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Move in on

Creato il 30 gennaio 2016 da Leggere A Colori @leggereacolori

Aspettavo, questo è vivere. Ho preceduto qualche battito di occhi pieni di futuro, questo è sognare. Ho fatto uno spazio mio, ci ho appeso un cartello che ve lo dicesse e son rimasto solo. Questo è diventare grandi. Ho ascoltato e letto alcune persone, ho guardato i confini dall’altra parte e ho visto quanto, da lì, siano ridicoli, ho visto che se non li vedi con un po’ di coraggio ci passi attraverso permettendo a ogni direzione di diventare importante. Aspettavo, aspettavi anche tu. Dall’altra parte. Dietro una scia di passato, una scia di cose soltanto aspettate. E poi, c’è un momento che stringi ché vuoi vedere quello che ti resta, al momento. In tv passa Barbara D’Urso, in libreria ci sono le storie bellissime di Baricco, in palestra l’istruttrice si muove quasi perfetta come potrebbe sul divano di casa tua, sui social ci sono i talenti incompresi che rastrellano “mi piace”, una volta l’anno ci sono gli Oscar, passano i famosi i ricchi e i belli: sì, ma adesso stringi.

Va bene, siamo davanti a una parete di interruttori e tutto può essere acceso o spento. Abbiamo bisogno di gestire la corrente, dentro e fuori, i cali di tensione. Abbiamo bisogno di garantire a qualcuno il minimo indispensabile, di arrivare e sparire all’improvviso grazie a un tocco, di essere noi e in forse. Abbiamo bisogno di far andare le cose da un’altra parte senza spostarle, di tenerci a portata. Aspetti e poi accendi, spegni, accendi, spegni. Questo è scegliere l’amore, il tuo punto di partenza e la tua destinazione, sia che scegli il percorso Eco, quello che evita le strade principali o quelle sterrate, quello più veloce, quello più breve. Sempre. Muovi il dito insicuro su “spento”, spendi entusiasmo su “acceso”. Solo così è vivere.

Ti accendo, meno calci agli spigoli, niente mani stese in avanti e passi corti. Smetto di lasciare i segni delle dita sul muro. Sei luce per capire chi sono, per farmi stare in equilibrio più a lungo su questa Ferrari povera in movimento che è la terra. Ti accendo per leggerti il labiale, per sapere dove fermarlo, toglierti i capelli persi appiccicati al maglione che devi ancora perdere, per guardarti e metterti nel mio tragitto. Per scoprire tutti i fatti i tuoi da quegli occhi discreti. Ti accendo per diventare un campione nel trovare le differenze tra te e tutti, per ridurre il fabbisogno elettrico domestico, per saltare le cose che si possono e arrivare dritto al punto, sorriderci sopra prima di collassare anche sopra le felicità. Tu accesa sono io oltre la paura, anche se forse non conviene più convincersi di una versione di qualcosa. Ti accendo perché di buio ne faccio già troppo io.

Ti accendo e facciamo gli ascensori io e te, un po’ per per uno, un po’ nell’umore un po’ nel letto finché non ci blocchiamo per colpa di qualcosa di intelligente da dire, di un anello da sfiorare, di un pensiero da rubare da un sospiro. Ti accendo perché solo così si accendono gli “ancora”. Sputa quello che volevi dire, stringi quello che volevi sfiorare. Le mezze misure un’altra volta o ad altri noi. Accendi, spegni, accendi, spegni. Passano i famosi ogni tanto da queste parti, passano gli anni con poca pietà, i ricchi e i belli: sì, ma adesso stringi me. Ti accendo.




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