Una giornata di Gennaio, credo di averne vissute a milioni così e a trent’anni mi sento la tartaruga di un dipinto. Vivere tanto a lungo, forse in eterno, nella solitudine di un’inutile saggezza.
Alla fermata dell’autobus una ragazza litiga al telefono.
I palazzi sono alti e grigi. Claustrofobia.
Sto dritta e mi guardo le punte dei piedi.
Penso alle tue carezze.
Caro diario. Oggi l’autobus ha fatto tardi, erano già le undici, ma non ho desiderato arrivare in tempo.
Una signora sta seduta di fronte a me.
Cuffia blu all’uncinetto su un caschetto rosso che mi ricorda il miele, sembra un’adolescente. Davanti a me intreccia fili senza guardarsi intorno. Ha ansia di finire?
Ricordo di aver corso anch’io così, forse sui tasti di un pianoforte, forse sulla tastiera di una macchina da scrivere dal sapore d’inchiostro.
Non perché volevo finire in tempo, solo per arrivare prima.
Prima dove?
Alla vita. Dentro questo autobus dai sostegni rossi. Mi ci aggrappo perché non riusciamo mai a stare in piedi da soli. Un signore cade insieme a me.
Ci riacchiappiamo insieme e mi va di sorridergli, chissà dove sta andando?
Mentre scende dall’autobus il suo posto lo prendi tu. Sorrido sorpresa. Hai perso qualche capello, ma quelle labbra sono lì e il taglio degli occhi è lo stesso. Come è ironica questa esistenza. Quest’uomo che assomiglia a te da vecchio è un’altra delle nostre scaramucce. Vuoi prendermi in giro anche ora che non ci sei più?
Piazza Bologna. Scendono tutti. Anche lui.
Mentre ti saluto di nuovo sto aggrappata al sostegno. Ho paura di cadere.
Sotto la mano sento il calore di chi si è tenuto qui prima di me, distrattamente mi ha lasciato un po’ del suo calore, qualche atomo della sua esistenza.
Quando scendo sento l’aria. È fresca nel viso.
La gonna di quella ragazza si alza un poco mentre poggia il primo piede a terra. Con troppa attenzione, svela la sua vanità. Ha labbra rosse, così belle che non riesco a smettere di guardarle e la pelle è bianca e liscia. Sta andando nella mia stessa direzione. Ci seguiamo? Il manico della borsa le è scivolato nell’abisso tra il braccio e l’avambraccio. Non è un caso. Una borsa portata così ti fa sentire più bella, ma rende stranamente ridicole tutte le altre. Corre troppo per me che ho deciso di mancare all’appuntamento.
Mi lascio superare e il cielo è di grappoli di nuvole.
Posso cercarti o ti arrabbi?
Caro diario. Oggi sono voluta andare dappertutto. Mi sono dimenticata delle lezioni di pianoforte, della bolletta e della mia amica Clara. Ho passeggiato su via Nemorense per dimenticarmi di quando c’erano i pruni fioriti. Ho chiesto indicazioni e seguito la direzione opposta. Mi sono seduta a guardare le foglie cadere mentre una signora mi raccontava la storia di suo figlio che lavora in America, ma presto ritorna. Sono andata alla stazione degli autobus per vedere le persone salutarsi.
In un bar per bere un caffè ho chiesto, invece, del succo di mirtillo perché ogni giorno, ogni piccolo gesto è la mia ridicola guerra per non essere come gli altri.
Sono uscita da lì con la bottiglia tra le mani e una piccola rom mi si è attaccata alle gambe. Le avrei potuto dare qualche carezza, mi sono chiesta se ne avesse bisogno, forse io più di lei. Voleva solo quella bottiglietta rosa di succo che avevo in mano.
Con l’invidia che si può avere per chi è felice in quel momento, al posto tuo, le ho lasciato quello che voleva e l’ho chiamata amore. È fuggita da me saltellando.
Caro diario. Mi sono ricordata di quando Antonio diceva che anche le mura ti sanno raccontare storie. Fissazioni da architetti. Io mi sono sdraiata su una panchina perché le mura dei palazzi sono grigie e mi danno la claustrofobia. Ho appoggiato l’orecchio sul legno sporco e scritto.
Ho sentito che mi diceva.
Dentro i clacson, in mezzo ad una rotonda, ho visto le loro vite. Ho scorso le notti di chi ha dormito qui, perso il conto dei baci del pomeriggio su questa panchina.
La città mi è sembrata l’Africa e queste voci la sua melodia.
di Alessia Rosati All rights reserved
Racconto vincitore del Concorso letterario “Cera di Cupra – La Città delle donne” 2011.
