shakespeare rivive nei visi e nelle movenze di Michel Fassbender e Marillon Cotillard, perfetti interpreti di un dramma umano, che unisce l’eroismo epico alla più lucida e folle brama di potere.

La trama si snoda seguendo il percorso già solcato da Shakespeare e narra del valoroso guerriero Macbeth, che dopo aver riportato un’eroica quanto insperata vittoria contro il traditore Macdonwald acquista una gloria inaspettata e sofferta.

Le figure fondamentali che profetizzano la sua ascesa al potere sono le tre streghe, (le norne della tradizione norrena) che dal momento della loro apparizione sussurrano nell’aria sporca le loro predizioni. Parole enigmatiche e bellissime che narrano di fasti infiniti e gloria eterna. Tre donne sfregiate e ambigue, che appaiono come visioni nella mente traumatizzata del protagonista e di Banquo.

Macbeth
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E’ un’opera ibrida quella presentata da Justin Kurzel, un misto quasi perfetto tra la rappresentazione moderna di un medioevo violento ambientato in spazi filmici teatralmente classici. I dialoghi tra i personaggi seppur ridotti, non sono stati totalmente modificati e mantengono immutata la carica innovativa delle figure retoriche da cui hanno origine.

Lady Macbeth è l’emblema della madre sterile, la peccatrice universale che seduce ed induce il suo uomo al regicidio. Una figura spietata e crudele che crolla e si spegne sotto il peso folle dei suoi stessi crimini.

Macbeth è il perfetto “eroe barocco” che ondeggia tra la precarietà e l’incertezza dell’essere. Corrotto e spinto da una donna crudele, ambiziosa e perfida agisce cedendo e perdendosi nella più spietata sete di potere al trono di Scozia. Sotto la spinta della moglie, l’uomo si disumanizza a tal punto da perdere ogni forma di pietas.

Una particolare menzione va alla fotografia accuratamente sulfurea, dove i personaggi si muovono come tante pedine dentro ad una scacchiera predestinata, sotto un cielo mai solare, ma avvolto da una cortina impalpabile e nebbiosa: simbolico presagio di morte imminente.

Un’opera questa che in parte ricalca la tragedia del teatro greco, ma lascia la sacralità del coro alla lirica epica.

Un film che nasce nella polvere e si conclude nella cenere, lasciando spazio ad un effimero quanto lontano perdono.

Christian Humouda


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