La personalità di classe – come qualunque insegnante ben sa sin dal suo primo anno di servizio – esiste, è unica e profondamente soggettiva. Nei suoi oramai lunghi anni di carriera, la ‘povna ne ha dunque incontrate di diversissime, ciascuna con i suoi pregi, difetti, peculiarità, idiosincrasie. C’è tuttavia una differenza di base che consente di dividerle in due gruppi (e che permette anche al professore di capire, da pochi tratti rapidi, con chi avrà a che fare). La ‘povna si riferisce a quelle che chiama, rispettivamente, classi “a porte chiuse” e “a porte aperte” – indicando con questo l’atteggiamento verso i compagni, la scuola, il mondo, del gruppo cui si trova a insegnare.
La classe a porte aperte (che è anche maggioranza), nomen omen, è sostanzialmente estroflessa: i modi di declinare il proprio sguardo centrifugo, così come le cause, possono essere moltissimi, ma tutte sono accomunate dalla tendenza a spostare il baricentro della propria vita scolastica dall’aula al corridoio. I ragazzi delle classi aperte, al mattino, prima della campanella, si radunano alle macchinette, all’intervallo corrono verso il cortile. I suoi componenti conoscono tutti gli alunni , e apprezzano sempre molto la possibilità che qualcuno dei compagni di altra sezione o classe bussi alla porta della loro aula, portando un vento di novità e di pausa che spezzi opportunamente la lezione. Erano estroflessi, nell’esperienza della ‘povna, i Bufali dell’Orda (per i quali l’abitudine a sciamare fuori aula rifletteva, e ancora riflette, tutti i limiti di una mancata unione). Ma lo erano anche i Maculati, tutti (che però, coerentemente con la loro natura bizzarra e affettuosissima, avevano declinato questa loro modalità accogliente attraverso l’esibizione di uno scodinzolio entusiasta ogni volta che qualche ex alunno della ‘povna faceva capolino da una porta sempre spalancata perché rotta, chiedendo di poter partecipare, così, da esterno, a un’ora di lezione).
La classe a porta chiusa, va da sé, è marcatamente situazionista. Centripeta e concentrata sull’identità di gruppo, esiste più raramente, così come raramente è consapevole di questo suo atteggiamento – e tuttavia si riconosce da una serie di caratteri inconfondibili e distinti, che chiariscono (e fin da subito) una certa complessità di relazione. La ‘povna di classi a porte chiuse, per la verità, ne ha avute parecchie. Lo era la sua prima e amatissima Terza; lo erano sicuramente i Cuccioli (che passarono un anno indimenticabile e bellissimo asserragliati nella loro aula minuscola, sotto lo sguardo vigile della ‘povna e di Snape); lo erano (a loro modo) i Matti, anche se declinavano questo, come tutto il molto resto, nella modalità folle che era loro peculiare. Lo era – ma c’è bisogno di dirlo? – ovviamente l’Onda (che nel giorno degli addii fino a allora inespressi barricò loro stessi e la ‘povna in un’aula caldissima e a tenuta stagna, tappando porte, vetrate e finestre perché le parole che si sarebbero detti fossero solo e solo loro). Così come lo sono i Merry Men. La ‘povna aveva già avuto modo di accorgersene da una serie di altri fatti (per esempio: lo sguardo bieco con cui accolgono una interruzione qualunque, specie se di delegazione di ex-alunni), che smentiscono, nonostante le apparenze, il loro modo rumoroso di essere nel mondo, suggerendo che dietro il loro acufene permanente si nasconda un desiderio di calma che loro stessi probabilmente, non saprebbero di avere. Ma ne ha avuto la conferma in una serie di giovedì mattina presto (giorno nel quale lei ha l’onore di cominciare con i suoi uomini del bosco la lunga mattinata di scuola). Sono oramai diverse settimane, infatti, che la ‘povna, percorrendo a grandi passi l’ala della scuola dove è nascosta l’aula, sa che loro la aspettano già barricati dentro (come – di nuovo: c’è bisogno di dirlo? – faceva sempre l’Onda). Ma non basta. Aprendo la porta, infatti, la ‘povna li trova, tutti, immersi nel buio più profondo. La testa sulle braccia, le braccia sul banco, addormentati e sognanti come angeli bambini.
“Un po’ di silenzio prima di cominciare, è tanto bello, professoressa” – le hanno spiegato, timidi, riuscendo per la prima (e unica) occasione a sussurrare.
E la ‘povna – che sa che i segni esistono perché qualcuno li possa interpretare e li capisca – non ha dubbi. La risposta, ancora, lei non è riuscita propriamente a trovarla. Ma questo vuol dire qualcosa.
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