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Modificare, reimpostare o abolire i Seminari?

Creato il 31 maggio 2010 da Federicobollettin
Una lettera, un questionario e tante domande
Carissimo Federico, 
sono don Andrea Brunelli, un tuo coetaneo di Verona.
Ti scrivo per un insieme di motivazioni. 
Il primo: ho letto il tuo libro Bianco e nera con grande interesse. 
Il secondo è che per chiederti se puoi rispondere a qualche domanda sulla formazione umana nei seminari. Mi interessa molto anche il tuo parere. Vorrei evidenziare alcune linee di formazione umana per i seminari maggiori, a partire dall'esperienza concreta dei preti. Questo lavoro mi sarà doppiamente utile, per laurearmi e soprattutto per il mio servizio di educatore in seminario maggiore. Ho già intervistato altri 37 amici preti che hanno poi preso altre vie, e devo dire che ci sono spunti da considerare attentamente.
Che ne dici?
Ti ringrazio dell'attenzione!
Caro Andrea,
ti ringrazio per la fiducia. Rispondo molto volentieri alle tue domande, che mi fanno ulteriormente riflettere, anche se, devo essere sincero, non so quanto riusciranno a "modificare" un'impostazione che personalmente non condivido. Comunque mantieni viva la speranza in un cambiamento!
IL QUESTIONARIO
La fedeltà alla vocazione sacerdotale si nutre anche di concretezza.
Quali gesti, atteggiamenti, buone pratiche permettono di restare fedele alla vocazione?

Mi sto rendendo conto che l'esperienza della vocazione è un'esperienza dinamica e in continua evoluzione. Per questo non possono esistere modelli statici, tantomeno una vocazione a quel sacerdozio che Gesù stesso ha fortemente criticato. Credo che ogni persona costruisce la propria vocazione, il senso cioè da dare alla propria esistenza, nella fedeltà con se stesso prima di tutto, realizzando gli ideali che scopre importanti, e verificando continuamente se le relative scelte vengono fatte nell'onestà e per il bene della comunità.
Con queste premesse, rimango fedele alla mia vocazione quando cerco di essere più onesto possibile con me stesso e mantengo fisso lo sguardo verso l'orizzonte (l'ascolto e la condivisione della Parola di Dio, meditazione e preghiera) che mi permette di camminare nella direzione scelta e desiderata, prevedendo però percorsi personalizzati.
Il celibato cattolico è sempre stato qualcosa di contrastato.
In base alla tua esperienza, cosa consiglieresti a un sacerdote novello? Ti va di fare qualche esempio riferito alla tua vita?

Ad un prete novello consiglierei di dare il giusto peso alla promessa di celibato fatta davanti ad un vescovo e a determinate e contingenti condizioni.
Caro prete celibe, se il tuo celibato volontario ti dovesse realmente aiutare a svolgere serenamente il ministero, favorendo relazioni libere e totale disponibilità, allora sei sulla tua strada, sii contento!
Se, nel corso della vita, il celibato dovesse diventare invece una palla al piede, la ragione di tanta aggressività e tensione interna, allora sentiti libero di iniziare una nuova fase della tua vita e della tua vocazione, che non esclude l'amore "particolare" per una persona.
Le relazione amicali sono importanti.
Quali relazioni amicali sono state significative nella tua esperienza?
Quali relazioni invece consideri negative?
Ti va di raccontare qualcosa in proposito?
Quali relazioni amicali consiglieresti a un prete novello?

La particolarità dell'amicizia è la reciprocità disinteressata e liberante. Le vere amicizie si contano sulle dita di una mano. Sia da celibe, sia da sposato, ho bisogno di amicizie, di persone con le quali confidarmi senza la paura di essere giudicato, di mostrarmi anche nelle mie fragilità, di ricevere e donare affetto senza possedere, abbracci senza stringere. E di sognare assieme in grande!
Conosco donne talmente innamorate (di alcuni preti) che sono disposte a rinunciare al riconoscimento pubblico del loro amore, anche per sempre, pur di non perdere i contatti. Io, ad esempio, da ingenuo, in alcuni casi mi sono fidato di un'apparente amicizia che in realtà mi imprigionava. Da cosa si può intravvedere l'ambiguità? Quando all'interno della relazione si insinuano gelosie, invidie, possessività, aspettative e delusioni.
Nei documenti pontifici sul seminario si parla spesso di maturazione affettiva.
In cosa consiste, secondo la tua esperienza, la maturazione affettiva?

Se ne parla molto, certo, soprattutto negli ultimi anni. Ma il problema è che una sufficiente maturità affettiva si raggiunge solamente attraverso delle riflessioni su esperienze fatte, compresi fallimenti e innamoramenti, trasgressioni, gestione dei conflitti e delle tensioni, comunicazione dei sentimenti, ecc...
La percezione-conoscenza della realtà dall'interno di un seminario è purtroppo riduttiva rispetto alla realtà reale. Per molti si tratta di un vero e proprio choc!
Una persona sufficientemente matura, e quindi in armonia con tutte le dimensioni della propria personalità, sa relazionarsi con gli altri, con tutti, con il diverso, con il "nemico", in modo equilibrato. Non regola il suo umore sulle frequenze delle aspettative, dei giudizi, dei sensi di colpa, scaricando aggressività e comunicando insicurezza.
L'attenzione posta alla maturazione affettiva non deve avere lo scopo di un maggior successo pastorale, come avviene nella logica del marketing. La possibilità di crescere in modo armonico, non soltanto intellettualmente, ma anche nelle emozioni, nella sessualità, nella corporeità... fa parte dei diritti fondamentali della persona umana.
Gli studi del seminario hanno portato il sacerdote a un certo standard di formazione intellettuale.
Di quel bagaglio di conoscenze apprese in seminario, quali hai trovato più utili nella tua vita pastorale?

Nonostante le conoscenze apprese, il mio baccalaureato (cinque anni di filosofia e teologia) conseguito in Seminario Maggiore di Padova, purtroppo non ha un riconoscimento statale, non posso insegnare nelle scuole attraverso un normale concorso.
Nella mia vita pastorale, sto prendendo molti spunti da teologi e biblisti conosciuti fuori dal Seminario. Da Ortensio da Spinetoli ad Alberto Maggi, da Josè Maria Vigil a Franco Barbero, da Mauro Pesce a Raimond Panikkar.
La formazione ricevuta in Seminario Minore (liceo classico) e Maggiore (filosofia e teologia) mi ha dato le basi per tentare un dialogo e confronto tra una linea ufficiale della Chiesa Cattolica e la vita, le riflessioni, i dubbi di molte persone che incontro. Le nozioni dunque, apprese in Seminario, col tempo diventano sempre più relative, nel momento in cui si scoprono visioni altre, nuove scuole di pensiero, di ricerca biblica e teologica, che chiedono capacità di sintesi e di stupore.
I documenti della Chiesa domandano al sacerdote di possedere un certo numero di virtù umane.
Quali virtù ritieni siano le fondamentali per un prete? Ne vuoi elencare cinque?

Virtù? Non sono abituato ad usare questo termine. Forse si può parlare di valori, capacità, attitudini...
Il ministero del prete, inteso come coordinatore, animatore di una comunità, richiede quindi una grande capacità di ascolto delle persone, di dialogo, di mediazione, di umiltà. Il tutto in un atteggiamento di servizio e di gratuità.
Inoltre vorrei ricordare come sia fondamentale l'impegno ad una coerenza tra vita privata e predicazione, per questo, a mio avviso, i valori più importanti sono l'onestà e la gratuità.
Il Cristo insegna allʼuomo la completezza dellʼumanità.
In base alla tua esperienza, cosa hai imparato dal modello di umanità di Cristo?

Proprio in questi ultimi mesi sto ammirando un nuovo volto di Gesù, leggendo e meditando il vangelo di Matteo assieme ad altri amici. Un Gesù che vive la sua umanità in pienezza, nonostante le false aspettative dei suoi discepoli che lo vorrebbero "Il Messia" annunciato.
Di Gesù mi colpisce il suo mettere al centro la persona, la sua storia, la sua particolarità. E mi colpisce anche la sua elasticità mentale, o meglio la libertà interiore ed esteriore, che non è fondamentalismo, che è anche trasgressione della legge quando serve. Nemmeno il radicalismo ascetico gli appartiene, nonostante sia stato alla scuola del Battista. Sto imparando da Gesù a non escludere a priori niente e nessuno, ricchi e poveri, destra e sinistra, perchè ogni esperienza, ogni persona è abitata da Dio.
Le figure educative del seminario sono molteplici: rettore, padre spirituale, vicerettori, professori...
Cosa consiglieresti a un formatore del seminario, per favorire una formazione completa dei seminaristi?

Secondo me, ogni ragazzo e adolescente deve crescere e formarsi in una famiglia. Con l'affetto e l'autorevolezza del padre e della madre e non con il controllo e l'autorità di figure istituzionali come il rettore di un seminario o l'assistente.
Il mio modesto invito è quello di far crescere ragazzi ed adolescenti nelle loro famiglie d'origine, nelle scuole pubbliche, lasciandoli vivere quelle situazioni di conflittualità e incomprensione che normalmente nascono all'interno delle famiglie e negli ambienti non protetti. I Seminari Minori andrebbero chiusi, quelli Maggiori, rivisti. La formazione biblica e teologica dovrebbe essere aperta a tutte le maggiori scuole di pensiero, anche a quelle non in completa sintonia con la dottrina cattolica. Dovrebbe inoltre guardare al dialogo interculturale, ai temi dell'ambiente, della politica, dell'omosessualità, ecc... Sento la necessità di una formazione globale perchè il prete dovrebbe rivolgersi a tutti, e non può rispondere con frasi da manuale o, peggio ancora, con pregiudizi o ignoranza. Ma ci vuole tempo, non a caso "prete" significa "anziano"!
Vita comunitaria? Se è imposta produce il famoso effetto contrario: illude il giovane che è bello vivere da celibi e supportati dall'amicizia dei compagni di classe e, una volta che il seminarista diventa prete e parroco, crea un rifiuto viscerale nei confronti di una fraternità presbiterale volontaria.

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