PARADISE LOST – The Plague Within (Century Media)

Creato il 11 giugno 2015 da Cicciorusso

La prima idea che mi è venuta è che potesse esserci una connessione tra The Plague Within e Splinters come ve ne era una tra Tragic Idol e A Fragile King. In effetti, lasciare intendere che vi sia un legame forte tra i Paradise Lost e il progetto parallelo di Gregor Mackintosh è secondo me il miglior modo per inquadrare in un contesto più ampio quella che è l’attuale dimensione artistica dei Paradise Lost. Nel 2011, in molti rimanemmo positivamente scioccati dalla qualità intrinseca dei pezzi e dallo stile, a dir poco coraggioso, che Mackintosh scelse quale più adeguato a caratterizzare la sua nuova fabbrica di sentimenti negativi, i Vallenfyre, complice anche un Hamish Hamilton Glencross che all’epoca suonava ancora nei suoi My Dying Bride. L’esordio dei Vallenfyre, cito e sottoscrivo, è una riuscitissima madeleine indispensabile per chi è rimasto legato a quei suoni e a quegli anni; parliamo degli anni di Lost Paradise, Gothic e As The Flowers Wither. Il modo migliore, forse, per smaltire l’enorme sofferenza generata in Gregor dalla morte del padre (banalizzo, perché una cosa del genere non la si smaltisce in un attimo, ma è bello pensare che un musicista possa trovare catarsi nella propria musica). Se è andata così, è anche comprensibile come dalla penna dello stesso Greg sia potuto uscire fuori un disco della portata di Tragic Idol. Quest’ultimo voleva tornare ad un suono e uno stile che ricordasse gli esordi della band ma focalizzandosi, di fatto, più sull’epoca che va da Shades of God a Draconian Times (‘sto mese compie pure vent’anni) che sulla precedente; quello che ne è venuto fuori, alla fine, è una perfetta sintesi di ciò che i Paradise Lost erano complessivamente diventati nelle ultime due decadi, raggiungendo, dunque, un risultato addirittura superiore all’obiettivo iniziale.

Personalmente, infatti, vi ho riscontrato residue influenze di quel dark e gothic sound che già in Faith Divides Us – Death Unites Us si stavano affievolendo di molto, pur essendo ancora presenti. Per questi motivi Tragic Idol è assurto, di fatto, a mio terzo disco preferito degli inglesi, dove gli altri due sono, nell’ordine: l’omonimo del 2005 e One Second. Capisco che preferire la fase gothic a quella death/doom possa suonare strano a qualcuno ma esistono anche gli argomenti per sostenere una cosa del genere. L’argomento è che per uno della mia generazione, che ha cominciato ad apprezzare veramente i Paradise Lost nel ’97, anno in cui il doom britannico era abbondantemente ‘coperto’ dai lavori dei MDB (i quali, ad oggi, sono i veri e ultimi alfieri del genere che hanno contribuito a costruire), non potrebbe essere diversamente perché da quel momento e per i dieci anni successivi i PL saranno tutt’altro che una band di death/doom. Il lungo periodo dark/gothic, per loro, non è stato solo frutto di una rapida infatuazione o derivante dalla moda dell’epoca ma uno strapparsi di dosso la vecchia pelle e l’indossarne una completamente nuova, al punto che oggi fanno tantissima fatica a tirarla via. E così, alla notizia che il nuovo album dei Paradise Lost avrebbe ricordato il primo periodo death, capirete come mi sia fatto una grassa risata.

Il disco, come il predecessore, non arriva a toccare le ben più auspicabili vette di cupezza e ruvidezza tipiche di Gothic, per il raggiungimento delle quali, evidentemente, le attuali motivazioni personali non sono sufficienti. Invece, a differenza del predecessore, in cui tutto filava liscio e dove le interferenze tra la prima e la seconda vita della band erano fuse insieme in modo assolutamente coerente, The Plague Within appare sì più cupo e doom in senso stretto (Beneath Broken Earth e Sacrifice the Flame) ma anche artificioso, così come la sua intenzione di vestirsi di un vecchio abito, non riuscendo proprio a staccarsi dal gothic (An Eternity of Lies, Victim of the PastReturn to the Sun) e rappresentando, in definitiva, un netto passo indietro dal punto di vista stilistico rispetto a Tragic Idol. Come Splinters, il cui parallelismo rischia, nonostante tutto, di diventare troppo punitivo, è un disco nel complesso meno verace, le cui intuizioni principali sono state già abbondantemente sviluppate e in cui prevale il già sentito, a parte quei due/tre singoli che da soli possono pure giustificarne un acquisto, ma dove la millantata idea di death si palesa raramente (Flesh From BoneTerminal) e la coerenza va a farsi benedire. (Charles)



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