Sara Rattaro ha una scrittura delicata, pesa l’equivalente di una piuma nonostante i macigni delle storie che racconta. Le tematiche che affronta sono sempre incandescenti, spaccano il cuore e mettono in subbuglio l’anima, ti rincorrono e non ti lasciano andare, perché ti si avvinghiano attorno e non ti danno scampo, e le lacrime pretendono di uscire, tuo malgrado. In particolare, questa storia ti annienta perché siamo poco avvezzi a sentire di padri che lottano per i propri figli sottratti da madri senza cuore. Perché di madri senza cuore è pieno il mondo, ma pare che il mondo per primo faccia fatica a riconoscerlo, quasi a volerne tutelare a tutti i costi l’immagine salvifica e a tratti angelica che neanche i più efferati delitti degli ultimi anni sono riusciti a scalfire. Sara, durante la presentazione del libro ad Assisi, è stata chiara: la scelta di riservare alla madre il ruolo della cattiva non è voluto e non risponde ad alcuna logica volontaria di sessismo inverso, eppure io ci ho voluto leggere una fortissima presa di posizione: essere madre non significa poter godere di una superiorità genitoriale a prescindere. Ma l’aspetto principale su cui ruota l’intero impianto narrativo sta nella necessaria presa di coscienza del fatto che troppo spesso continuano ad essere i figli a pagare il prezzo più alto per i capricci di individui che, forse, i genitori non avrebbero dovuto mai diventarlo, e per questa distorsione sembra non esistere soluzione, a mio avviso.