Mario Rapisardi (25 febbraio 1844 – 4 gennaio 1912)

Creato il 04 gennaio 2012 da Marvigar4

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Non avendo nè voglia nè autorità di far lungo discorso sull’immancabile questione fra settentrionali e meridionali d’Italia, mi restringo ad osservare che dal fraterno dissidio a me paiono principalmente colpevole i primi, che le Provincie nostre han considerato sempre come terra di conquista; e precipua cagione dei loro falsi giudizi è l’ignoranza lacrimevole che essi hanno della nostra storia, della condizione del nostro popolo, della vita insomma e dell’esser nostro: ignoranza gradita alle camorre più o meno politiche e industriali, che ne fan prò; alimentata stoltamente da un branco di novellatori che ci descrivono, per partito preso e per ragion di mestiere, come un popolo di accoltellatori e di bruti; suggellata e quasi santificata dai biciclettisti di una scienza novissima, che ci ha marchiati e gabellati per barbari e condannati a barbarie perpetua. Ma le male arti dei diffamatori, dei calunniatori e dei mestieranti hanno ormai tanto di barba; e il popolo se ne accorge e ne freme. La parola d’ordine «Unione e non unità» si va, dopo quarantanni d’esperienza, facendo strada nell’animo degli onesti; e coloro che ci voglion tenere in perpetua tutela, per dissanguarci a lor comodo, si accorgeranno finalmente che le Provincie meridionali, e la Sicilia in ispecie, non hanno mai tollerato a lungo le male signorie. Ci pensi e provveda chi può.

Mario RapisardiPensieri e giudizi, IV (1915)

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Sonetto

Questo poema mio di nuovo conio,
In cui gli onesti esalto, i rei dilanio,
Da un angelo fu scritto e da un demonio
Col sangue del mio cuore e del mio cranio.

Quei che fan da compagni a Sant’Antonio
Grugniscon che nel brago io l’ale impanio ;
Che d’ira solo e di livore io smanio,
E l’arte infamo e il buon paese ausonio.

O caste fogne, o verecondi truogoli,
L’Arte è raggio di sol che non s’impegola;
Il Ver non ama ambagi ed arzigogoli;

E se al flagello mio fremono e stridono
Aristarchi in livrea, Lucrezie in fregola,
La mia coscienza e l’Ideal mi arridono.

Mario Rapisardi, Atlantide, 1894

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O talpe insigni in maschera di linci
Che mutate le chiaviche in bigonce,
E, al prossimo scocciando il quindi e il quinci,
Avete l’ opre mie sventrate e conce;

O gallinaceo stuol che salti e squinci
Barbareggiando in strofettucce acconce,
E fai col ritmo, onde ogni secol vinci,
Rizzar le rille e lacrimar le cionce;

E voi, degni di marmi alti e di bronzi,
Che cangiate in romanzi i documenti,
I mocci in fiabe ed in bozzetti i peti,

Sol per voi, sol pei vostri ardui decreti
Italia avrà (crepate, invide genti)
Un tron di fango ed un trofeo di stronzi.

Mario Rapisardi, Cattiverie, 1887



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