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MOUTHWASH - Mostra personale di Marco Useli

Creato il 27 ottobre 2011 da Roberto Milani
Marco Useli l'ho conosciuto di recente, durante le selezioni dell'ultima edizione del Premio Patrizia Barlettani. Rientrato a pieno titolo nei trenta finalisti, lo ritrovo ora con questa sua personale.
Intelligente ed innovativo, ha tutte le carte in regola per giocare la partita dell'arte. Da scoprire!
MOUTHWASH - Mostra personale di Marco UseliMOUTHWASH persnale di Marco Useli
Caseaperte Ass. Culturale Bologna
5 nov - 04 dic. 2011
Il rullo - opera prima di Marco Useli. Il rullo creato su misura, cosi da contenere l’assoluta fiducia dell’artista, che affida la sua mano, la sua azione, la sua ispirazione a questa ruota cilindrica che rappresenta il ciclo chiuso tra idea – atto – strumento - opera.
Da quando Pollock concepì il prodotto artistico come azione, come processo e posizionò la tela nei suoi piedi e non davanti agli occhi, ebbene, è da allora, nei non tanto lontani anni ’40 del secolo scorso, che il quadro affida la propria esistenza a un atto di creazione istantanea che si dà senza particolari architetture, ma s’incarna nell’immediato, trasformando il tempo in processo liberatorio dell’espressività interiore. La struttura, la composizione si voglia chiamare, ora è in funzione del tempo e non più il contrario, come accadeva nelle forme classiche di composizione artistica.
Detto ciò, vogliamo precisare che l’azione, comunemente chiamata improvvisazione, non è mai totalmente casuale, né nel campo artistico, né nella quotidianità. Il punto d’incontro tra casualità e intento è, a nostro avviso, la base dell’operato artistico del giovane creativo Marco Useli.
Useli stesso afferma che è la sua mano a indirizzare lo strumento, a guidarlo verso un risultato che, però, il rullo “fa da sé”. L’immagine è costruita da elementi stabiliti, imposti, come la velocità del gesto, la quantità e la consistenza del pigmento, la direzione dell’azione ed elementi casuali, prodotti dal mezzo, che danno l’esito formale. La collisione tra questi due elementi produce l’unicità, l’autenticità dell’opera.
Questa è la tecnica stilistica che Useli mette in atto con una precisa filosofia di pensiero: esplicitare per bandire, anche metaforicamente, “la sindrome dell’apparenza”, “la voracità della consunzione” tramite l’”elogio del rullo”. Queste definizioni, prese in prestito dal migliore conoscitore dell’artista, il filosofo F. Brotzu, sono cardini dell’operato di Useli.
Si rende necessario, a questo punto, condurre il discorso con la simbologia specifica scelta dall’artista e tramite i quattro elementi che la rappresentano: il rullo; il dente; il batterio; il collutorio.
Perche questa morfologia stomatologica?
“La super-fluo-re-scenza del sorriso-maschera continua a stridere, mentre gli strumenti affilati del sorriso vengono erosi dell’interno.” Le parole di Brotzu sono incisive. La facciata, il sorriso-maschera è la nostra interfaccia, ciò che condiziona il nostro rapporto con il mondo esterno, ciò per cui siamo stati definiti da Seneca “animali sociali”, quelli che non sono fatti per vivere da soli.
Ebbene, l’interfaccia, l’apparire nel XX sec. è diventato il senso dell’esistenza, la determina e la condiziona. Il suo carattere “bidimensionale”, esteso solo in superficie, porta a una assoluta carenza di contenuto che, una volta trascurato, tende a degradare ed è destinato alla rovina, dal momento che tutte le cure sono impegnate alla “manutenzione della facciata”.
Abbandoniamo ora il discorso teorico per osservare le immagini stesse.
“I molari” in serie POP, inseriti in ambienti DECO, in tonalità espressioniste sono sempre formalmente riconoscibili, nonostante i “giochi” stilistici dell’artista. L’intera raffigurazione è compresa in una passata di rullo dove contenitore e contenuto coincidono. L’ottenimento della forma perfetta, assoluta, con un gesto solo è la preoccupazione motrice di Useli, che produce numerose serie dello stesso soggetto alla ricerca del gesto preciso che porta alla purezza della forma. La scelta del “dente” è intenzionale in quanto tradotta nel visionario dell’artista come una “bomba”, una “capsula” vibrante, pronta a esplodere e abbandonare violentemente il proprio contenitore. I pigmenti freschi, materici, di colori shocking e di consistenza gommosa sono a servizio di questa forma ”scoppiettante”, la riempiono di un contenuto sostanzioso che gonfia la superficie.
Tutto questo – dinamismo, tridimensionalità, perfezione lineare – è ottenuto con un solo gesto, una sola rullata che completa l’opera tramite un’improvvisazione calcolata.
Introduciamo questo ossimoro per evidenziare come il rullo passa, ottiene la forma perfetta del molare, e poi l’ingrandisce come una lente, gonfia l’immagine per enfatizzare, rendere quasi trasparente la superficie e quindi scoprire al di sotto “il contenuto marcio”. Il male è raffigurato da Useli con l’immagine del batterio che attacca il dente, le gengive che si infiammano in tensioni muscolari tradotte in immagini che ben ricordano il becco, il denticolato, il bifacciale in selce delle lame preistoriche.
Non a caso l’artista si riferisce alle raffigurazioni delle pietre taglienti, i primi manufatti che sostituiscono i denti, l’unica arma delle bestie, e ai disegni anatomici dei muscoli sollecitati. Entrambe queste forme esigono una maestria della mano, una precisione grafica che va a dialogare con l’istantaneità della rullata.
Nei lavori chiamati “Gengivite” e “Amnesia” il male, l’irritazione, sono costruiti da netti tratti grafici, precisi e taglienti come la punta preistorica, come il “mal di denti”.
Non a caso il disegno classico, che tradisce la frequentazione dell’Accademia fiorentina da parte di Useli, ritrae forme naïf, primitive, per raccontare il “fantastico mondo del batterio orale”, per dirla con Useli,. L’azione del bacillo ha un andamento preciso: dalla distruzione del dente passa a quella della gengiva fino a intaccare l’apparato digerente. Per assurdità l’art brut del germe infettivo è illustrata con l’armonico tratto classico della grafica per ironizzare e denunciare il risultato della cattiva igiene che porta, in definitiva, a un cattivo rapportarsi con gli altri.
Ebbene, come al male si rimedia con la cura, all’esasperato dettaglio grafico si rimedia con la rullata liberatoria.
La cura, “il liquido della salvezza”, per citare Useli, è identificato nella lunga serie di raffigurazioni “Mouthwash”. Il colluttorio, come ben si sa, è un rimedio provvisorio, che agisce solo in superficie e, dunque, non è altro che la manutenzione della “facciata”.
Il fatto che la maggior parte dei consumatori abituali di “mouthwash” lo utilizzi in una fase terminale del problema ci consente di capire quanto il comportamento egoistico della società sia arrivato a un punto critico. Tutto ciò non mi distoglie dalla volontà di immettere sul mercato un prodotto del quale è già nota la dubbia efficacia.”
La posizione di Marco Useli è chiara e ben sintetizzata in questo passaggio. Una scommessa fatta con mezzi artistici. L’iconografia originale, fortemente metaforica ma di associazioni immediate, contiene un discorso etico che va ben al di là e “al di fuori” della cavità orale e che vogliamo lasciare all’accorta posizione filosofica di F. Brotzu.
La bottiglia, proposta in svariate soluzioni stilistiche per “sfruttare” al massimo la pittura, come afferma Useli, è solo il contenitore, la cornice del prodotto, dell’opera stessa, della rullata o, meglio ancora, della denuncia. Una denuncia che ha il colore dell’accusa -rosso fiammeggiante o fucsia elettrico - che con l’immediato effetto percettivo funge da segnalatore, da “semaforo rosso” per fermarsi e affacciare il problema, tanto evidente ma tanto trascurato, della caducità dell’essere.
Il collutorio rimane, in sostanza, un risciacquo, l’ennesima rullata che sottolinea lo schema mentale più comune dell’uomo contemporaneo: la figura carismatica di immediato impatto mediatico che si imprime nella coscienza comune, anche se destinata a deteriorarsi in breve.
Concludiamo con le parole di Fabrizio Brotzu che, a nostro parere, la dichiarazione artistica di Useli stesso, perfettamente intuita dal filosofo:
“ Io passo sulla tabula rasa come un rullo compressore, nel tentativo di comprimere gli strati in una superficie organica che rappresenti il mio significato, questo dice l’uomo, e io in parte faccio questo, dice il pittore.”
Denitza Nedkova 15/10/2011

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