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È passato qualche giorno dal terremoto politico che ha sconquassato il panorama nazionale. Ma oggi non mi voglio soffermare su sofismi politici: a questo hanno già pensato giornalisti più qualificati del sottoscritto. Voglio parlare della sconcertante rivelazione che ci propinano i muri ogni qualvolta siamo chiamati alle urne. Sì, i muri.
Ecco, è giunto il momento di volgere il nostro sguardo ai muri: ci sono state le elezioni e ci siamo orientati nell’apporre la crocetta con un viso. E i muri sono lì per insegnarci e educarci al voto. Austeri muri in mattone, cemento, intonaco; glabre distese in profilato industriale, lamiera zincata, carton gesso. Questo è lo straordinario album fotografico della grande e gaia famiglia dei candidati a governare il nostro futuro. È davvero immensa la fiducia che il personale politico riversa nella propria immagine. Pare che tutto ciò che valga la pena comunicare agli elettori sia il proprio volto come se ciò che gli elettori andranno a votare sarà una faccia, non un sindaco o un consigliere.
Non ho visto nessuno raccogliere capannelli di cittadini intorno a sé per convincerli della concreta bellezza della propria “Idea”. Nessuno mi ha avvicinato per prenotarmi un esame clinico o per spiegarmi su come sia davvero possibile una sanità umana, efficiente e efficace. Niente ricette economiche, nè teoremi di ecosostenibilità. Niente di tutto questo. Sono tutti lì, appesi ai muri a mucchi, a mostrarmi il loro muso per ingiungermi di presceglierlo con l'ausilio di uno slogan.
Perché l'idea pare che sia questa: se un buon slogan fa vendere la peggio porcheria, può far vendere anche la mia faccia. Questa è l'idea di politica, di coscienza democratica, di volontà popolare che i muri della città mi invitano a considerare. E io li ho guardati in faccia i candidati, uno a uno, e qualcosa ho imparato.
Ecco la sconcertante rivelazione: la campagna elettorale è pura, drammatica lotta di classe. Oggi assai più che ai vecchi tempi, anche se in modo difforme da allora. Perché è lotta non di partiti di classe, ma di candidati. I quali si dividono nelle seguenti classi: milionari, benestanti e taccagni. Facilmente riconoscibili in base non a parole d'ordine - gli slogan sono equipollenti in modo inquietante - ma dall'elaborazione dei loro ritratti: i milionari sono stati elaborati da una affermata agenzia di immagine, i benestanti da una sedicente agenzia di immagine, i taccagni dal nipote o dal figliolo con il pallino del computer.
Dal manifesto altamente sofisticato, frutto di studio e applicazione di professionisti, a quello pateticamente di basso costo, a quello fatto in casa, o in ufficio nella pausa pranzo. Sarebbe di una certa eleganza che gli elettori fossero informati circa i danarosi sostenitori di coloro che potrebbero votare. Così, tanto per capire. Allo stesso modo per cui quando vediamo in TV le previsioni del tempo, sappiamo contestualmente che ci sono state fornite con il supporto di una marca di pasta o di scarpe, quando ammiriamo la faccia di un candidato sarebbe di una qualche utilità scorgerne al fianco i marchi e i nomi dei suoi sponsor.
Tutto questo ho pensato. E l’ho scritto, pensando che potesse essere regola certa anche per i giorni a venire. Più soldi uguale vittoria assicurata e potere immediato. Tutto questo pensavo. Poi, persone in piazza vestite di arancione mi hanno instillato concreti dubbi...
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