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MARCO TULLIO CICERONE,da CATONE MAGGIORE

Da Silvy56

MARCO TULLIO CICERONE,da CATONE MAGGIORE Sfuggono le ore, i giorni, i mesi, gli anni, non più ritorna il tempo passato e l'avvenire è ignoto. Ciascuno ha dovere di essere pago della durata della propria vita. Nella stessa guisa che poco importa se l'attore rimane sulla scena fino al termine della commedia, bastando per fargli plauso che reciti bene quando si mostra agli spettatori; così pure il saggio non ha bisogno di vivere fino all'ultimo termine dell'età affinché ottengano approvazione le proprie azioni. Per breve che sia la vita è sempre lunga abbastanza per chi sa vivere bene e onestamente. E perché arriva ad un'età avanzata, l'uomo non ha diritto di lagnarsene più dell'agricoltore, il quale lamenti perché dopo la florida primavera e la state, succedono l'autunno e il rigido verno. La prima è immagine della gioventù e i venturi frutti prepara; nell'altre stagioni poi si colgono e vengono assaporati. Il prezioso frutto della vecchiezza è dunque riposto, soffrite che io lo ripeta, nella memoria delle frequenti e nobili imprese operate. Dovendo, parmi, accogliersi in buona parte tutto ciò che avviene secondo l'ordine di natura, avvi mai cosa più ad essa consentanea che gli uomini d'età più remota sieno da morte colpiti, quando i giovani medesimi soccombono ripugnante per essi la stessa natura? Laonde il morire dei giovani rassomiglia a fiamma sommersa all'improvviso nella piena dell'acque, e invece la vita manca nei vecchi, siccome fuoco, consumata l'esca, di per sé a poco a poco si estingue. In quella guisa che è d'uopo adoperare la forza per divellere dal ramo il frutto ancora acerbo, il quale se fosse arrivato a maturanza cadrebbe da sé, così nella gioventù è violento il disgiungersi della vita, e ne' vecchi avviene per maturità. Del quale pensiero essendomi fatta piacevole abitudine, quanto più m'innoltro verso il limite della terrena carriera, mi sembra quasi di ravvisare la spiaggia, ed arrivare in porto tranquillo, dopo lunga e procellosa navigazione. XX. (Dispregio della morte per forza di ragionamento.) — Tutte le età hanno un termine determinato, ma quello della vecchiezza è incerto. La sopporta onorevolmente quel vecchio, che senza lasciarsi sgomentare dal pensiero della prossima fine non dismette le funzioni del proprio stato. Da ciò dipende che la vecchiezza sia anche più intrepida e ferma della gioventù. Tale era appunto l'opinione di Solone, quando richiesto dal tiranno Pisistrato dove mai trovasse la forza di resistergli con tanta energia, narrasi, gli rispondesse: nella vecchiezza! Merita preferenza sopra ogni altro, il fine della vita, se arrivi in quel punto in cui sono tuttora intatte le facoltà della mente e del corpo. Allora natura da sé scompone il proprio lavoro, con facilità pari a quella con cui l'artefice disgiunse i membri della nave o della macchina già prima costrutta. Le saldature fatte di fresco si sconnettono a stento; se logorate dal tempo, a scomporle basta lieve scossa. Laonde a questo fugace avanzo di vita, né debbono i vecchi afferrarsi troppo tenacemente, né abbandonarlo da spensierati; e pensò con giudizio Pitagora, facendo divieto all'uomo di disertare dalla guardia della vita senza comando del generale, cioè di Dio. Mostravasi filosofo, siccome era infatti, Solone dicendo che alla sua tomba non voleva mancasse né dolore, né il pianto degli amici. Tante care memorie studiavasi quel saggio di lasciare di sé! Non credo che meglio la pensi Ennio con i seguenti versi: La vana pompa di singulti e pianto Risparmiate, miei cari, al cener mio

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