Conosco una coppia di ragazzi poco più che ventenni che per mesi (lei da tre anni), ha cercato con le unghie e con i denti un posto di lavoro. Lei disoccupata, bassa scolarità ma grande simpatia e comunicativa, le ha provate tutte accettando ogni occasione le si sia presentata: baby sitter, stagionale in un hotel, piazzista di chincaglieria indiana, commessa in un negozio di scarpe, aspirante pizzaiola. Lui, neo diplomato, che al primo colloquio per un lavoro adatto al suo titolo di studio, si è sentito proporre “cento euro al mese, pc personale, nessun rimborso spese di viaggio”, le condizioni del tirocinio. Lontani dal voler mettere su famiglia (troppo giovani e ancora vogliosi di godersi un po’ la vita), non hanno chiesto a nessuno un aiuto né una raccomandazione ma solo fatto la fila negli uffici delle agenzie di lavoro interinale. Ora lei è operaia (a contratto) in una fabbrica a qualche chilometro da casa, lui magazziniere (a contratto) in un centro commerciale. Volendo dirla tutta, gli è andata bene anche se il ricatto del rinnovo del contratto si fa sentire, pesa. Conosco un cinquantenne che ha attraversato parecchie vicissitudini. Altra tempra, nel corso degli anni si è sobbarcato mille lavori e fatto mille sacrifici per campare la famiglia, al colmo della disperazione si è imbarcato su un motopeschereccio a fare il mozzo e, anche se lo ricorda come uno dei periodi più belli della sua vita, quando lo racconta lo fa velandosi di tristezza. Si era proposto come magazziniere ma l’età...come commesso in una libreria, ma l’età...si era rivolto anche lui ad un’agenzia del pubblico impiego, ma l’età...In questi anni ci siamo nutriti delle storie più assurde, delle teorizzazioni del precariato, delle piccole e grandi violenze dei ricatti per un posto di lavoro, della corsa ad apparire in tivvù, del proliferare dei concorsi di bellezza e dell’autogestione del corpo ad uso carriera. Nel tempo si sono modificate le regole d’ingresso nel mondo del lavoro e abbiamo assistito ad una emarginazione delle classi più popolari che ci sta riportando alla vecchia teoria delle corporazioni e della negazione del diritto allo studio per i “poveracci”. Ci è stato tolto un sogno e non è stato l’unico. Poi accade che operai muoiono in fabbrica e i giudici dicono che si sono suicidati. Poi accade che operai muoiono nelle cisterne delle raffinerie e ci dicono che la colpa è della loro sbadataggine, poi accade che manovali e muratori cadono da un’impalcatura e ci dicono che erano ubriachi quando, forse, mancava l’impalcatura. Poi accade che qualcuno quegli stessi operai li voglia schiavizzare, privare di ogni diritto e tutela, disumanizzare fino a renderli numeri della catena produttiva. Accade anche che, per la sola fortuna di essere nati nella famiglia giusta, per alcuni soggetti tutte le strade si aprano indipendentemente dalle professionalità, basta essere figli di...o nipoti di...o amici di...Accade che un governo pensi a tutelare solo le prerogative del Capo, che distrugga lo Statuto dei lavoratori, che deporti terremotati, che sostenga i ricchi e faccia pagare le tasse solo ai dipendenti, che tuteli i malavitosi e gli evasori fiscali “scudandoli”, che renda prassi il sottrarsi al giudizio della legge e, secondo qualcuno, la gente dovrebbe rispondere con il gesto più innocuo: la pernacchia. Accade anche, perché può accadere, che qualcuno non ci stia più. Che si sia rotto il cazzo e che decida di prendersela con i “simboli”, “simboli” caro Saviano, né più né meno che simboli. Il contenuto della tua lettera, caro Roberto, è condivisibile fino a un certo punto, diciamo fino a quando affermi che sono meglio i “book block” che i “black block”. Come si può asserire il contrario? Non lo è più, secondo me, quando non riesci a capire, proprio tu, il valore dei simboli. Che cos’è un bancomat se non il simbolo di questo contesto “cash” nel quale in milioni ormai si barcamenano tutti i giorni e di quel potere delle banche che ha strozzato i piccoli risparmiatori e la piccola e media industria? E che cosa sono le vetrine di lusso dei negozi di lusso, di catene del lusso, di gente che probabilmente evade le tasse (ricordi D&G? che marchio!) vendendo lusso ai gonzi? E spiegami, Roberto, che cosa rappresenta Montecitorio nell’immaginario collettivo e palazzo Grazioli, e la divisa di un poliziotto se non “simboli” del potere di un paese che non va e che a tutto pensa meno che ai soggetti più indifesi? Come lo chiami tu tagliare gli insegnanti di sostegno e ridurre gli assegni ai portatori di handicap gravi? Potresti rispondere che è da mafiosi rimuovere simboli ma io potrei obiettare che l’”albero di Peppino Impastato” e le sculture di Falcone e Borsellino non sono minimamente paragonabili a un bancomat o alla vetrina di Gucci o di Prada, o non sei d’accordo? Condivido la tua osservazione sul fatto che soprattutto i black-block non sappiano nulla di anarchia, ma questi tesorucci non sono gli stessi che a Genova i poliziotti hanno lasciato liberi di “esprimersi” come meglio volevano prendendosela con le suore? E allora dov’è il problema? Torniamo ai sit-in di Berkley o diamo un altro significato alla disperazione prendendocela con i “simboli”? A noi non risulta che nessun ministro abbia pianto i morti della Thyssen o della Saras di Sarroch anzi, tutti si sono mossi per togliere responsabilità ai datori di lavoro addossandole agli operai così come, a suo tempo, ci sono voluti tre gradi di giudizio per individuare i responsabili “veri” del disastro del Vajont, per non parlare delle iene che ridevano la notte del 6 aprile 2009. Sei difeso da uomini armati, Roberto, perché anche tu sei un simbolo. Sei difeso da uomini che all’occorrenza non esiterebbero un istante a tirar fuori le loro pistole per difenderti dalla violenza. A volte il valore di un simbolo è incommensurabile e, come la storia ci insegna, quando cade un regime chi ne paga da subito le conseguenze sono le effigi dei dittatori prima ancora delle loro persone. La violenza non è solo quella rappresentata da una sassata ma anche l’essere privati della dignità di sentirsi uomini. E la rabbia, soprattutto se mista a disperazione, non è più controllabile.
Magazine Società
Parliamo di violenza. Caro Roberto ti scrivo...
Creato il 16 dicembre 2010 da Massimoconsorti @massimoconsorti
Conosco una coppia di ragazzi poco più che ventenni che per mesi (lei da tre anni), ha cercato con le unghie e con i denti un posto di lavoro. Lei disoccupata, bassa scolarità ma grande simpatia e comunicativa, le ha provate tutte accettando ogni occasione le si sia presentata: baby sitter, stagionale in un hotel, piazzista di chincaglieria indiana, commessa in un negozio di scarpe, aspirante pizzaiola. Lui, neo diplomato, che al primo colloquio per un lavoro adatto al suo titolo di studio, si è sentito proporre “cento euro al mese, pc personale, nessun rimborso spese di viaggio”, le condizioni del tirocinio. Lontani dal voler mettere su famiglia (troppo giovani e ancora vogliosi di godersi un po’ la vita), non hanno chiesto a nessuno un aiuto né una raccomandazione ma solo fatto la fila negli uffici delle agenzie di lavoro interinale. Ora lei è operaia (a contratto) in una fabbrica a qualche chilometro da casa, lui magazziniere (a contratto) in un centro commerciale. Volendo dirla tutta, gli è andata bene anche se il ricatto del rinnovo del contratto si fa sentire, pesa. Conosco un cinquantenne che ha attraversato parecchie vicissitudini. Altra tempra, nel corso degli anni si è sobbarcato mille lavori e fatto mille sacrifici per campare la famiglia, al colmo della disperazione si è imbarcato su un motopeschereccio a fare il mozzo e, anche se lo ricorda come uno dei periodi più belli della sua vita, quando lo racconta lo fa velandosi di tristezza. Si era proposto come magazziniere ma l’età...come commesso in una libreria, ma l’età...si era rivolto anche lui ad un’agenzia del pubblico impiego, ma l’età...In questi anni ci siamo nutriti delle storie più assurde, delle teorizzazioni del precariato, delle piccole e grandi violenze dei ricatti per un posto di lavoro, della corsa ad apparire in tivvù, del proliferare dei concorsi di bellezza e dell’autogestione del corpo ad uso carriera. Nel tempo si sono modificate le regole d’ingresso nel mondo del lavoro e abbiamo assistito ad una emarginazione delle classi più popolari che ci sta riportando alla vecchia teoria delle corporazioni e della negazione del diritto allo studio per i “poveracci”. Ci è stato tolto un sogno e non è stato l’unico. Poi accade che operai muoiono in fabbrica e i giudici dicono che si sono suicidati. Poi accade che operai muoiono nelle cisterne delle raffinerie e ci dicono che la colpa è della loro sbadataggine, poi accade che manovali e muratori cadono da un’impalcatura e ci dicono che erano ubriachi quando, forse, mancava l’impalcatura. Poi accade che qualcuno quegli stessi operai li voglia schiavizzare, privare di ogni diritto e tutela, disumanizzare fino a renderli numeri della catena produttiva. Accade anche che, per la sola fortuna di essere nati nella famiglia giusta, per alcuni soggetti tutte le strade si aprano indipendentemente dalle professionalità, basta essere figli di...o nipoti di...o amici di...Accade che un governo pensi a tutelare solo le prerogative del Capo, che distrugga lo Statuto dei lavoratori, che deporti terremotati, che sostenga i ricchi e faccia pagare le tasse solo ai dipendenti, che tuteli i malavitosi e gli evasori fiscali “scudandoli”, che renda prassi il sottrarsi al giudizio della legge e, secondo qualcuno, la gente dovrebbe rispondere con il gesto più innocuo: la pernacchia. Accade anche, perché può accadere, che qualcuno non ci stia più. Che si sia rotto il cazzo e che decida di prendersela con i “simboli”, “simboli” caro Saviano, né più né meno che simboli. Il contenuto della tua lettera, caro Roberto, è condivisibile fino a un certo punto, diciamo fino a quando affermi che sono meglio i “book block” che i “black block”. Come si può asserire il contrario? Non lo è più, secondo me, quando non riesci a capire, proprio tu, il valore dei simboli. Che cos’è un bancomat se non il simbolo di questo contesto “cash” nel quale in milioni ormai si barcamenano tutti i giorni e di quel potere delle banche che ha strozzato i piccoli risparmiatori e la piccola e media industria? E che cosa sono le vetrine di lusso dei negozi di lusso, di catene del lusso, di gente che probabilmente evade le tasse (ricordi D&G? che marchio!) vendendo lusso ai gonzi? E spiegami, Roberto, che cosa rappresenta Montecitorio nell’immaginario collettivo e palazzo Grazioli, e la divisa di un poliziotto se non “simboli” del potere di un paese che non va e che a tutto pensa meno che ai soggetti più indifesi? Come lo chiami tu tagliare gli insegnanti di sostegno e ridurre gli assegni ai portatori di handicap gravi? Potresti rispondere che è da mafiosi rimuovere simboli ma io potrei obiettare che l’”albero di Peppino Impastato” e le sculture di Falcone e Borsellino non sono minimamente paragonabili a un bancomat o alla vetrina di Gucci o di Prada, o non sei d’accordo? Condivido la tua osservazione sul fatto che soprattutto i black-block non sappiano nulla di anarchia, ma questi tesorucci non sono gli stessi che a Genova i poliziotti hanno lasciato liberi di “esprimersi” come meglio volevano prendendosela con le suore? E allora dov’è il problema? Torniamo ai sit-in di Berkley o diamo un altro significato alla disperazione prendendocela con i “simboli”? A noi non risulta che nessun ministro abbia pianto i morti della Thyssen o della Saras di Sarroch anzi, tutti si sono mossi per togliere responsabilità ai datori di lavoro addossandole agli operai così come, a suo tempo, ci sono voluti tre gradi di giudizio per individuare i responsabili “veri” del disastro del Vajont, per non parlare delle iene che ridevano la notte del 6 aprile 2009. Sei difeso da uomini armati, Roberto, perché anche tu sei un simbolo. Sei difeso da uomini che all’occorrenza non esiterebbero un istante a tirar fuori le loro pistole per difenderti dalla violenza. A volte il valore di un simbolo è incommensurabile e, come la storia ci insegna, quando cade un regime chi ne paga da subito le conseguenze sono le effigi dei dittatori prima ancora delle loro persone. La violenza non è solo quella rappresentata da una sassata ma anche l’essere privati della dignità di sentirsi uomini. E la rabbia, soprattutto se mista a disperazione, non è più controllabile.
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