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Non è solo una questione di lingua

Creato il 19 settembre 2012 da Mcnab75

Non è solo una questione di lingua

Nei meandri oscuri e complottisti della Rete, dove noi blogger ci troviamo per elaborare orrendi piani di distruzione del mondo (la diffusione degli ebook, le prese in giro al modello standard, gli sbeffeggiamenti dell’editoria italiana etc etc) siamo arrivati oramai a una presa di coscienza univoca: scrivere nella sola lingua italiana è l’anticamera dell’insuccesso.
Trascurando per un attimo quelle lingue che nel giro di un decennio o due verranno parlate in tutto il mondo – mandarino, portoghese, spagnolo – la via maestra è e resta l’inglese. Quindi la soluzione, semplice purtroppo solo sulla carta, sarebbe quella di scrivere e pubblicare, o autopubblicare, proprio in inglese. Specialmente per tutto quel genere di storie di cui ci occupiamo qui su Plutonia. Il “fantastico”, insomma.
Qualche nostro autore ha già capito l’antifona, traducendo parte della sua produzione anche per il mercato anglofono. Penso a Francesco Dimitri a Dario Tonani e ad altri.
Certo, non è una strategia a portata di tutti. Tra il leggere in inglese e scrivere nella stessa lingua c’è un mare nel mezzo, colmo di difficoltà. Infatti in questo articolo non ci occuperemo del come attuare qualcosa del genere.

Eppure c’era un periodo, non troppo lontano, in cui la letteratura fantastica sul mercato italiano faceva faville.
Importavamo il meglio degli autori stranieri, con un occhio di riguardo per saghe mature che negli anni sarebbero diventate i caposaldi del genere. Le librerie traboccavano di ottimi romanzi. Editrice Nord e Fanucci, tanto per citare due nomi noti a tutti gli appassionati, facevano la gara nell’offrire qualità e quantità.
Quindi, ne deduco, i lettori italiani interessati a queste tematiche c’erano, eccome. Non mi serve un grande sforzo mnemonico per ricordare il piano interrato della Mondadori di corso Vittorio Emanuele, ricolmo di volumi di fantascienza, fantasy e horror. Oppure le librerie che visitavo in vacanza, in cui questi generi la facevano da padrone. Bancali ricolmi di bellissimi volumi nuovi e usati. E sono solo due esempi tra i tanti.

Non è solo una questione di lingua

La fantastica Serie Oro della Nord… sigh.

Poi qualcosa evidentemente è cambiato. Direi attorno alla metà degli anni ’90. Le case editrici storiche hanno cambiato CDA, snaturandosi. Quel che rimane oggi di Fanucci, per dirne una, è il pallido spettro (o forse nemmeno) di ciò che era in passato.
Qualcuno ha dapprima fatto passare la teoria secondo cui “gli italiani non sono interessati al fantastico“. La fase due è stata la rieducazione – ossia il rimbambimento – dei lettori tramite robe fintorealistiche, alla Moccia e alla Fabio Volo. Attinenti alla realtà, o così raccontano agli adolescenti. La fase tre, oggi in atto, è la riproposizione di un fantastico in chiave trash, tra horror romance, fantasy standardizzato e young adult spacciato per un mix tra questi e altri sottogeneri.
A volte ho l’impressione che il fantastico, quello vero, interessi solo a noi veterani, più a qualche ragazzo miracolosamente scampato al brainwashing dell’editoria italiana. Sono però proprio questi soggetti i primi a capire di dover orientare le loro attenzioni verso il mercato inglese. Sia come lettori che (eventualmente) come scribacchini.


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