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"Natale con semplicità" un dono da Fiorella

Creato il 18 dicembre 2012 da Fine

Ciao a tutti, eccoci tornate per riempire il fondo del vostro albero natalizio, un nuovo regalino per voi, ad allietare questa serata sarà una persona che da poco collabora con "Alla fine del sogno", ma sicuramente non è conosciuta per questo :P


Bene, senza tirare troppo la corda, andiamo a scoprire di chi si tratta...

Rigoni Fiorella nasce nel 1969. Nel 2010 un suo racconto breve è stato pubblicato sul libro 365
STORIE CATTIVE. A settembre 2011 la rivista digitale Altrisogni ha pubblicato il suo racconto intitolato DUE GIORNI. A dicembre 2011 è uscita l’antologia horror NEL BUIO edita da Dbooks dove è presente con il racconto ASPETTANDO LA MORTE. A fine dicembre 2011 è uscito il suo primo romanzo MINON, edito da Ciesse Edizioni, scritto a 4 mani con Alexia Bianchini. Nel 2012 ha partecipato all’antologia D-DOOMSDAY edita da Ciesse, poi è uscito in e-book il racconto horror LA RACCHIA edito da Sogno Edizioni. Il suo sito: http://www.fiorellarigoni.it/

Ed ecco a voi il suo splendido regalo!
Il buio avvolgeva il maniero e il silenzio era totale.
L’eterea presenza svanì lungo il corridoio. Nessun rumore accompagnò la sua dipartita.
Appariva di tanto in tanto, vagando per le stanze del vecchio castello. La sua presenza inquietante rendeva la vecchia dimora un posto non gradito ai più. Eppure la bella fanciulla non faceva nulla di male, si limitava a percorrere le grandi camere senza proferire parola, almeno fino alla vigilia di Natale.
Il signor Bonti, l’anziano proprietario, si era abituato a vederla. Erano solo tre anni che vi abitava stabilmente, ma non credeva alle tante chiacchiere che la gente del paese faceva sul fantasma.
Non aveva mai udito rumori molesti, nemmeno le grida orribili che parevano funestare l’aria nella notte di Natale. Forse però ciò dipendeva dal fatto che il periodo delle vacanze natalizie lo passava in casa della figlia, in compagnia dei quattro nipotini. In verità questo era il primo Natale che trascorreva nella vecchia magione, ma la cosa non lo spaventava affatto.
La bellezza della giovane era notevole e lui se n’era invaghito. Il viso scarno e pallido dell’evanescente figura rispecchiava la tristezza che ne pervadeva l’animo. Si diceva fosse Angelica Monfredi, l’unica figlia del conte Monfredi, colui che aveva fatto costruire la vecchia dimora nel lontano 1850.
Era morta in modo orribile nel 1875 all’età di 20 anni, pochi giorni dopo l’annuncio del suo fidanzamento.
Il vecchio signore aveva cercato ogni informazione possibile sulle famiglia Monfredi. In particolare su Angelica, ormai diventata una presenza costante nella sua vita, ma non aveva trovato molto. Le notizie di quell’epoca erano frammentarie.
Nelle lunghe notti insonni aveva provato a interrogarla ma la sfuggente figura non aveva mai risposto alle sue domande. Il suo bel viso si era rabbuiato mentre svaniva per cercare di scappare alle insistenze con cui l’uomo la circuiva. Il corpo di madamigella Angelica era stato trovato nella biblioteca la vigilia di Natale. La ragazza era seminuda. Le avevano legato le mani dietro la schiena e la sua pelle presentava ferite ovunque.
Il viso era stato orrendamente sfigurato e le era stata strappata la lingua. Chiunque l’avesse ridotta in quel modo doveva volerle un gran male.
La servetta che l’aveva rinvenuta era scappata urlando. L’avevano trovata mentre vagava sul sentiero che portava al paese dopo un paio d’ore. Aveva gli occhi sbarrati e recitava il rosario in preda alla disperazione.
Il padre non riusciva a darsi pace per l’accaduto. La madre invece era corsa in chiesa a pregare certa che la scomparsa dell’amata figlia fosse da imputare al diavolo in persona.
Il corpo di Angelica era stato ricomposto e adagiato nel suo letto per la veglia funebre. Il viso era stato celato da un velo scuro e le sue membra devastate erano state coperte dal suo più bell’abito.
Accanto al letto erano stati accessi quattro enormi ceri che spandevano la loro tenue luce donando alla stanza un aspetto spettrale. La gente del paese era accorsa al capezzale della poveretta più per curiosità che per altro. Quelli che entravano nella stanza si facevano il segno della croce e mormoravano preghiere in tono dimesso, ma i loro occhi saettavano in ogni dove incuriositi.
Le pettegole erano arrivate a frotte solo per sbirciare la vecchia dimora a loro proibita. Il loro brusio si levava nei corridoi come un fastidioso sottofondo.
Il conte, alterato dalla poca comprensione che denotavano le comari, le aveva raggiunte sbraitando e gesticolando.
«Andatevene!» aveva tuonato con il suo vocione. «Lasciate che l’anima della mia povera bambina lasci la propria dimora in pace! Tornatevene alle vostre case e rispettate il nostro dolore» le aveva redarguite mentre si avvicinava a grandi passi al capezzale della morta.
Al cospetto della figlia era scoppiato in un pianto amaro. La sera era scesa presto, ammantando il maniero con la sua scura coltre. Solo i ceri erano rimasti accesi e il silenzio era divenuto greve.
L’uomo era rimasto a vegliare il corpo da solo. La moglie, rientrata dalla chiesa sul far della notte, si era tenuta in disparte, piangendo le sue lacrime lontana dalla figlia. Ma allo scoccare della mezzanotte l’aria era stata squarciata da un urlo raccapricciante. L’anima di Angelica si era librata sopra al letto e aveva preso a gridare a squarciagola, facendo rabbrividire gli abitanti della magione. L’eterea presenza si era aggirata per la stanza volteggiando sospesa nell’etere. I lunghi capelli le mulinavano attorno al capo, mossi da una brezza invisibile, mentre la veste si gonfiava attorno alle sue carni in modo abnorme. Il bel viso era deturpato dalla rabbia che ne alterava i lineamenti. Le mani artigliavano il vuoto protendendosi verso il padre, nel tentativo di ghermirlo.
«La mia prematura dipartita peserà sulla vostra coscienza come un macigno. Maledico il giorno in cui mi avete generata e maledico la vostra misera esistenza! Se non fosse stato per le vostre brame di potere io sarei ancora viva e invece il mio corpo martoriato giace su quel giaciglio e la mia anima sarà legata a questa casa per l’eternità. Voi mi avete consegnato a quel mostro e d’ora in avanti io vi tormenterò con la mia presenza senza darvi tregua, accompagnerò la vostra esistenza finché la morte non vi troverà e assisterò al vostro ultimo respiro con immenso piacere!» enunciò il fantasma avvicinandosi pericolosamente al conte. «Questo sarà il mio regalo di Natale per voi, padre».  La vecchia pendola batté il primo rintocco. Il signor Bonti alzò lo sguardo dal libro. Il fantasma era già svanito oltre l’uscio della biblioteca da parecchio. L’aveva invocato alcune volte, come al solito, ma lei era svanita in fretta.
«È Natale, mia bellissima Angelica, speravo nella vostra clemenza stasera. Magari che vi fermaste un po’ ad ascoltare questo vecchio in vena di confidenze» disse chiudendo il tomo.
L’urlo lo investì lasciandolo a bocca aperta. Un brivido di paura gli scese lungo la schiena mentre una corrente gelida s’insinuava nella stanza.
La dama apparve davanti al camino. I capelli erano scompigliati e la veste fluttuava nell’aria ghiacciata. Il suo bel volto era divenuto un ghigno malefico, le sue mani erano contratte e parevano pronte ad artigliarlo. In un attimo gli fu addosso. L’orrore si dipinse sul viso dell’uomo mentre il suo affaticato cuore batteva all’impazzata. La paura lo strinse nella sua feroce morsa e quando l’eterea presenza gli fu davanti strabuzzò gli occhi. Il sangue pompava furioso nelle sue vene, troppo veloce per quel corpo stanco e malato.  Fu questione di un attimo, il cuore fece le bizze e il suo respiro si fece rantolo prima e assente un attimo dopo.
Il corpo ormai senza vita si accasciò sulla poltrona come una vecchia coperta malandata.
La crudele risata di Angelica riecheggiò nella stanza e accompagnò l’ennesima dipartita.
«Buon Natale, signor Bonti» sibilò la dama svanendo nell’aria.


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