Medici italiani e tanta ipocrisia: testimonianza del calvario riservato alle donne che vanno incontro ad un aborto spontaneo

Da Marypinagiuliaalessiafabiana

In Italia l’ipocrisia regna sovrana. L’ingerenza del Vaticano fa sì che in Italia sia quasi una missione impossibile trovare un medico non obiettore poiché i medici obiettori vedono favoriti carriera e guadagni, negando così alle donne un diritto sancito per legge. Vengono organizzate manifestazioni in piazza e fuori dagli ospedali appendendo feti ai crocifissi e urlando a gran voce quanto sia bella e importante la vita.

Questi sono i medici senza macchia che non sporcherebbero mai le loro mani per assistere una donna che vuole interrompere una gravidanza. Sono i medici pro life, che inneggiano alla vita, che senza sensibilità alcuna fingono di interessarsi alla vita dei feti per poi non interessarsi delle donne, delle madri, dei bambini una volta che sono nati, chiudendo completamente gli occhi davanti ai percorsi di sofferenza che portano certe persone a fare una scelta piuttosto che un‘altra.

Ci siamo mai chiest* come operano poi questi medici in altre circostanze? Abbiamo mai indagato l’ipocrisia che spesso sta dietro alla decisione di fare del “pro life” una bandiera?

Pare infatti che l’umanità tanto ostentata da queste persone integerrime troppo spesso venga meno. Il più delle volte le donne vengono trattate come carne al macello, viene negato loro qualsiasi diritto, dall’epidurale durante il parto ad un qualsiasi appoggio psicologico durante un raschiamento per aborto spontaneo. Come mai? Non è che questa grande sensibilità sia tutta una farsa?

Oggi voglio riportarvi la lettera di Chiara che mi ha scritto la sua esperienza. Questa è una testimonianza importante perché rileva un fenomeno costante nei nostri ospedali. Ho conosciuto di persona la poca umanità e empatia che riserva la maggior parte dei medici alle partorienti quando è nato mio figlio e mi sono confrontata spesso con donne che hanno riportato episodi tremendi per quanto riguarda invece il trattamento riservato in caso di aborto spontaneo. Per questi medici le donne non sono persone ma solo contenitori, non hanno diritto al briciolo di umanità necessaria per attraversare un intervento così delicato e doloroso dal punto di vista fisico ed emotivo. Dove va a finire tutta l’integrità d’animo e la coscienza di certi medici in questi momenti?

Lungi dal fare di tutta l’erba un fascio, ci tengo a precisarlo, il modus operandi nella maggior parte dei casi purtroppo è simile a quello riservato a Chiara:

Per due volte ho avuto un aborto spontaneo che si è ‘risolto da solo’: per me una tragedia, perchè anch’io e il mio compagno eravamo soli a vivere questa cosa. Nessuno pensa ad aiutare la coppia ad elaborare quello che, non per tutti, ma per qualcuno sì, è un lutto, dolorosissimo. Quando poi non si ha ancora un figlio, c’è  il rischio che il lutto sia anche lutto di sè della propria possibilità di avere figli e quindi può essere un’esperienza devastante… Ho chiesto aiuto alla rete e ne ho trovato, per fortuna. In particolare, ho trovato un elenco medico di cause possibili per la poliabortività (grazie a quel medico che l’ha condiviso!). Sono andata dal medico di famiglia e uno dopo l’altro mi sono fatta segnare tutti gli esami, fino (con vicende complesse che non riporto) all’asterisco. Risolto questo, con un intervento chirurgico presso un medico bravissimo, umano competente comprensivo esperto, a distanza di poco più di un anno è nata la nostra bambina. La felicità per il suo arrivo non ci lascia nemmeno un momento.

 

Dopo il tempo richiesto, arriva la quarta gravidanza in meno di quattro anni. Siamo felici, ma consapevoli, pur avendo fatto l’intervento…. perchè la paura della perdita ormai ci ha segnati. E infatti, dopo qualche settimana di angoscia, il verdetto è negativo e mi ricoverano per un raschiamento. Avevo letto che era doloroso, che l’iniezione dell’antidolorifico locale lo era, e non volevo avere dolore, almeno quello fisico lo volevo evitare. L’ho chiesto e la prima specializzanda, pedantemente e pazientemente, mi dice che non ne sentirò perchè l’anestesia viene fatta in una zona poco innervata… Continuo a fidarmi più di internet che dei medici pedanti, quindi chiedo l’anestesia generale o almeno di essere stordita. Altre due dottoresse mi dicono di sì, ok, potrò avere delle gocce di un calmante.

 

Aspetto sola per ore, contando per fortuna sul sostegno di altre donne, una come me in attesa dell’aborto. Le condizioni di lavoro del personale sono tali da farci perdonare molte delle loro mancanze… non tutte però rientrano in queste.

 

Ad un certo punto sale uno dei chirurghi e lo sentiamo dire che ora faranno ‘i due aborti’. Già indicativo che ci chiamino così. All’infermiera che viene a prendermi e mi parla umanamente, chiedo il calmante promesso… ci vorrà un po’ di tempo prima che funzioni giusto? lo voglio! “Dopo”. Per un paio di volte mi dice “dopo”. Sono un po’ allarmata e allora mi dice:  “Ci penseranno in sala operatoria.” Entro sulle mie gambe. La sala mi ricorda quella del parto e lo considero un buon segno. Ci sono solo assistenti e infermieri, ma appena mi siedo vedo il chirurgo… dovrei dire ‘ lo intravedo’, dietro i paramenti e la maschera del caso. Lo saluto e lui trasale come sorpreso. Guardandolo negli occhi, gli chiedo che voglio un calmante, mi dice che ci penserà l’anestesista, anzi sento che dicono che mi faranno l’anestesia totale. Sono sollevata e il mio mantra diventa un altro “Non fatemi niente prima che sia addormentata ok?” Ho paura dell’iniezione ho paura del dolore ho paura di sentirmi raschiare via il bambino ho paura… ma sono sollevata dall’idea di non accorgermi di niente, mi sembra un atto pietoso e doveroso.

 

Però loro insistono, mi fanno sdraiare sul lettino ginecologico, mi fanno aprire le gambe nude, le legano con delle pezze che sembrano un lenzuolo strappato. Ripeto il mio mantra, sollevo la testa dal lettino, ripeto il mantra più volte. Intanto l’anestesista sbaglia qualcosa trafficando con il mio braccio e mi dice “si è rotta” (la vena? la cannulla? non lo voglio nemmeno sapere). Forse per questo suo perdere tempo, loro mi dicono che iniziano “con il disinfettante, non si sente nulla.” Ripeto di non farmi nulla. “Solo il divaricatore” Imploro di non farmi nulla. Intanto, vedo che si siede tra le miegambe nude e legate un altro medico. E’ seduta lì e vedo solo i suoi occhi. Più terrorizzati dei miei: è una tirocinante. La mia paura si fa terrore, la paura e il terrore sono tutto quello che sono in quel momento. Ho già vissuto un’esperienza simile con l’amniocentesi… ma possibile che una donna con problemi di fertilità debba fare da cavia? che non possa scegliere? che debba rischiare oltre le umane possibilità di sopportare il rischio? e penso alla signora novantenne in corsia… lei sicuramente rischierebbe meno lasciandosi operare all’utero da una tirocinante in erba terrorizzata. Subire l’intervento facendo da nave scuola è veramente fuori dalle mie capacità, imploro di non farmi niente non voglio di nuovo assistere impotente alle istruzioni (‘ferma ora che il bimbo si muove altrimenti lo prendi’).

 

Il dolore adesso non mi sembra più la cosa peggiore, ma non posso reggere la tortura di fare da cavia.. no e di vivere ogni secondo del  rischio… no. Se non ho altra scelta, almeno “addormentatemi!”.E invece no, loro, senza darmi spiegazioni senza dirmi niente, mi fanno… cioè la tirocinante mi fa l’iniezione in utero da sveglia. Le ultime parole che sento prima di addormentarmi nel sonno chimico sono le urla dell’anestesista capo, dietro di me, alla sua assistente: “Sente male! addormentala!” Quello che non hanno potuto le mie parole, ha potuto la maschera di dolore della mia faccia. Quando era tardi però.

 

Non auguro a nessuno quello che ho passato, ma so che invece è frequente e che c’è di peggio. Non so come avrei reagito se non fossi stata già dolorosamente ‘esperta’ e se questo mi fosse successo al primo aborto… Non servirebbe più umanità? A volte, è bastata una parola o un gesto a rendere tutto più sopportabile , non credo che costi molto.. E poi… non si dovrebbe ascoltare quello che dice il/la paziente? Non ci vorrebbe un protocollo che richiedesse una firma di consenso per fare da cavia? non si dovrebbero  escludere le donne con poliabortività o infertilità? Per questi casi ‘delicati’, è assurdo che il criterio sia quello dei turni e dei loro affari didattici…. a mio avviso questo protocollo dovrebbe poi estendersi anche agli altri settori… il consenso del paziente e la valutazione del caso singolo dovrebbero esserci sempre. E poi soprattutto, si dovrebbe garantire al paziente di poter vedere in faccia chi lo opera. Servirebbe credo anche a chi opera, capire che ha di fronte una persona e che il dolore può essere lenito più dalle parole e dall’ascolto che da un farmaco. Gli incubi di quei minuti mi perseguitano.  Vorrei che nessuno avesse mai vissuto qualcosa di simile, ma so che la realtà più diffusa purtroppo è questa….

Possiamo fare qualcosa? tutte insieme, si può?

 

Chiara



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