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Malacrianza – Giovanni Greco

Creato il 27 giugno 2012 da Viadeiserpenti @viadeiserpenti

Malacrianza di Giovanni GrecoProseguiamo con Malacrianza di Giovanni Greco le recensioni dei libri editi da case editrici romane che sono rientrati nella rosa dei 12 candidati al Premio Strega. Nella cinquina dei finalisti, lo ricordiamo, è entrato il romanzo  La colpa di Lorenza Ghinelli (qui la nostra recensione).

Recensione di Manuela Di Vito

Malacrianza è un romanzo terribile, almeno quanto è inquietante l’immagine di Enrico Baj in copertina. Entrambi, le parole e il disegno, esprimono l’essenza ancestrale della violenza, della paura, dell’animalità umana che non è animalità appunto, che gli animali non farebbero mai come gli uomini, si dice sempre, e probabilmente è vero. Non c’è niente di più pericoloso di una persona che ha paura, fame, che si è sempre nutrita di paura e di fame e di insicurezze e di colla e di gatti morti, pure se è solo una creanza, criança in portoghese che significa bambino, creatura.
Giovanni Greco gioca con il termine e da cibo la creanza diviene appunto bambino e poi educazione: «Chi ti ha insegnato la creanza?», ma in fondo di che parla il libro se non di avanzi di cibo nel piatto: «Finisci la creanza! Te ne manca poca…non mi va…non mi va… Ci sono bambini che muoiono di fame…non mi va… Finisci, che diventa colla…». Finiscilo il bambino che ti sta davanti, che hai ferito, finisci di mangiare il gatto morto che la buona sorte ti ha fatto trovare, finisci quello che hai nel piatto.
La malacreanza quindi è la maleducazione, è l’avanzo che hai lasciato e che finirà nella spazzatura, sono i bambini di cui non si vorrebbe mai sentir parlare perché scuotono dal profondo ogni nostra certezza: come si fa a vivere tutti stipati stretti in un mondo dove i più piccoli, soprattutto loro, sono trattati come avanzi, briciole da gettare ai cani che poi i cani non sono animali, ma uomini in grado, perché ce ne vuole, di perpetrare contro di loro violenze inaudite?
Si sente che è un libro sentito, che quasi ogni pagina nasce da un pianto interiore che però resta asciutto sulla carta. Racconta i bambini dal punto di vista, più basso e meno critico, dei bambini, con quel senso di normalità che spiazza ed è proprio di chi non conosce alternative, altri modi di vivere, sopravvivere, di stare al mondo. E tra i bambini che si abbandonano al loro destino e non riescono ad essere altro da ciò che sono c’è pure chi si ribella ma la fine è sempre la stessa, violenza e morte.
Non c’è nel libro una finestra da cui si può fuggire, una porta sul retro, un oblò seppure claustrofobico oltre il quale respirare aria pulita. I miasmi della putrefazione che salgono dalla fogna in cui dormono Nord, Sud, Est e Ovest rendono l’aria irrespirabile ed è con difficoltà che si arriva alla fine, si arranca, nonostante la scorrevolezza dello stile, che defluisce come l’acqua e i pensieri, senza intoppi, nemmeno dialoghi diretti che interromperebbero il flusso, nonostante la sperimentazione, la costruzione creativa della storia che saltella dal passato al presente, dalla terza alla prima persona (nella seconda parte del libro), da un protagonista all’altro.
Da una bambina, una bambina?, senza lingua che vive rinchiusa e sfruttata in attesa dei clienti della sera a quattro ragazzini che sopportano la puzza delle fogne ogni notte e devono pure la mazzetta all’uomo dei tombini ma almeno non muoiono di freddo. Dal baby boss che uccide per rabbia un’altra criança, la più indifesa, al pistolero (in corsivo nel libro) che prima uccide e morde e picchia e poi torna a casa dalla sorella cieca. Dal bambino che tradisce il compare alla ragazzina indiana promessa in sposa a un vecchio, che decide di farla finita tra le fiamme che tanto tra le fiamme ci finisce lo stesso perché quello è morto e lei si deve immolare pure se l’ha solo visto solo in foto, il vecchio, e mai guardato in faccia. Filomela, Romnì, Ociciornie, Est, Ovest, Nord, Sud e poi man mano che vai avanti non capisci più chi  è chi e come il significato della parola creanza sfuma, sfumano pure le loro identità che si mescolano e chi scrive non ti aiuta di certo a capirci qualcosa, e alla fine comprendi che lo fa apposta perché la cosa importante non è la coerenza della trama e la continuità delle storie ma il messaggio: che i bambini di cui parla Greco sono tutti i bambini del mondo, terzo, quarto o quinto che sia, gli ultimi degli ultimi. Anzi lo dice chiaramente, sin dal primo racconto che si intitola L’altro immaginario: «Il pensiero che lo consolava, prima di addormentarsi la sera, alla fine della viacruci (altra bella parola…) giornaliera, era quello che da qualche parte sulla terra o su un altro pianeta ancora non scoperto ma sicuramente esistente, in un posto irraggiungibile comunque per ora, c’era un altro proprio come lui, con gli stessi occhi e le stesse unghie, con le stesse certezze e accerchiato dallo stesso complotto, con gli stessi mamma e papà, sorella o fratello, amici e amiche, zii e parenti, con gli stessi incontri fatti e da fare ogni giorno, le stesse strade da percorrere, lo stesso modo di arrossire quando gli chiedevano quanti anni aveva (sette)», ecc. che il periodo è infinito.
Ma, a pensarci bene, seppure non si intravedono vie di fuga da qualche parte l’aria entra, è uno spiraglio sottile, forse solo un miraggio, un’allucinazione o un fantasma che si insinua negli occhi di una madre bambina che guarda la criança che ha partorito, o nel pentimento di quello che ha tradito, o ancora nella cura dell’assassino senza scrupoli per la sorella disabile che non ha mai abbandonato.
E poi c’è l’appello finale, che forse ci si può azzardare a chiamare speranza, e che è affidato ai pensieri della neonata abbandonata sul marciapiedi:
«Piangi, ma non perché stai per morire, questo non ti fa né caldo né freddo, non hai né fame né sonno, ma perché vorresti dirlo a tutti di ricordarsi il futuro, di non fare finta di non esserci già stati. Ti aspetti che qualcuno, chiunque, si fermi, ti noti,  ti salvi e ti permetta di dimenticare, di crescere».

Nota sull’autore
Giovanni Greco, Roma 1970, esordisce come attore, autore e registra teatrale, firmando molti testi e regie in Italia e all’estero. Ha insegnato Storia del teatro presso l’Accademia di Arte drammatica di Roma e partecipato al progetto Babele, promosso dal Ministero degli esteri, insegnando la lingua italiana attraverso il teatro in diverse parti de mondo. Malacrianza, già vincitore del Premio Italo Calvino 2011, è stato selezionato tra i dodici finalisti dello Strega 2012. È il suo primo romanzo.

Per approfondire:
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 Malacrianza – Giovanni Greco
Nutrimenti, 2012
pp.270, € 18,00


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