Le campiture di Mauro Baio sono limpide, nette ed essenziali, al limite della pulizia geometrica,
caratteristica che estende il confine pittorico del quadro alla pura grafica in virtù di quel bordo bianco-
neutro che delimita l’immagine dipinta delle sue opere facenti parte della serie “Court”.
Al cospetto di questa caratteristica pittura “flat” pensiamo che, in un viaggio nel tempo del tutto
immaginario, ritroveremmo Baio insieme a Tano Festa, Mario Schifano, Franco Angeli, Giosetta Fioroni,
Enrico Manera e tutti gli artisti di quella famosa Scuola di Piazza del Popolo protagonisti di un’epoca
unica e irripetibile.
Ma la sua ricerca pittorica, oltre ad appartenere a un’epoca che è di sessant’anni successiva, è
impregnata di quell’aura luminosa e fresca che ci fa pensare a Big Sur, la “costa dei poeti” che si estende
dal centro al sud della California e a cui Henry Miller e Jack Kerouac hanno dedicato due libri: Mauro
Baio effettua frequenti trasferte in California e forse la pittoricità pacifica di queste sue opere ha assorbito
in qualche maniera la calma delle acque dell’Oceano Pacifico ("Alzandomi mi affacciavo alla porta della
capanna, e posando gli occhi sulle colline vellutate, ondulate, mi pervadeva un senso di soddisfazione,
un tal senso di gratitudine che istintivamente la mia mano si levava in un gesto benedicente. Grazie!
Grazie a voi tutti!", scriveva Henry Miller nel suo romanzo Big Sur).
E del resto il “climax” della California è molto presente in questa selezione dalla serie “Court” che hanno
per soggetto il tennis o meglio il campo (“Court”, appunto) da tennis nella sua geometrica essenzialità e
pulizia e che riflette altresì l’interesse di Baio per questo sport, sviluppato proprio sui campi della
California.
Il titolo della mostra, “Love – 40”, viene da qui ma ha un doppio significato: nel tennis il termine “Love”
indica lo zero nel punteggio di un giocatore ed è molto interessante il fatto che questo uso del termine
derivi dal francese "l'oeuf", cioè “l'uovo”, uguale per forma allo zero e che nell’antenato francese del
tennis, cioè la pallacorda (o jeu de paume), indicava appunto lo zero: gli inglesi, inventori del tennis
moderno, inglesizzarono l’originario termine francese in “Love”.
Ma l’uovo è anche simbolo della perfezione e se dal campo da tennis passiamo al campo dell’arte non
possiamo non pensare alla celeberrima Pala di Brera di Piero Della Francesca, dove l’uovo, appunto,
scende dall’altro come filo a piombo sulla Vergine a simbolizzare la vita e la rinascita.
Possiamo dunque pensare a “Love – 40” come al senso di una rimonta sempre possibile: “Love – 40”
evoca quella "azione in campo che dà vita all’arte", come disse il giornalista, scrittore, drammaturgo e
tennista Gianni Clerici, che ci ha lasciati un anno fa e che al tennis ha dedicato molti libri, fra cui uno
intitolato proprio Il tennis nell’arte.
