Papa Francesco a Torino/Compendio di un viaggio

Creato il 23 giugno 2015 da Marianna06

Dopo la solare Napoli e la  difficile articolata realtà della Bosnia Erzegovina, ecco Papa Bergoglio  finalmente a Torino, in Piemonte.

Nel Piemonte delle sue origini.

Quel Piemonte da cui giovane partì ,emigrante per l’Argentina,il suo nonno paterno, nei primi anni del ‘900, in cerca di lavoro.

 Aj Piemunteis ch’a travajo fora d’Italia

Drit e sincer, cosa ch’a sun, a smijo:
teste quadre, puls ferm e fìdic san
a parlo poc ma a san cosa ch’a diso
bele ch’a marcio adasi, a van luntan.(Nino Costa)

Molto significativa, infatti, è stata quella sosta fuori programma, a Torino, nella chiesa di Santa Teresa, dove tantissimi anni fa si sposarono i suoi nonni paterni e dove fu battezzato anche suo papà Mario.

Un gesto che, ancora una volta, ci ha fatto sentire questo papa molto vicino.

Gesto che non  può assolutamente passare inosservato per comprendere chi è l’uomo Bergoglio.

Tutto quello che fa Papa Francesco, ormai lo sappiamo, è sempre molto poco formale.

E lo è stato  da subito, dagli inizi.

Dalla stessa sera della sua elezione a pontefice, con quel saluto finale amichevole più che da protocollo cerimoniale.

Se può, tralascia volutamente l’ufficialità, se non quando proprio non può fare diversamente, e lo fa per privilegiare l’incontro con l’altro.

Un incontro che, nel suo ministero sacerdotale, gli è stato e gli sta, anche oggi, molto a cuore.

Che è fatto certamente di parole ma sopratutto di gesti affettuosi oltre che di concretezza di programmi (dalle parole ai fatti) da mettere in atto subito dopo.

E, per di più, molto bello è quanto ci racconta ogni volta che lo stiamo ad ascoltare.

I suoi racconti, che fungono  da veri “ exempla”, scaturiscono quasi sempre da quello che è il suo vissuto personale.

E, a ben pensarci, è normale che sia così, se si vuole andare al cuore dell’argomento, nel mentre si discute, e s’intende coinvolgere di fatto colui o colei che ci ascolta.

Niente di più semplice e di più chiaro.

Difficilmente, nelle più disparate occasioni, qualcuno potrebbe dire,  credo, di non essere riuscito a comprendere il senso riposto delle sue parole.

Perciò ritengo di non dire proprio nulla di nuovo nel definire papa Bergoglio un autentico “comunicatore”. E non certo per i suoi twitter,che i giovani tanto apprezzano.

Torino attendeva parole di speranza da Francesco, trovandosi  molte famiglie a vivere oggi  il disagio di un lavoro precario, o di un lavoro che addirittura non c’è o che è venuto meno loro all’improvviso.

E queste ci sono state, e come sempre, nella semplicità che contraddistingue lo stile Bergoglio.

Francesco ha fatto comprendere a giovani e meno giovani, un po’ a tutti insomma, che bisogna darsi da fare,impegnarsi a prendere in mano la situazione difficile del momento, anche adattandosi a praticare mestieri umili.

Il lavoro onesto- ci ricorda il Papa- non è mai vergogna.

No deciso, certamente, a mafie e ad intrallazzi disonesti.

Molto peggio- ha sottolineato- sarebbe proseguire in quell’apatia che può sfociare e sfocia inevitabilmente nella depressione, con tutto il negativo che per la persona comporta poi.

E , più avanti, nell’incontro pomeridiano con i salesiani, in Maria Ausiliatrice, ritornando sul tema, ha fatto ampiamente riferimento all’operato di Don Bosco, che aveva a cuore proprio la realizzazione onesta dei giovani. E questo, soltanto e sopratutto grazie all’apprendimento di un mestiere.

E i tempi di Don Bosco non erano certo migliori dei nostri. E di ragazzi senza avvenire, nelle strade di Torino e dintorni, ce n’erano  anche allora davvero tanti. E pochissime erano  le opportunità di potersene tirare fuori.

Un messaggio molto diretto e attualissimo questo per i salesiani e per le salesiane (educatori ed educatrici) presenti.

Ma non solo per loro.

Il succo del discorso è infondere speranza sempre anche lì dove tutto parrebbe sconfessarlo.

E, parlando di giovani, inevitabilmente il discorso cade sull’importanza della famiglia all’interno della quale i giovani, cioè i figli, iniziano la loro prima formazione umana e sociale.

E dove gli anziani e i malati devono trovare, com’è giusto che sia, calore umano perché vecchiaia e malanni siano per essi meno dolorosi.

Famiglia, che in una società come l’ odierna, fortemente secolarizzata, deve inventarsi, di giorno in giorno, ogni sorta di strategia  possibile per difendersi e dare supporto al proprio status e al proprio ruolo educativo.

E non sempre la difesa, a dirla tutta e a dirla vera, risulta essere agevole.

Differenti agenzie educative possono contrastare e, in effetti, contrastano le finalità della famiglia tradizionale.

Lo stiamo vedendo proprio in questi giorni con certe decisioni prese in Europa e che, a costo di apparire codini e reazionari, non sono  un bene.

Per tacere  dell’eutanasia sbandierata da più parti come scelta libera e allontanamento dalla sofferenza.

Per uscire dalla genericità, sempre nella Basilica di Maria Ausiliatrice, presente l’arcivescovo di Torino, monsignor Nosiglia, e il Rettore maggiore dei Salesiani,Don Angel FernandezArtime, che  Bergoglio aveva già  incontrato in precedenza a Buenos Aires, oltre a numerose altre autorità cittadine, ecco allora che Francesco ha parlato della propria famiglia.

Un caso concreto. Fatti accaduti e non soltanto belle parole.

E ha fatto riferimento ad un sacerdote, proprio un  salesiano che ,oltre ad aver sposato ,a suo tempo, i suoi genitori in Argentina, dove si erano conosciuti in un contesto di emigranti italiani, ha seguito  lui e i suoi fratelli nella formazione, per lunghissimi anni, fino alla maggiore età. Ossia fino a quando Jorge ha deciso poi di entrare nella Compagnia di Gesù.

Parlare di famiglia vuol dire anche parlare del ruolo di madre. Di crescita nell’affettività. E qui il riferimento d’obbligo è a mamma Margherita, la madre di Don Bosco, che collaborò pienamente con il figlio nell’educazione dei giovani a lui affidati, alla sua stessa madre, che conobbe pure la mortificazione della sofferenza fisica (una paralisi temporanea) dopo la nascita del quinto figlio, alle madri tutte, che devono guardare come modello femminile a Maria, la madre di Gesù, alla Chiesa intesa come madre accogliente, che è sempre pronta a perdonare (misericordia) e a intercedere per noi.

Ma la famiglia vive l’ambiente e l’ambiente ,oggi più di ieri, ha bisogno di numerose cure per le molteplici ferite che l’avidità dell’uomo gli ha inflitto impunemente nel corso dei secoli.

Non ci è stato donato l’ambiente dal Creatore perché lo sfruttassimo.

Semmai- ha ribadito il Papa -  perché lo custodissimo bene per lasciarlo intatto e migliorato non solo ai nostri figli ma, soprattutto, ai nostri nipoti.

Quello dell’ambiente, bene comune, deve essere la nostra grande vera preoccupazione. Nei suoi confronti abbiamo delle responsabilità. I disastri ambientali e, quindi umani,le perdite di molte vite,  accadono proprio quando veniamo meno a queste responsabilità.

E questo riferimento rimanda i presenti, e tutti noi, alla lettura e all’approfondimento dell’enciclica “Laudato sii”.

Ma accoglienza significa anche capacità di accogliere i fratelli meno fortunati anziché pensare di innalzare muri e/o frapporre tra noi e loro montagne di burocrazia per giocare a scarica barile sulla pelle di chi scappa dalla propria terra e dalla propria casa per necessità.

Riferimento questo molto esplicito alla politica, che deve essere capace di allearsi con l’economia , mettendo, però, sempre al centro di ogni progetto l’uomo.

Infine, il tema caro a Francesco, quello dell’ecumenismo post-conciliare. E cioè l’incontro nel Tempio valdese di Torino, il lunedì mattina, ultimo giorno di permanenza in città, prima del rientro pomeridiano in Vaticano.

Grandiosa la richiesta di perdono a nome di quei cristiani cattolici che, a suo tempo, fecero dei valdesi, i seguaci di Pietro Valdo, definiti eretici, il bersaglio delle loro feroci persecuzioni.

Una richiesta accolta inaspettata e che ha commosso tutta la comunità valdese presente nel Tempio.

Ma perdono e dialogo con i fratelli valdesi significa anche-ha puntualizzato Papa Francesco- sapersi dare tempi lunghi nel cammino e ovvia contemplazione delle differenze su temi etici, che tuttavia non impediscano mai una proficua collaborazione. Con la precisazione che la piena unità tra i cristiani non è di necessità uniformità.

                                                    Marianna Micheluzzi


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