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Murakami Haruki: la Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie

Creato il 26 giugno 2012 da Dietrolequinte @DlqMagazine
Postato il giugno 26, 2012 | LETTERATURA | Autore: Graziana Garofalo

Murakami Haruki: la Fine del Mondo e il Paese delle MeraviglieQuesto libro è spezzato in due. Tutto è spezzato in due, a cominciare dal cervello. L’emisfero destro dall’emisfero sinistro, la coscienza dall’incoscienza, la fine dall’inizio, la vita dal sogno. Due storie corrono lungo gli stessi binari, due storie apparentemente disarticolate tra loro, ma profondamente legate l’una all’altra. Il personaggio della prima vicenda narrata da Murakami Haruki è un “cibermatico” che vive a Tokyo. Il personaggio della vicenda parallela è un uomo senza memoria. Il primo traduce e cripta codici per l’esperimento di un folle scienziato. Attorno a lui gravitano figure femminili, che sembrano indirizzarlo verso un preciso destino. Il secondo vive nella dimensione onirica di un paese senza tempo. Un paese incantato e fiabesco. La prima storia risucchia l’altra e viceversa, come in uno strano vortice d’acqua continuamente capovolto. Una dimensione sconfina nell’altra, a gioco alterno, tra un capitolo e l’altro, senza incontrarsi mai nella stessa pagina. Il punto d’incontro tra dimensioni parallele sembra impossibile, e tutt’al più lo si può solo immaginare, correndo il rischio di sparire per sempre. Sì, perché l’incontro, l’incrocio, la connessione implicano una perdita, un rischio. La mente umana è una terra che immaginiamo neutra, eppure è un mondo definito. Se una botola c’è, se una connessione c’è, potrebbe assumere l’immagine di un placido lago al di là di un bosco, un lago senza onde, senza vita, un punto morto, una dissolvenza continua e fagocitante. Oppure, di un sinistro laboratorio, un opificio improbabile del senno, un luogo sotterraneo e cavernoso, situato nel ventre di una caotica Tokyo ipermoderna.

Murakami Haruki: la Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie

Il leitmotiv è sempre lo stesso: è necessario scendere. Sprofondare. Discendere gli inferi e misurarsi a tu per tu con le proprie paure. Inabissarsi nel sottosuolo, un sottosuolo che strizza l’occhio all’immaginazione perturbante di un possibile Viaggio al centro della Terra, ma qui trasfigurato esplicitamente in un viaggio al centro della propria coscienza. Un viaggio da cui sarà impossibile ritornare, forse. La lettura di questo La fine del mondo e il paese delle meraviglie (edito da Einaudi e tradotto in italiano da Antonietta Pastore) procede spedita, s’irradia come un ventaglio giapponese, mettendo in gioco mille combinazioni. La mente crea trappole, costruisce città-prigione, da cui è impossibile fuggire. Un gioco pericoloso tra razionalità e anomalie, una sfida labirintica degna d’un Montecristo tutto calviniano. E poi ci sono gli unicorni. Elemento indispensabile affinché la simbologia di tutto il romanzo inizi a danzare, e a configurarsi entro una certa armonia. Il teschio di un unicorno apparso nella rumorosa realtà di Tokyo diventa una sorta di radiotrasmittente che fa sobbalzare il lettore tra finzione letteraria e veritiera lettura dei sogni. L’indagine del personaggio/scrittore non è voluta; è piuttosto una comprensione fatale, una di quelle già scritte, dimenticate e riscoperte. Mai per caso.



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