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“Parole e Cartoons – Il linguaggio delle fiabe e il cinema d’animazione”

Creato il 10 marzo 2016 da Af68 @AntonioFalcone1

1Presentato lo scorso 24 febbraio presso l’Università UMSA di Roma il libro Parole e Cartoons – Il linguaggio delle fiabe e il cinema d’animazione di Maddalena Menza, edito da Arbor SapientiaE, rappresenta, a parere dello scrivente, una pubblicazione particolarmente curata e preziosa, per due motivi essenziali.
In primo luogo offre opportuno risalto all’importanza della fiaba considerata nella sua struttura sostanziale, così come si è mantenuta inalterata nel corso dei secoli, preservando la sua malia consistente non nel traghettarci verso illusori mondi lontani, bensì nel prenderci concretamente per mano e condurci alla scoperta ed affermazione della nostra più profonda interiorità. Il suo simbolismo consente infatti una raffigurazione delle tante difficoltà che tutti noi possiamo incontrare nel corso del nostro cammino terreno, specialmente nell’età formativa, offrendoci infine la confortante sensazione di poterne venire fuori del tutto vincenti, rafforzati nella nostra personalità, percependo nettamente tanto noi stessi quanto la realtà circostante. La fiaba quindi, la sua persistenza nello specifico, può essere considerata, prendendo a prestito le riflessioni di studiosi quali Jack Zipes, una valvola di sicurezza, una via di fuga eversiva idonea a rafforzare il pensiero divagante e creativo che è tipico dell’infanzia, così da contrastare le spinte conservatrici ed omologanti della società.

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In secondo luogo l’autrice, che si serve di una prosa piacevolmente fluida e discorsiva, dalla quale si evince una notevole sensibilità nell’affrontare le tematiche trattate, elabora un suggestivo fil rouge fra la descritta immanenza della fiaba e il linguaggio filmico del cinema d’animazione, quest’ultimo considerato nella sua portata di forma mediale “antica”, affine alla pittura e all’arte plastica in generale, capace di trasmettere un forte messaggio pedagogico.
All’interno del suddetto genere, Menza fa poi emergere la fascinazione espressa dai nostri autori (da Dominighini a Straffi, passando per Bozzetto, Passacantando e D’Alò), la loro capacità di suddividersi fra artigianato di buon livello e “sano” individualismo nel fronteggiare le produzioni dei grandi studios d’oltreoceano, l’affidarsi, almeno relativamente alle opere analizzate, alla narrazione in sé, prevalente su ogni altro mezzo a disposizione volto alla perfezione tecnologica, analogamente all’iniziale diffusione orale delle fiabe.

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Rilevante anche la distinzione, a volte dimenticata, fra fiaba e favola: l’una nata come racconto rivolto più agli adulti che ai bambini, ai quali è stata narrata in un secondo momento, immersa nel mondo fantastico proprio dei suoi sovrannaturali protagonisti, l’altra caratterizzata da un tono ed un intento satirico, per cui gli animali, le piante, gli esseri inanimati, vengono a rappresentare delle vere e proprie maschere atte a nascondere tutta la grettezza di una varia umanità.
Il mondo astratto, onirico, colmo di grazia e spontaneità proprio della fiaba consente quindi, come spiega Tzvetan Todorov, un confronto dialettico fra realtà ed immaginario: il punto di partenza è il nostro mondo, al cui interno si verifica un avvenimento straordinario spiegabile solo con le leggi proprie della consueta quotidianità. Attraverso il racconto fiabesco il bambino, al di là di ogni revisionismo volto al politicamente corretto di facciata, può provare forti emozioni e trovare una risposta alle proprie ansie.
Sapere che sarà fatta giustizia (“il cattivo punito, il buono premiato”) potrà trasmettergli l’idea che alla fine ogni cosa si risolverà nel modo più giusto, nella possibilità di poter determinare autonomamente il proprio destino pur nel dover fronteggiare le varie difficoltà.

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Il fanciullo potrà poi incontrare il mistero, anche nell’ambito di un contesto moderno; se il web gli fornisce la potenzialità di entrare in contatto con chiunque in ogni parte del mondo, soltanto la narrazione per il tramite di un libro potrà proiettarne i desideri più magici e reali al contempo.
E qui entra in campo la veicolazione cinematografica nel mettere in campo un’immaginazione diversa, facendo leva sulle capacità proprie della fantasia più pura associando immagini diverse o differenti componenti del fantastico. D’altronde, una volta concretizzatasi la rivoluzione alfabetica, la nostra capacità cognitiva si è gradualmente strutturata in modo diverso rispetto alla società orale primaria, in quanto la vista, la visualizzazione, consentono l’esperienza intellettuale, l’analisi, mentre udito e tatto sono legati alla percezione emotiva, all’intuizione.
Esaustivo e valido sprone alla memoria per un paese come il nostro facile alla dimenticanza, la parte più tecnica del libro, con singoli capitoli dedicati ai grandi autori del cinema d’animazione italiano (cui si affiancano una serie d’interviste).

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Ecco il pioniere Anton Giulio Domenighini, con La rosa di Bagdad, 1949 (primo film italiano a colori insieme al coevo cartoon I fratelli Dinamite di Nino Pagot), vincitore del Primo Premio nella Sezione Cinema per Ragazzi alla X Mostra Internazionale d’ Arte Cinematografica di Venezia, il quale traccia una possibile strada da percorrere sfruttando l’italianità come elemento distintivo, ovvero una ricercata riconoscibilità perseguita nel portare avanti una linea del tutto personale, che traeva spunto dalla tradizione illustrativa dei libri per l’infanzia riguardo il punto di vista figurativo, con la fisionomia dei personaggi idonea a farsi specchio della loro personalità.
Spazio poi alla forza “eversiva” di Bruno Bozzetto, al suo stile semplice ed essenziale influenzato dalla Scuola di Zagabria, oltre che funzionale a dare spazio ad una critica pungente nei confronti della società, delle sue abitudini, dei suoi pregiudizi, offrendo grande risalto al respiro narrativo e alla situazione comica (West and Soda, Vip- Mio fratello superuomo, Allegro non troppo).
Molto bella l’intervista al geniale Stelio Passacantando, autore di particolari esperimenti di film d’animazione dipinti direttamente su pellicola, dove risalta l’idea di usare l’animazione come espressione del disagio e coeva ribellione nei confronti degli schemi sociali (Il giornalino di Gianburrasca) o della possibile confluenza fra realtà e sogno (Lo specchio delle meraviglie).

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Di Enzo D’Alò viene evidenziato il suo amore nel raccontare storie (La freccia azzurra, Momo) anche adoperando le metafore, assecondando l’attenzione creativa dei più piccoli nei confronti di ogni elemento, la loro logica del tutto particolare nel collegare un punto ad un altro, così come di Iginio Straffi la sua capacità di coniugare forti idee creative (le Winx) con una grande attenzione al brand, al marchio, inteso anche come fidelizzazione del pubblico ai personaggi, sempre offrendo rilevanza al senso della narrazione, curando le sceneggiature in ogni particolare.
In conclusione un libro che ha certo una pregevole valenza nel portare a conoscenza dei più una parte del nostro cinema colpevolmente sottovalutata, dalla distribuzione e dal pubblico, ma soprattutto, man mano che scorrono le pagine, idoneo a far sì che possa crearsi un’interazione con l’autrice nel riportare alla luce una sorta d’incanto perduto, “costringendoci” ad entrare in contatto con la parte più intima del nostro cuore e a riscoprire il fanciullino di pascoliana memoria. Un’immersione in quel regno della Fantasia, dove, se fosse soltanto possibile, dovremmo forse rifugiarci più spesso per riscoprire sensazioni ormai dimenticate e condividerle con quanti ci sono vicini, i nostri figli innanzitutto.


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