Omaggio a Sergio Leone

Creato il 17 dicembre 2014 da Fabio Buccolini

Ho deciso di scrivere questa recensione non con l’intento di raccontare una biografia sulla vita del grande regista, ma con l’intenzione di celebrare il suo genio a livello cinematografico, per cui non leggerete notizie sulla sua infanzia, o sulla sua famiglia, o sulla sua gavetta fatta come assistente, ma unicamente sulla sua opera.
Il primo film risale al 1961, ed è “Il colosso di Rodi”, film realizzato con un budget molto ridotto, che in sostanza è una storia tra due amanti, un viaggiatore e la figlia del re di Rodi, ed è l’unico film (a mio avviso) che non risulta essere un capolavoro (sette film totali, sei capolavori, dei quali quattro western, uno sulla Rivoluzione Messicana e uno sulla storia americana nel periodo del proibizionismo): rappresenta in parole povere il suo esordio, un breve riscaldamento come preludio per la manifestazione del suo vero genio.
Il successo arriva tre anni dopo, nel 1964, quando decide di celebrare un film del grande regista Akira Kurosawa, “La sfida del Samurai”, realizzando un suo remake, stile western, per così dire alla maniera dell’Occidente: il film in questione è “Per un pugno di dollari”, il primo capitolo della cosiddetta “Trilogia del dollaro”, ed è da qui che comincia la svolta, finalmente mostra al mondo chi sia in realtà.
E’ una storia di guerra tra due famiglie in una cittadina del New Mexico, nella quale arriva un misterioso pistolero, Joe, che prenderà le parti di una di esse (vista la poca moralità dell’altra), e pone fine alla lotta.
Da qui in poi iniziano le collaborazioni con i grandi attori, da qui iniziano le grandi interpretazioni, come quella di Gian Maria Volontè (nella parte di Ramon, lo spietato pistolero a capo della famiglia Rojo), e di Clint Eastwood (nella parte di Joe), ed è da qui che i dialoghi sono giunti alla maturità, prendendo le misure per le frasi da consegnare alla storia del cinema (“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto”, ecc…).
Ma più di ogni altra cosa, da qui inizia la collaborazione con uno dei più grandi musicisti e compositori di tutti i tempi, colui che è seduto nell’Olimpo di fianco ai più grandi (Fabrizio de Andrè, Lucio Dalla, Brian May, Allan Holdsworth, Mozart, ecc…), l’orecchio assoluto, senza il quale i film di Sergio Leone (e non solo) non sarebbero stati la stessa cosa: Ennio Morricone; da qui in poi sarà lui a comporre e dirigere le colonne sonore di tutti i suoi film.
L’anno dopo (1965) arriva il secondo capitolo della “Trilogia del dollaro”: “Per qualche dollaro in più”, una storia di vendetta tra due pistoleri, dei quali uno è un criminale ricercato evaso di prigione (Indio, Gian Maria Volontè), l’altro (Mortimer, Lee Van Cleef) è l’uomo che lo vuole uccidere per vendicare la morte di sua sorella e suo cognato; da contorno alla vicenda c’è Clint Eastwood (il Monco), che prende le parti di Mortimer, e la banda di Indio, tra cui spiccano le grandi interpretazioni di Klaus Kinski e di Mario Brega.
E’ da qui che i suoi personaggi prendono una piega insolita, una piega iniziata proprio con Sergio Leone, poiché non ci sono dei veri “buoni” o “cattivi”, ogni figura tira acqua al proprio mulino, ogni uomo possiede in se sia il bene che il male (lo stesso Mortimer non esita a uccidere i cavalli dei suoi nemici se serve a disarcionarli).
Così sarà anche nel suo prossimo film (nel 1966): “Il buono, il brutto e il cattivo”, il film che completa la “Trilogia del dollaro”, ed è a mio avviso il più bello dei tre, nel quale la vena compositiva di Ennio Morricone sfiora la perfezione; qui non c’è un vero e proprio protagonista, ma solo una serie di personaggi che ci vengono presentati, e la vicenda ruota intorno ad essi, i quali nomi non verranno mai svelati: Biondo (Clint Eastwood), Tuco (Eli Wallack) e Sentenza (Lee Van Cleef), tutti in cerca di denaro, e disposti a qualunque cosa per arricchirsi (anche se il personaggio che suscita più antipatia è Sentenza, gli altri due non sono dei santi, in linea con la nuova filosofia cinematografica del regista).
Con la “Trilogia del dollaro” si consacra al mondo come il miglior regista in assoluto per quanto riguarda il genere western, il vero capostipite dei cosiddetti spaghetti-western (ossia il western all’italiana).
Dopo questo film si iniziava a sentire che il genere era giunto ormai al tramonto, e così, nel 1968, gira il primo capitolo di quella che sarà nota a tutti come la “Trilogia del tempo”: “C’era una volta il West”, un western epico e onirico con protagonisti Claudia Cardinale, Henry Fonda, Jason Robards e Charles Bronson, quest’ultimo (che interpreta Armonica) in cerca di vendetta su Frank (Henry Fonda), colpevole di aver ucciso suo fratello anni prima, e come contorno alla vicenda la costruzione della ferrovia nel West, la costruzione del treno, la venuta della civiltà (come nella scena finale), che segna la fine di un genere da lui (e dal mondo) tanto amato.
Una curiosità su questo film riguarda la mancata partecipazione di Clint Eastwood, il quale rifiutò il ruolo proposto dal regista perché il suo personaggio sarebbe morto dopo un quarto d’ora dall’inizio (ricalcando la filosofia che ogni personaggio di un suo film è ugualmente sacrificabile, e questa credibilità sarebbe stata ulteriormente rafforzata se ad interpretarlo fosse stato un attore famoso, uno dei suoi “storici” protagonisti principali), ribadendo che le star di Hollywood non potevano morire all’inizio di un film; da lì il suo rapporto con l’attore si incrinò, portando anche il regista a definirlo in un’intervista come “capace di solo due tipi di espressione: col cappello e senza”; nonostante questo breve battibecco i due rimasero amici fino alla fine.
Seguiranno quelli che io considero le sue opere più straordinarie: “Giù la testa” (1971) e “C’era una volta in America” (1984).
Il primo riguarda la Rivoluzione Messicana, con protagonisti Rod Steiger e James Coburn, ed è segnato da quella che a giudizio di molti (e io sono tra quelli) è LA PIU’ GRANDE COLONNA SONORA DI TUTTI I TEMPI (qui Ennio Morricone si è davvero superato); è un film dal significato profondo, che inizia con una frase di Mao Tze-tung sulla rivoluzione (la rivoluzione è un atto di sangue), e mano a mano che le vicende si sviluppano l’azione procede, c’è tutto in questo film, azione, dialoghi (cult), la guerra, e con lo sviluppo delle situazioni prendono corpo le riflessioni sul senso dell’esistenza, sulla morale, sul bene e sul male.
Arriviamo così a “C’era una volta in America”, il suo ultimo capolavoro, quello che chiude la “Trilogia del tempo”, riconosciuto all’unanimità come uno dei grandi capolavori del cinema mondiale.
Caratterizzato dalle grandi interpretazioni, tra cui Robert De Niro e James Woods, narra la storia dell’America vissuta attraverso gli occhi di Noodles e dei suoi amici, dal proibizionismo fino agli anni Sessanta, con un finale grandioso, che in molti non hanno però ben capito (a tal proposito, non posso dilungarmi troppo con l’analisi di ogni suo film in questo omaggio al regista, se qualcuno volesse qualche recensione basta che lo scriva nei commenti qua sotto, o per email).
E’ stato l’ultimo film prima della sua morte, avvenuta prematuramente nel 1989.
Di registi nella storia del cinema ce ne sono stati davvero tanti, anche se di registi bravi molti meno; è difficile stabilire chi sia il più grande dalla bellezza di un singolo film, perché la cosa sarebbe troppo soggettiva, io stesso per esempio non saprei dirvi quale sia il film che preferisco (2001: Odissea nello spazio, Giù la testa, C’era una volta in America, Fight Club, Into the wild, I soliti sospetti, Waking Life, ecc…).
Quindi come si fa a stabilire chi sia il più grande regista nella storia del cinema?
E’ molto semplice, se non si può quantificare la bellezza di un film, perché troppo soggettiva, è possibile stabilire con oggettività la bravura tecnica di un regista, intesa come bellezza delle immagini, inquadrature che valorizzano gli sfondi e i personaggi, potenza evocativa, primi piani che valorizzano l’espressività.
In base a questi parametri c’è un regista che ha influito più di ogni altro su quello che oggi è il cinema moderno, colui che ha influenzato tutti i più grandi, come Kubrik, David Lynch, Guy Ritchie, Quentin Tarantino, Martin Scorsese, Lars Von Trier, ecc…, colui grazie al quale questi registi sono diventati quello che sono: SERGIO LEONE.
Prima di lui ci sono stati dei grandissimi registi, tra cui Orson Welles, Alfred Hitchock, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Akira Kurosawa, e prima di loro c’è stato l’espressionismo tedesco, che ha gettato le basi al mondo del cinema, ma Sergio Leone è stato quello che più di ogni altro ha, come detto sopra, gettato le basi a ciò che oggi viene considerato il cinema moderno, con le sue immagini oniriche e i suoi primi piani; dopo di lui non c’è stata più evoluzione nelle inquadrature, non c’è stata più evoluzione nella potenza delle immagini, insomma nessuna evoluzione nella tecnica registica, solo nel realismo degli effetti speciali (il che è inevitabile visto l’avanzamento del progresso tecnologico).
Rappresenta il punto più alto raggiunto a livello tecnico, perfino Stanley Kubrik (la quale opera possiamo non solo suddividerla in “prima e dopo Kirk Douglas” ma anche in “prima e dopo 2001: Odissea nello spazio” per quanto riguarda le riprese, anche se tra queste due divisioni ci sono stati un paio di capolavori), ha ringraziato il grande regista italiano, reo di essere stato proprio lui il punto di svolta (girando la “Trilogia del dollaro”) della sua filmografia, poiché grazie ai suoi insegnamenti ha perfezionato la sua tecnica registica (da “2001: Odissea nello spazio” in poi), senza il quale non sarebbe stato il Kubrik che oggi conosciamo (a tal proposito, chiese l’aiuto di Leone per girare Barry Lyndon, che doveva essere realizzato solo con l’ausilio delle luci naturali).
Come Kubrik anche i vari Lynch, Tarantino (il quale ogni suo film è dedicato a Leone), Guy Ritchie, Martin Scorsese, Lars Von Trier, e molti, molti altri hanno dichiarato e omaggiato il grande regista come il più importante nella storia del cinema, colui dal quale hanno appreso, colui che più di ogni altro li ha influenzati.
Amo i registi che ho elencato sopra, ma devo essere obiettivo, senza di lui non sarebbero diventati quello che sono, sia dato a Cesare quel che è di Cesare.
Ho scritto questa recensione perché è giusto che gli venga attribuito il merito che gli spetta, quindi posso dirgli solo una cosa: grazie di tutto.
Come dicono gli americani: THE GREATEST OF ALL TIMES

EDOARDO ROMANELLA



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