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ORFANI DI REALTA' #13 "Take Shelter"

Creato il 25 febbraio 2013 da Samuelesestieri


“Tuttavia, mentre mi impegnavo nei balzi, nelle scalate, e in tutte le difficoltà di un terreno assolutamente irregolare, tutto irto di ostacoli e rotto da piccoli abissi sempre imprevisti, sentivo che stavo sorvegliando in me il punto nero da cui, alla minima sosta, sarebbe rinata la crisi delle convulsioni interne, delle ipotesi e delle reazioni insopportabili. L’assurdo era in agguato”
Paul Valéry, “L’idea fissa”
Apocalypse now. Seduto sulla poltrona di una sala cinematografica, mentre gli occhi osservano le immagini che scorrono dinanzi, spesso mi trovo a vagare con la mente in altri lidi, facendo trionfare, ancora una volta, quell’attenzione distratta che mi porta all’ennesimo detour (amabile cul de sac in cui nuotare lungo itinerari misteriosi, disconoscendo sempre e comunque mete e arrivi). Ripenso a un passaggio de "L'idea fissa" di Paul Valéry, mi colpisce quando scrive che l'uomo sia un essere troppo lento per la velocità incredibile a cui scorrono i suoi pensieri. Non riusciamo a catturarli perché arriviamo sempre troppo in ritardo, viviamo in fuori-tempo esistendo in fuori-gioco. Collegare i pensieri e plasmarli in un discorso, alla ricerca non tanto di una gabbia di senso quanto piuttosto di un’anomalia, di un’incoerenza, di una qualsiasi, piccolissima vacillazione, è questo che provo a fare. Vedo “Take Shelter” e il flusso di immagini mi riporta, uno dopo l’altro, a “Il seme della follia” e a “Il corridoio della paura” perché sono da sempre interessato ai moti irrazionali della mente, alle deflagrazioni di una realtà soggettiva e plasmabile. Non mi interessa tanto l’efficacia di ogni sogno e (pre)visione di Curtis (Michael Shannon, instabile e superlativo) quanto, piuttosto, quella tensione che si insinua spettrale lungo l’intero film, quel sentimento di inquietudine perturbante che si avverte fin dalla prima inquadratura, che si reitera poi più volte nel corso della narrazione. L’essere umano, di spalle, che osserva un cielo funesto, in previsione di una tempesta che forse avverrà. Un po' come quel finale pazzesco del sottovalutato ma interessantissimo film dei Coen, "A Serious man": profezia di una catastrofe e segno dell'inevitabilità nel regno del caos e dell'assurdo.


Il meccanismo narrativo, ineccepibile e perfetto, affonda nel vortice della (pre)visione e della premonizione, nel sentore della fine, del mostruoso e del tragico che stanno per avvenire. Ma in realtà l’apocalisse è adesso: la fine è quella di una mente instabile in piena caduta che si manifesta con l’ansia, la paranoia e l’angoscia diventate così condizioni vitali e quotidiane. Sarebbe assurdo pensare di poter rintracciare l’apocalisse in un oltre definito, in un evento naturale o disastroso, in un uragano o in una tempesta di fulmini, in stormi di uccelli che cadono a terra o in un ammutinamento improvviso della razza umana. Al contrario “Take Shelter” dimostra come la fine sia connaturata all’essere umano e si possa manifestare, con tutta la sua violenza, all’interno dei labirinti più o meno reconditi della psiche. La grande e tragica fine del mondo siamo noi.
Apocalisse vuol dire, ancora una volta, solitudine e follia, ed è rintracciabile in quel preciso, doloroso momento in cui due sguardi collidono senza incrociarsi. E’ la presa di coscienza che sentire e sentore non siano comuni a tutti gli individui: quando la percezione della realtà perde la sua condivisibilità e la visione si fa esclusiva, è proprio allora che il mondo crolla. Basta uno sguardo, quindi, per capire che la fine sia già avvenuta (o meglio ancora: solo uno sguardo potrà salvare o distruggere il mondo). Quando il personaggio straordinario ed angelico della moglie (una meravigliosa, malickiana e sempre eterea Jessica Chanstain) non riesce più a comunicare con il suo amato marito, quando non può credere (e vedere) alle sue premonizioni, allora si crea una frattura invalicabile. La vera catastrofe è il sentore della fine che si insinua in una vita come tante altre sottoforma di follia. Ma cos’è la follia se non un modo diverso di guardare il mondo e la realtà? In questo “Take Shelter” sembra proseguire la riflessione Von Trieriana sull’apocalisse mostrata l’anno scorso in “Melancholia”: solo il folle, il depresso, il malato può sentire la fine che si avvicina, perché cos’è la depressione, o meglio ancora, quello stato di melanconia, se non una continua, inevitabile fine dell’azione e – dunque – del mondo? (In questo, però, più che a Von Trier si potrebbe risalire alla tradizione Russa e ai suoi rapporti con la "malattia", al cinema Tarkovskiano se non addirittura a Dostoevskij e alla sua visione iniziatica della follia). Il problema, casomai, è che se in “Melancholia” il personaggio di Kirsten Dunst pare vivere, convivere e perfino amare la fine più di chiunque atro, in “Take Shelter” Curtis lotta per la sopravvivenza di sé, del suo mondo e, soprattutto, della sua famiglia.


Il film suggerisce – nell’ellissi tra la “riscoperta” della realtà (l’uscita dal rifugio) e il ritorno nell’incubo (la percezione di una nuova, solida catastrofe) che il personaggio di Curtis guarisca grazie alle parole, all’amore incondizionato della moglie, e alla fede in lei e nella sua visione. Ma la catastrofe finale – avvertita con l’orrore dello sguardo – rappresenta anche una situazione di totale, straordinaria rinascita. Mi spiego meglio: prima che cali il buio e arrivino i titoli di coda Curtis e sua moglie si scambiano uno sguardo d’intesa e, per la prima volta, tutti e due (anzi, e tre, considerando la figlia) vedono la stessa catastrofe in arrivo. E’ l’unico momento in cui l’unione famigliare sembra superare qualsiasi differenza di sguardo e di percezione. Certo, il finale è spaventoso ma in qualche modo straordinariamente conciliatorio: si annienta la solitudine dello sguardo, la follia e l’incomprensione, per rientrare in uno stato di condivisione, per poter tornare a vedere insieme agli altri e non più soli. Di fronte a questo l'Apocalisse non fa più paura come prima.
E poi, ovviamente, c’è il rifugio. Potremmo dire che tutto il film è attratto dalla futura, possibile, inappagabile attesa della reclusione. In qualche modo non si aspetta più la fine del mondo, si aspetta il momento in cui poter scendere sotto terra, perché solo lì vi è quiete e protezione. Tutto il film vive di questo spettro dal futuro: esiste una forza che attrae il corpo e la mente sotto la superficie, dove si potrà aspettare con maschera antigas una nuova, improvvisa luce.
"Take Shelter" appare quindi come l'ennesima inquietante radiografia di un Paese che vive sotto l’ombra della paura. Paura verso minacce invisibili ma ipodermiche ed logoranti. Jeff Nichols è un talento nel mascherare, sotto ai meccanismi di genere, una parabola ben più ossessiva e disarmante di quanto potrebbe sembrare a una prima visione. E nello spazio angusto di un rifugio si realizza l’ossessione di sopravvivere a se stessi.
Che poi il mondo finisca o meno ha poca importanza.



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