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Michel Déguy - Sentito dire

Creato il 02 maggio 2011 da Ellisse

SENTITO DIRE

Il est vrai que chaque poème en toute langue attend (et même maintenant requiert) d’être traduit en toute autre  (M. D.)
È vero che ogni poesia e in ogni lingua aspetta (e chiede oggi) di essere tradotta in ogni altra lingua. (M. D.)

Michel DéguyIl titolo della raccolta da cui sono stati estratti i poemi è “Ouï Dire”, alla lettera “Sentito dire”, ovvero la “Voce” che  giunge… senza un criterio di verità. Se “quel che accade in poesia, è il trionfo della perifrasi e dell’equivoco - scrive Déguy – per la gloria dell’immaginazione”. Il pensiero poetico “esita tra” i nomi, il significato, il senso.

Déguy sostiene che la prima fase della sua poesia, fino a “Gisants”, potrebbe essere racchiusa sotto il paradigma “Ouï Dire”. “Nutrita di esperienze: viaggi e traduzioni” e altre voci: “sotto il segno di Holderlin e Heidegger”. Nella sua prima ispirazione “la poesia è fiduciosa, immediata”. E segnata dall’inquietudine che è la ricerca di precisione, di senso. La poesia di Déguy si costruisce anche su una sfida al senso. Perché la poesia è anche libertà, la libertà del bambino d’inventare parole: ecolalie, glossolalie, invenzioni musicali, onomatopeiche. E, al contempo, si carica di tutto il senso possibile, la forza della filosofia si dispiega nella bellezza della frase. Una poesia pensante.

“Se la stessa cosa si potesse chiamare ora con un nome ora con un altro, diceva Kant, nessuna sintesi dell'immaginazione potrebbe avere luogo. Tuttavia è quel che accade in poesia”. Dunque, c’è una “ragione poetica” come c’è una ragion pura filosofica. Una ragione la cui intelligenza sta dietro i fenomeni, pur essendo interamente nella sensazione, nei sensi.

Per Déguy, la poesia è compresa “nell’assioma di complementarità, l’associazione onda-corpuscolo, continuo-discontinuo”. Da un lato: “la prosodia, la logica, il continuo dei tropi”, dall’altro lato: “la rottura, la dislocazione, la dispersione stocastica” (1)





Visage comme il sort des broussailles
Dédoré végétal
Paré de lichens laid de terre
Terrestre un paysage avec jachère
Du chaume ça pousse
Ainsi la peau c’est le sol
*

Les yeux coulent encaissés
Passage de l’âme en ce défilé
Remontant de la perle à fleur d’être
Fontaines comme à Vaucluse
Inattendus paisibles
On les voyait passer tout le jour
Presque sans bruit
   …
*
Des maux secrets comme des hauts-fonds
Nous guérissions sans les connaître
Parfois au verso des paupières
Dans les plis de l’aveuglement
Les veines d’une vierge prévalent
*
Quai gris d’où tombe l’appât de neige
Le jour décline dans sa coïncidence
L’homme et la femme échangent leur visage
Le vin est lent sur le tableau
A passer dans son sablier de verre
Et l’artiste rapide au cœur par symboles
Doué de confiance hésite :
La pierre est-elle plus belle dans le mur ?
*
Remonte l’entropie sous l’os
Reviens hanter comme un amour
Sans violence la terre
Ce que je sais je ne le sais pas
En douce ubiquité plus fort que le mortel
Fantôme à mi-hauteur sous la lumière de l’élu
Mais à lambeaux de chair et de toile telle
Une mort sculptée du quinzième.
*
Écus de lumière au fond des ruelles leurs dernières
   oriflammes   
Le non sens de regarder dans la fête absente
Un visage oblong
   Forceps du temps au coin des yeux
Boucles d’acacias
   Les voix me parviennent
Mouvement des murs comme les bateaux se volent
La visibilité dans le port
*
Les rocs les fleurs les fleuves hantés de forme héroïque
Dieux hydrifiés pyrifiés hylifiés choses
Comment y eut-il corneille laurier
Qui sont-ils ce masque ce moulage d’homme
Dont le poème soupçonne la genèse sur son silence
Paraître fut mourir et l’immortel se retirait
*
Le corps lent qui fraye les rideaux de vide
Enfoncé jusqu’aux hanches en oubli
Une cagoule mince sur les yeux
Le corps phylogénétique le corps
Magdalénien médiéval corps fidjien romantique
Corps moderne géant analogue
Poème ô vocatif proportionnel
À cette enfouie distance : la perte qui sourd sum
La voici eau qui me parle d’abîme
Méandres son argent qui me parlent du centre et
Le feu de la nuit et les fleurs à côté
Femme au visage posé sur le sanglot
   Ô terre remise du chaos le poème
Parque pour sa tresse glane les brins
Que lui tendent des muses méconnaissables
*
À peine ouvre-t-elle trop ses lèvres par rire ou  
   bâillement son visage se perd dans la fosse des
   amygdales
Scrutant les muqueuses où s’abîme son nom l’amour
  glisse se raccrochant aux racines des seins Il se    
  baisse et des eaux du cercle d’anonymat saura faire
  remonter comme une nymphe la crase du fils vers
  l’intelligence
*
Il est besoin d’un lecteur d’un geste d’un papier
D’un miroir Tu es visage ma feuille mon échancrure
Je suis le tissu pour que tu sois mon vide La surface
Pour que froisse la main L’ aber où l’eau s’aiguise
Racine où le sol tressaille Ton blanc mon noir
Le creux pour ma difficulté le blanc pour que je sois
Ce dessin que je ne serais pas Tu es peau pour
Mon alphabet J’étais l’air pour que tu n’engorges
Alvéole pour que tu fusses arc
Oui dire, 1966

Viso come esce dai cespugli
Vegetale sdorato
Ornato con licheni sporco di terra    
Terrestre un paesaggio a maggese
Cresce dalle stoppie
Così la pelle è il suolo
*

Gli occhi incassati colano
Passaggio dell'anima in questa sfilata  
Che risale dalla perla a fior d’essere  
Fontane come a Valchiusa
Inattesi placidi
Li si vedeva passare tutto il giorno  
Quasi senza rumore  

*
Dai mali segreti come secche  
Noi guarivamo senza conoscerli  
Talvolta dietro le palpebre  
Nelle pieghe dell'accecamento  
Le vene d’una vergine prevalgono  
*
Lungofiume grigio da dove cade l'esca di neve  
Il giorno declina nella sua coincidenza  
L'uomo e la donna scambiano il loro viso  
A rilento il vino dipinto
Passa nella clessidra di vetro
Dritto al cuore per simboli l'artista
Fiducioso esita:  
La pietra è più bella nel muro?  
*
Risale l’entropia (2) sotto l’osso
Ritorna a abitare come un amore
La terra senza violenza
Ciò che so io non lo so  
In dolce ubiquità più forte del mortale  
Fantasma a mezza-altezza sotto la luce dell'eletto  
Ma a brandelli di carne e di tela come
Una morte scolpita del quattrocento.  
*
Scudi di luce al fondo di viuzze le loro ultime  
   orifiamme    
L’insensatezza di guardare nella festa assente  
Un viso allungato
   Forcipe del tempo all'angolo degli occhi   
Volute d’acacia  
   Le voci mi giungono  
Movimento dei muri come le barche si rubano  
La visibilità nel porto  
*
Le rocce i fiori i fiumi abitati da forme epiche  
Dèi idrificati pirificati ilificati (3) cose  
Come vi furono cornacchia alloro  
Cosa sono questa maschera questo calco d’uomo  
Di cui la poesia sospetta la genesi sul suo silenzio  
Apparire fu morire e l'immortale si ritirava  
*
Il corpo lento che apre cortine di vuoto  
Affondato fino ai fianchi nell’oblio  
Un misero cappuccio sugli occhi  
Il corpo filogenetico il corpo  
Magdaleniano medievale corpo esotico romantico  
Corpo moderno gigante analogo  
Poesia oh vocativo proporzionale  
A questa distanza nascosta: la perdita che sgorga sum  
Eccola acqua che mi parla d’abisso  
Meandri il suo denaro che mi parlano del centro e  
Il fuoco della notte e i fiori accanto  
Donna dal viso posato sul singhiozzo  
   Oh terra riparo dal caos la poesia  
Parca per la sua treccia spigola i fili  
Che gli tendono muse inconoscibili  
*
Appena apre troppo le labbra dal riso o    
   sbadiglio il suo viso si perde nella fossa delle   
   amigdale  
Scrutando le mucose dove sprofonda il suo nome l'amore  
  scivola e s’aggrappa alle radici dei seni Si    
  abbassa e dalle acque del cerchio d’anonimato saprà far   
  risalire come una ninfa la crasi del figlio verso  
  l'intelligenza  
 *  
C’è bisogno di un lettore una carta un gesto  
D’uno specchio Tu sei viso, mio foglio, scavo  
Io sono il tessuto perché tu sia il mio vuoto La superficie  
Affinché gualcisca la mano La foce ove l'acqua s’affila  
Radice ove il suolo trasale il Tuo bianco il mio nero  
Il cavo per la mia difficoltà il bianco perché io sia  
Questo disegno che non sarò Tu sei pelle per  
Il mio alfabeto Io ero l'aria perché tu non soffochi
Alveolo perché tu fossi arcata 
Sentito dire, 1966


da Michel Déguy, Donnant Donnant (Poèmes 1960-1980) - Traduzione e note di Alfredo Riponi (collab. G.Cerrai)
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(1) Per questa e le altre citazioni contenute nella nota: M. Déguy, prefazione a Donnant, donnant, Poésie/Gallimard, 2006
(2)L’entropia, intesa come passaggio dall’ordine al caos, è un processo difficile (impossibile) da invertire. L’imperativo categorico è un’esortazione a combattere il disordine
(3)Ilificati : La hyle è la materia indifferenziata comune ai corpi. Ilozoismo, concezione filosofica secondo la quale la materia è vivente e animata, dal greco Hyle (selva, bosco) e zoé (vita). “Tutto è pieno di dèi” (Talete).


per notizie biografiche e altri testi di M.Déguy v. qui e sul blog di Alfredo Riponi qui


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