Partinico: notte bianca con morto

Creato il 03 settembre 2011 da Casarrubea

Svegliati è notte !

Ci voleva questa “Notte bianca” a Partinico. Un paese dove, secondo l’assessore alla cultura, allo spettacolo, alla pubblica istruzione, e non so a quante altre funzioni, la gente di giorno dorme e la notte si dedica alle pazze gioie. Per lo sviluppo della comunità, s’intende, e per favorire,  almeno per una notte, nuovi posti di lavoro. Così dice. Esperienze del genere si sono realizzate un po’ in tutta Italia ed è sotto gli occhi di tutti che movide metropolitane e scimmiottamenti paesani di ciò che avviene nelle grandi città, sono ormai all’ordine del giorno. Comunque, ben vengano quando poi non spuntano le scorribande gangsteristiche, anche se non collegate con feste e festini vari. Le notti bianche sono un segno di vitalità, ma guai a farne scatole vuote, girandole umane senza senso. Le capirebbe solo chi ha una buona padronanza della filosofia del nulla, per quanto ipocritamente si possa sostenere che si creano posti di lavoro. Sarebbe la prima volta che simili miracoli avvengono, cantando e ballando nelle pubbliche piazze.

Così abbiamo visto la gente passeggiare, e i commercianti che stentano da sempre a vendere, specie a Partinico, trasformarsi, secondo l’assessore al turismo, sport, eccetera, in nuovi datori di lavoro. Davanti alle porte dei loro negozi si  sono goduti lo spettacolo, dopo le grandi fatiche che avevano fatto per prepararlo. Nessun affare. E la spiegazione c’è.
L’assessore misura la riuscita del suo programma estivo sparando cifre. Pensa al mucchio e non alla qualità delle cose. E forse non sa che sono di qualità quelle cose che lasciano un segno dopo che sono cessate. Non solo per il piacere che hanno provocato, ma per l’insegnamento che hanno lasciato.

Ma il nostro Bartolomeo è come Caligola che nominò senatore il suo cavallo. Stravede per usare un eufemismo. La sua visione è di tipo consumistico. Fa parte di una cultura ancora ferma allo stomaco. Tutta festa e farina. La giustizia in questa movida, nonostante qualche pennellata al programma data all’ultimo momento, c’entra come i cavoli a merenda. Ed è meglio che c’entri poco. Perché il popolo non deve sentire la “corda pazza” del dovere, ma quella del piacere. Al contrario, il primo dovere in un programma sociale è di ricordare, perché non usare la memoria fa male ai comuni mortali, ma è imperdonabile per sempre per chi amministra e governa. E’ il ricordo che fa fare il salto di qualità a seconda che si tratti del singolo che rielabora, o del pubblico che, avendone il dovere, non lo fa.

Anche se a Partinico ci furono i Mille,  Garibaldi, e i picciotti con il fazzoletto rosso al collo. E Danilo Dolci. Occasione buona per dare spessore a un programma fatto di fumo e rumori, luci e mangiate all’aperto. Visto che ricorrono i 150 anni dell’Unità d’Italia, si poteva fare qualcosa anche per quei disgraziati che ci rimisero le penne per consegnarci un’Italia che certamente quei ragazzi venuti dal Nord, al seguito dell’eroe dei due mondi, volevano più civile ed evoluta. Ma per chi ci rappresenta, la cultura è nulla, mentre contano i panini con le panelle e le cassatelle. Festa e farina, appunto, come volevano i borbonici. La forca per i nemici.

Non penso che Partinico sia Nientopoli. E’ un paese che ha risorse umane notevoli. Mi fa rabbia, pertanto, che un uomo preposto alla cultura non abbia rispetto del buon senso e sperperi il denaro pubblico in cose del tutto futili e senza prospettiva. D’altra parte non se ne può fargli una colpa. In questa felice comunità lo scopo di chi governa è realizzare il nulla. Qualcuno dice: – Ma così si rompe l’aria di funerale che tira nel  paese, sperimentiamo nuove terapie. Ad esempio, trasformare le piazze in discoteche all’aperto con gli assessori che si rigenerano tra le folle divertite. E che dovrebbero fare?  Pensare?

Quello che sappiamo è che il programma ha previsto un’inversione dei ritmi normali di vita delle persone. La colazione non si fa più alla mattina, ma alle due di notte e deve essere scrupolosamente a base di nutella. Un’ora prima (perché ci vuole il tempo per digerirle) c’è stata l’abbuffata delle cassatelle per la quale gli interessati hanno avuto a disposizione piazza Garibaldi. Da qui il popolo affamato, sotto i richiami del ventre, si è potuto recare prima in certe piazze per fare una scorta di “meloni” e di “pani cunsatu” (pane, olio di oliva, formaggio e sarde salate) poi a piazza  Municipio per adempiere a un nuovo rito misteriosofico: vedere spuntare l’alba con i barattoli di nutella in mano.

Non è una bella festa? Se pensiamo che nel mezzo ci saranno sottofondi di bagliori e parole senza senso, “giochi gonfiabili” e trovate del genere, c’è proprio da partirsi dall’altro capo del mondo per essere presenti e poter dire: “io c’ero”. Meglio sarebbe avere anche, per ricordo, una bella foto di gruppo con l’assessore al ramo al centro.

Ora vengo e mi chiedo: – E’ normale un paese nel quale si balla, si sbafa e si suona mentre l’acqua della diga a fiumi si perde a mare? E’normale che l’ amministrazione comunale di questa surreale cittadina ignori che gli operai dell’ex Consorzio irriguo sono stati buttati in mezzo alla strada dai nuovi magnati della Regione siciliana? O che quella che fu la più grande cooperativa irrigua, in Italia, di produttori agricoli, la più grande struttura democratica nata nel 1964 su iniziativa di Danilo Dolci, sia stata cancellata dal potere cuffariano prima e lombardiano dopo?  E che nessuno sull’argomento dica una parola in merito, tranne il solito pazzo di turno che è tra quei pochi abitanti di questo paese che camminano con la testa sulle spalle? Ed è normale che il sindaco nientopolitano lo denigri in pubblico additandolo alla gogna e all’isolamento?  Gli effetti già si vedono: compaiono scritte sui muri delle case e oscene esaltazioni della mafia. La macchina di Nientopoli ha messo in moto il suo ostracismo. Maniaci è stato minacciato di morte e – non c’entra nulla con la festa -  un morto c’è stato per davvero nel giorno della notte bianca.

E’ uno spacciatore di droga, Giuseppe Cusumano, che ha fatto una fine simile a quella toccata qualche anno fa a un altro signore della vicina Borgetto: Antonino Giambrone. Sono stati prima massacrati a legnate e dopo sparati. In questo caso non sappiamo quando fu scoperto il cadavere. Ma nel caso di Cusumano, stando alle prime indiscrezioni, il giovane è stato aggredito e assassinato la mattina del 2 settembre, intorno alle dieci, mentre il corpo è stato rintracciato solo dopo 12 ore davanti casa sua, in pieno centro urbano. E’ possibile che nessuno abbia visto nulla? E’ possibile, se nessuno fa nulla per costruire processi di consapevolezza collettiva.

Siamo tornati a un’epoca buia e pericolosa per il nostro paese. Quando, nel 1963, Danilo Dolci, denunciava alla Commissione antimafia:

“… si va a vedere perché non ci sia l’acqua e si scopre che non è affatto vero che l’acqua non ci sia, in quanto, sembra la parabola dei contrari […] c’è una sorgente la cui acqua va sprecata sulla strada. La gente che passa di lì la può vedere e questo, come si dice in siciliano, è uno “sfrejio”, sfreggio alla gente che ne ha bisogno, perché l’acqua non solo va sprecata, ma va a finire addirittura sotto gli zoccoli dei cavalli che passano”.

E’ ciò che accade ancora oggi, a Partinico. I canali di irrigazione sono ridotti a colabrodo,
ognuno si regola di testa sua, siamo nel pieno di una condizione anomica. Non ci sono più regole e certezze. Siamo piombati in una notte buia e far finta di non accorgersene è un male peggiore.  Il Consorzio irriguo Jato è ormai un sogno lontano. L’acqua è tornata a perdersi per un’infinità di rivoli e torrentelli che lasciano a secco le nostre contrade un tempo ridenti.  E come allora su quell’acqua di “sfreggio” si aggirava l’ombra del capomafia Vanni Sacco, allo stesso modo oggi sembra aleggiare una mafia meno visibile, ma che ha gli stessi interessi di prima: la produzione e il traffico della droga, il controllo dei nuovi modelli culturali e produttivi.

Tutto ci sembra reggersi in un sistema organico al cui centro non c’è lo Stato ma la mafia.


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