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NON c’era una volta

Creato il 24 febbraio 2014 da Abattoir

NON c’era una voltaEro una piccola ciccina sotto il piumone e chiamavo la mamma per i più svariati motivi, tra cui quello delle favole. A dire tutta la verità, tutta la sacrosanta verità, io non le volevo le favole; io volevo la mamma! E se non volevo le favole era perché avevo due grandi libroni regalatimi dalla mia pro-pro-zia Irene (uno dei fratelli Grimm e uno di Andersen) che era maestra e li leggeva sempre ai suoi bimbi. Un “bel” giorno, dopo la sua pensione, questi libri giunsero tra le mani della bis-bis-nipote che ero io, che già da piccina ero una divoratrice solitaria di parole: leggevo alla velocità delle luce anche cose un poco precocine per la mia età e parlavo ad altrettanta velocità. Così fu, che tra un Kafka e l’altro lessi anche alcune favole dei fratelli Grimm e di Andersen: la curiosità di capire come funzionassero quelle storielle brevi ma intense mi faceva girare pagina dopo pagina con l’ansia addosso senza spegnere la luce del mio brutto lumetto azzurro. Ne finivo una e ne iniziavo un’altra perché non riuscivo a rassegnarmi a quelle fini: erano sempre storie tristi, di separazioni, di morti, di malattie, di coraggi e qualche volta di animali simpatici e teneri ma spesso feriti e morenti. Io, piccina, leggevo da sola, maturando paura e curiosità insieme. Ed ecco che nel mio piccolo cor iniziò a nascere il terrore della favola da sola e il bisogno della mamma, che chiamavo disperatamente.
Sta di fatto che finalmente mia madre iniziò per qualche sera a leggermele lei le favole. Poi, forse stufa o forse affascinata anche lei dalla modernità, accattò una favoletta-da-disco, infilò il disco nel giradischi e mi lassò ad ascoltare. La voce non era delle peggiori, ma straniera, grossa e barbuta, così me la immaginavo. La odiavo. Non ne so il motivo, ma al ricordo mi viene ancora il mal di pancia.

Nei libri leggo che il racconto è per i bambini un momento fantastico, di crescita, in cui un adulto-guida-amorevole ti racconta cosa accade e ti aiuta a elaborarlo e a prepararti alle difficoltà della vita.
Io non ho conosciuto tutto questo.
Io credo di aver conosciuto la prima crisi della fiaba: quel momento tipico della post-modernità in cui raccontare ad un bambino, da un sacrosanto momento relazionale, diviene azione solitaria e immodificabile, magari visione di un palinsesto televisivo, quello automatico del canale dei cartoni sul digitale.

Prima c’è stato il passaggio dalla fiaba raccontata a quella letta, poi a quella già disegnata e a quella come la mia, letta dalla stessa voce semi-mono-corde che esce dai mangianastri, e infine a quella vista alla televisione: VHS, DVD, Bim bum bam, digitale; ciò implica un salto qualitativo nella narrazione, che non si adatta alle esigenze emotive del qui ed ora del bambino, non si basa più sull’incontro amorevole tra chi racconta e chi ascolta e porta il piccino a interiorizzare l’assenza, la non disponibilità emotiva del genitore …ed a rimpiazzarlo con modalità relazionali inautentiche come quelle televisive, che rendono l’immaginario adesivo, passivo, identico per tutti. L’immaginazione subordinata all’immagine precostituita.

Leggo che bisogna iniziare da piccoli, che raccontare fiabe/favole ai bambini sarebbe un buon antidoto alla tendenza della civiltà dell’immagine a massificare e spersonalizzare, ma soprattutto che sarebbe un buon modo per contrastare il rischio di perdere la capacità immaginativa; quella originale, creativa, intendo.
Storielle versus Lobotomia, insomma.

Mi chiedo quanti della nostra generazione abbiano mai “raccontato” come atto relazionale.
Io almeno scrivo, tantissimi altri che conosco neanche questo; forse è difficile.
Per questo ringrazio il mal di pancia che mi viene sui fratelli Grimm e su Andersen, sulla morte della piccola fiammiferaia e di non ricordo quanti altri personaggi, perché almeno, anche se non me le hanno esattamente raccontate e (anche) per questo sono un fascio di ansie-da-abbandono-favolistico, al contempo i miei criceti cerebrali camminano e ripudiano con tutte le loro viscere gli stravisti bombardamenti di immagini mediatiche. Telecomando lontano, digitale spento: so ancora crearle da me, le mie immagini.


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