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No easy way out (in everlasting memory of Marco Pantani)

Creato il 14 febbraio 2011 da Bellocks

no easy way out (in everlasting memory of Marco Pantani)

foto:flickr

 

Stasera appenderò i guantoni al muro e farò di nuovo finta di avere vinto. Mi accenderò una cicca e mi avvierò lento verso la porta a vetri dell’ingresso. Me ne starò lì a guardarti, in silenzio, mentre la pioggia mi picchierà sulla faccia - di nuovo - tutte le sconfitte di questo mondo. Forse una camomilla potrà servire a rimettermi a letto prima del solito, forse una camomilla è davvero il modo più economico di spegnere il cervello. Stasera non c’è bisogno di smorzare la luce, stasera i fari del circo sono così violenti che la gente accorre numerosa. Alla gente piace il circo perché fa il sorriso facile, la gente insegue lo spasso per sentirsi nel mazzo. A volte si spreca del tempo fissando il soffitto, alle volte il soffitto non basta e bisogna pur affrettarsi nella vita degli altri. La vita degli altri è un gatto che t’insegue nel cesso, la vita degli altri sono crocchette al pollo che non bastano mai. So che mi fregherai - un bisogno ti frega sempre - so che farai carte false e pianti isterici e grida scomposte fino a quando non l’avrai vinta. E’ con disarmante superficialità che ci s’impantana nella vita degli altri, con evidente approssimazione che ci si lascia andare. Qui da me c’è da mangiare bene, ed è anche per questo che spesso io chiudo la porta: non posso, non voglio, sentirmi le mani addosso. Stasera me ne resterò appoggiato al vetro e farò di nuovo finta d’avere vinto. Anch’io c’ho qualcosa da vomitare e stasera le lacrime spingono che non c’è verso di trattenerle.
Eri nato coi tendini giusti, il pallone lo calciavi bene sia di destro che di sinistro. Nonno Sotero ci vedeva bene in fondo a quegli occhi, la bicicletta regalata per natale fu qualcosa di inaspettato, un pezzo di ferro che metteva i brividi e un sacco d’invidia. La mamma quella notte ti baciò sulla fronte, quell’inverno nevicò così forte che qualcuno montò le racchette da neve sulla Riviera. “Quando nasce un campione la città si ferma sempre a guardare”, diceva il pazzo di piazza Imperatore. Poi ti alzavi e andavi a disegnare la bicicletta sul vetro, e non c’era già più tempo da perdere perché un Campione ha i minuti che battono di gran lunga le ore. La bicicletta era appena un altro modo di vedere la vita, correre col culo sul sellino non è poi così diverso dal rincorrere una palla sulla fascia destra del campetto. “Basta il vento sulla faccia”, ripeteva la mamma.
Al Fausto Coppi di Cesenatico ce l’avevano col fisico mingherlino e con gli occhi troppo piccoli che non potevano di certo tentare l’impresa. Quando nel ’92 vincesti il Giro dilettanti io non lo sapevo ancora cosa fosse il ciclismo e tutto quel sudore rappreso sulla schiena, io avevo 17 anni e un sacco di cose più importanti da fare. Eppure la compagine dovette ricredersi, aggiustare le cose, riabilitarti. Un anno dopo eri già professionista, con troppa passione da tenere a freno e una tendinite di troppo. Poco male, quelli come te si rialzano presto e se il mondo non la smette di correre tu corri più forte del mondo. Quelli come te ce la fanno comunque perché a quelli come te gliel’ha detto il nonno.
Nel Giro del ’94 arrivano le prime vittorie di Merano e Aprica, secondo posto in classifica generale. Al debutto nel Tour sei terzo dietro al Signor Indurain. L’anno seguente c’è l’Alpe d’Huez, il regno degli scalatori, a 13 chilometri dalla vetta raccogli la sfida e ti lanci all’inseguimento di tredici corridori. “Grand’Italia che pedala” grida De Zan dall’altra parte dello schermo. Gotti e Pantani testa a tesa a 13 chilometri dalla vetta, ed è una roba da non crederci; Gotti che non ce la fa, Marco che getta la bandana sull’asfalto un attimo prima del Mortirolo. Pensi a nonno Sotero che si è perso Coppi perché nel ’49 la televisione ancora non c’era, pensi a tutte le cose vecchie che sanno di rabarbaro e puzzo di naftalina negli armadi. “Se molli adesso ti spacco la faccia!”, grida nonno Sotero nei pomeriggi d’agosto. Ed è anche per questo che 4 giorni dopo t’inventi una fuga di 42 chilometri sulla tappa pirenaica del Guzet Neige. Le cose vecchie ti piacciono un casino, hai gli occhi dolci come i vecchi del circolo Combattenti. Ed è lì che vai a giocare a briscola appena c’hai un attimo di tempo, come se giocartela con loro fosse un modo più garbato di allungarti la vita. E fai banco, di nuovo.
Poi la rottura di tibia e perone e la carriera finita, la carriera sospesa tra i muri del CTO di Torino. Le aspettative d’appendere al muro, le aspettative che danno la sveglia in anticipo e ti rimettono al mondo. La mamma, gli zii, gli amici, i parenti, i tifosi e tutta la gente che ti viene a trovare: che vadano pure a farsi fottere, gli espedienti. La riabilitazione non è facile, credere ancora di potercela fare è un impresa che ti logora il cervello se nel cervello c’è ancora troppo da pedalare. Il ‘96 lo passi in convalescenza, nel ‘97 torni tra i professionisti della Mercatone ma cadi di nuovo sul valico di Chiunzi. Un gatto attraversa la strada. Finisci la tappa in ritardo e dolorante mentre Indurain annuncia il ritiro. Due mesi dopo c’è il tour con l’Alpe d’Huez e un conto in sospeso da sistemare. Come un’ossessione la vittoria ti bagna la faccia, l’urlo sul Saint Etienne è un atto d’assoluzione: sei 3°, dietro Ullrich e Virenque.
Maggio 1998, Giro d’Italia: Alex Zulle è lì a 3’49’’, la talpa svizzera è l’uomo da battere sui gran passi delle dolomiti. Zulle è in difficoltà, a metà della Marmolada parte Tonkov ma vince il compagno Guerini perché hai fatto i tuoi conti. E’ la tua prima maglia rosa, e indossarla ti fa ancora più timido. Ma è sulla salita di Montecampione che si decide il Giro. Pantani scatta, Tonkov resiste, Pantani scatta di nuovo, Tonkov resiste ancora. Io non ci capivo niente di quello sforzo assurdo, io frequentavo il 3° anno d’Università e avevo le lacrime agli occhi perché io un’impresa del genere probabilmente nemmeno nel migliore dei giorni. Tonkov resta in scia, Pantani guarda l’ombra della ruota e la ruota è sempre lì, come un segugio col muso piantato sull’asfalto. Pantani attacca e Tonkov resiste, Pantani attacca di nuovo ma non c’è verso di staccare il segugio. Poi lo strappo a metà dei tornanti e tutta la gente a incitare il Campione. L’avessi visto, nonno, tutto quel carosello sulla salita di Montecampione: 5.000 persone a incitare il Pirata, avresti pagato oro per essere almeno un tozzo di pane sul fondo di quelle tasche. La vittoria è in volata coi televisori che non la smettono di trasmettere il nome: Marco Pantani. Tutto il team della Mercatone si rasa i capelli a immagine e somiglianza del Capitano, la vittoria è per Luciano Pezzi, grande gregario del ciclismo nostrano. Si parte per il Tour.
Alla prima a cronometro Pantani perde 40 secondi in 6 chilometri, Ullrich sembra irraggiungibile e la situazione non è facile. La situazione peggiora ulteriormente nelle successive tappe a cronometro, Pantani arranca a 4 minuti e 21 secondi. Il Tour vive un momento critico, c’è un controllo ad ogni affondo di tappa, la polizia si apposta sui traguardi e non c’è verso di andare a pisciare. Finalmente arrivano i Pirenei, sulla salita del Plateau de Beille comincia la rimonta del Pirata. Ullrich fora, Pantani lo aspetta, poi parte lo scatto del Pirata e il distacco si assottiglia di 1 minuto e 40. Quando arrivano le Alpi, Pantani ha ancora 3 minuti di distacco da Ullrich. Sul colle del Galibier, a quasi 50 chilometri dall’arrivo, Pantani tenta l’impresa. Il Pirata scollina a 4 minuti da Ullrich e vola in discesa. Quando Ullrich taglia il traguardo, sulle Deux Alpes, Pantani copre un distacco di 8 minuti e 57 secondi. Arriva a Parigi in maglia gialla, taglia il traguardo degli Champs-Elysées mentre l’Italia intera festeggia ai caselli dell’estate ‘98. Era dai tempi di Felice Gimondi che non si vedeva un’Italia del genere: Cesenatico esplode.
Ventott’anni sono pochi, 28’anni sono appena un altro giro di boa. L’anno dopo c’è di nuovo il Giro, sulla salita di Oropa salta la catena e nonno Sotero che grida sempre: “se molli adesso ti spacco la faccia”. Il Pirata si ferma e i compagni che lo aspettano, Marco che ha appena ventott’anni e tanti chilometri da mettere in conto. A quota 900 inizia la rimonta, Pantani recupera 40 secondi sul gruppo di testa e si rimette in scia di Gotti e Jalabert. Nonno Sotero è sempre lì, con la canotta sudata e la gola tutta secca. A quota 1.000 raggiunge il gruppo, a quota 1.100 passa il francese di gran carriera. A tre chilometri dall’arrivo Pantani è già solo al comando, nonno Sotero ha finalmente smesso di gridare. Quando taglia il traguardo, sotto il Santuario di Oropa, la storia è già scritta. I trionfi all’Alpe di Pampeago e a Madonna di Campiglio aggiungono solo spiccioli di mancia al trionfo del Giro. Formalità.
Formalità, ma è proprio nei contorni che la vita ti fotte. Pantani viene controllato la mattina del 5 giugno del ‘99 e gli viene riscontrato un tasso di ematocrito superiore al 2 percento sul valore massimo consentito. La gente affolla l’atrio dell’albergo Touring in cerca d’indiscrezioni, la gente sbraita e inneggia al mito. La gente non sa fare altro. Quando alle 10.55 viene data la partenza della ventunesima tappa del Giro, Zaina, Garzelli, Forconi, Borgheresi, Brignoli, Fontanelli, Velo e Podenzana, non partono. La squadra del Pirata, la Mercatone Uno-Bianchi, si ritira dal Giro. Mentre la corsa parte regolarmente per la tappa alpina dei 190 chilometri che, dopo i Passi del Tonale, Gavia e Mortirolo, raggiungerà l'Aprica, Paolo Savoldelli (primo posto in classifica generale) rifiuta la maglia rosa rischiando la squalifica. Così fece Felice Gimondi ai tempi di Mercx. Le storie dei campioni terminano qui, un attimo prima di tagliare il traguardo.
E’ finita. Da qui in poi solo cumuli di sterco e pagine di almanacco su cui scriverci sopra, da qui in poi mai più vittorie né campioni capaci di raccontarle. Un mondo senza gregari, facce stanche sul piano derelitto dei buoni propositi. Non siamo più indistruttibili nonno Sotero, e faresti bene a ricordartelo. Quaggiù non ci sono Campioni né tantomeno attimi di gloria da stingere in eterno, quaggiù la gente dimentica in fretta e se ne fotte di tutto: abbiamo perso nonno Sotero, la verità. Ed è inutile che continui a fomentarmi da chissà quale angolo sperduto dell’universo, il tuo era un mondo indistruttibile dove le tip-top risolvevano il problema, ma qui siamo tutti i giorni col culo sulla strada e sulla strada c’è tanto di quel vento che la bicicletta ci arranca. E allora spengo la cicca e spengo anche le luci dell’ingresso. Spengo il cellulare e spengo anche la vita che per stasera è già troppa.


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