PD: un partito allo sfascio, e la patetica "aritmetica" di Repubblica

Creato il 16 aprile 2015 da Tafanus

Crescono gli oppositori di Renzi nel PD, ma molti sono solo dei "penultimatori". In assemblea dei deputati in 120 su 310 abbandonano la riunione al momemto della mozione Renzi che impegna i parlamentari a non cambiare neanche una virgola in quella porcheria chiamata "Italicum", ma in pochi, se si dovesse arrivare allo show-down, voteranno la sfiducia, ove questa fosse posta sull'Italicum. Insomma, parole tante, azioni poche: finora, solo le dimissioni di Roberto Speranza.
Intanto Repubblica reinventa le regole fondamentali dell'aritmetica elementare. Per Repubblica 120 non votanti sono "quasi un terzo" del gruppo di 310 deputati. "Quasi un terzo" di 310 sono meno di 103. A casa mia 120 su 310 non sono "quasi il 33,33%", ma "quasi il 39%. Lo so, lo so... dettagli. Ma visto che Renzubblica scende nei dettagli, lo facciamo anche noi. Con maggior accuratezza. La porcheria chiamata Italicum passerà, coi voti dei peones del tipo "tengo famiglia", ma anche coi voti di quelli che proprio non ce la fanno a tirar fuori le palle. Forse perchè non le hanno mai avute.

Quella che segue è la cronaca di un'assemblea da vergogna:
Deflagra in un'infuocata assemblea notturna, lo scontro interno al Pd sulla legge elettorale. All'ennesimo appello della minoranza a modificare l'Italicum, Matteo Renzi dice no. E avverte che lo stesso destino del governo è legato "nel bene e nel male" all'approvazione di questo testo così com'è, senza cambiare neanche una virgola. (Traduzione dal politichese: se non volete andare a casa, e rinunciare 3 anni prima del consentito a percepire le ricche prebende, fate atto di sottomissione. Non c'è dubbio che tanti, troppi "senza mestiere" del PD ascolteranno la voce del portafogli... NdR)
È il fallimento di ogni tentativo di mediazione: Roberto Speranza ne trae le conseguenze e si dimette da capogruppo. La minoranza chiede di sospendere i lavori dell'assemblea, ma si va avanti. E allora Civati, Bindi, Fassina, D'Attorre e altri si alzano e vanno via. Pier Luigi Bersani resta e parla: "Se si vuole, si può cambiare. Se non volete farlo, non sono convinto, se si va avanti così non ci sto". Alla fine il sì all'Italicum passa con 190 voti, l'unanimità dei presenti mentre all'appello mancano tutti gli esponenti della minoranza, i non votanti sono stati 120: quasi un terzo del gruppo (Cara Renzubblica, 120 su 310 sono "quasi il 40% del gruppo", non "quasi un terzo").
Il premier è soddisfatto per l'esito dell'assemblea e - riferiscono fonti vicine al presidente del Consiglio - esprime grande rispetto per la discussione che si è sviluppata ieri alla riunione e per le varie dinamiche in atto all'interno della minoranza pd. "Adesso, però, concentriamoci sulle priorità a cominciare dai temi che saranno al centro del'incontro con Obama", ha detto Renzi (...già... le "priorità" di Renzi... Cambiare insieme a Obama i destini del mondo... De minimis con curat praetor... NdR)
Nessuna ritirata. Non ci sta a considerare quella di ieri una "ritirata" Pier Luigi Bersani: "Leggo ricostruzioni strane sui giornali dell'assemblea pd di ieri. "Ma quale ritirata? Ho visto più un'idea di combattimento che di ritirata", ha detto l'ex segretario, contestando le letture della maggioranza che vedono le minoranze divise. "Divisioni fin qui non le ho viste. Chiedo: ieri sono uscite posizioni diverse? Io non le ho viste e non le vedo. Poi ognuno ha i suoi occhiali". Sulla fiducia all'Italicum, Bersani non ha dubbi e a chi gli domanda se voterà, qualora Matteo Renzi la ponesse, risponde: "Non voglio neanche considerare questa ipotesi, pensa un po' te". E risponde con una battuta alla domanda sulle dimissioni di Speranza: "La speranza è l'ultima a morire, anche se è la prima a dimettersi..." (Bene, Bersani ricco - come al solito - di "sense oh humour". Ma io avrei preferito ascoltare meno battute, e più risposte nette. Si si, no no. Non è stato così. NdR)
Fiducia estrema ratio. Anche per il presidente Pd, Matteo Orfini, la fiducia all'Italicum è un'ipotesi lontana:  "Ieri la fiducia non è stata nemmeno nominata e non ce ne sarà bisogno, speriamo non ce ne sia", ha detto all'indomani della spaccatura del gruppo parlamentare alla Camera sulla legge elettorale. Per Orfini la fiducia è "l'estrema ratio, ma faremo di tutto per evitarla, sarebbe un errore innanzitutto per il nostro gruppo parlamentare. Dobbiamo dimostrare di essere in grado di svolgere la nostra funzione e gran parte del gruppo rispetterà la decisione che abbiamo preso ieri". "È legittimo che chi non condivide la decisione non abbia partecipato ieri al voto ma molti di loro hanno detto che la rispetteranno". (Traduzione: la fiducia è l'estrema razio, ma se la minoranza non obbedirà, saremp costretti a porla. Mattarella permettendo. Ma credo che Mattarella permetterà. NdR)

Quanto alle dimissioni del capogruppo, Speranza, Orfini osserva: "Speranza ha posto un tema politico, non se la sentiva di andare avanti ma proprio per rispettare la sua scelta bisognava continuare a fare la discussione. Ho trovato inopportuno chi ha cercato di strumentalizzare quel gesto non partecipando più alla discussione. Il problema di un partito è se non discute non se discute, in passato io ho assunto decisioni complicatissime senza alcun tipo di discussione tra noi" (...alzi la mano chi riesce a tradurre dal politichese in italiano le "nette osservazioni" di Orfini. MdR)
21 senatori: "Riaprire confronto".  "Un gesto lineare e coerente, quello di Roberto Speranza che ha rassegnato le proprie dimissioni da capogruppo Pd alla Camera. Un gesto tanto più apprezzabile in tempi di trasformismo e opportunismo. Sentiamo, dunque, di manifestargli, senza riserve, condivisione e solidarietà, per una scelta di autonomia e responsabilità", si legge in una nota congiunta 21 senatori appartenenti alla minoranza Pd. "Nel contempo - scrivono Corsini, Broglia, Cucca, D'Adda, Fornaro, Gatti, Gotor, Guerra, Guerrieri Paleotti, Lai, Lo Giudice, Lo Moro, Manassero, Martini, Mineo, Migliavacca, Mucchetti, Pegorer, Ricchiuti, Sonego, Tocci - formuliamo l'auspicio che la sua decisione, così politicamente connotata, possa consentire, prima del voto in Aula, l'apertura e la ripresa di un confronto su un tema, come quello della legge elettorale, segnato da rilevanti risvolti costituzionali e delle evidenti ripercussioni sulla qualità della democrazia nel nostro Paese. Un confronto che possa consentire dovute correzioni e suscitare più ampi consensi a livello parlamentare e presso l'opinione pubblica".
Camusso: "Voto a nessun partito". Nell'ambito delle fratture all'interno della sinistra si inserisce anche la leader Cgil, Susanna Camusso, che in un'intervista al Foglio dice che, data la situazione attuale, non voterebbe per nessun partito: "Sono particolarmente contenta di essere una cittadina lombarda non costretta a votare a queste elezioni, ma se mi chiedete per chi voterei oggi io dico che voterei comunque a sinistra, voterei per qualche candidato singolo, magari, ma per la prima volta in vita mia non voterei nessun partito attualmente presente nella nostra cartina politica... Sono convinta che l'elettore di sinistra, per come è fatto, è incompatibile con il modello di uomo solo al comando". Secondo Camusso nel futuro prossimo è possibile un'evoluzione del sistema che porti alla formazione di un nuovo soggetto esterno al Pd. "Credo che alla lunga sia una dinamica naturale. Lo spazio c'e, è evidente, il Pd non è più un tradizionale partito di sinistra e da qui alle prossime elezioni immagino che qualcosa di importante succederà". Ma a promuovere questo soggetto "non può essere il sindacato come sta facendo Landini in modo improprio ma, nel modo più naturale, deve essere la politica".
La cronaca dell'assemblea. Renzi, nel suo intervento di replica, ha ribadito le sue ragioni, ma ha chiesto a Speranza una ulteriore riflessione sulle ragioni delle sue dimissioni e ha proposto una assemblea ad hoc per la prossima settimana. Area riformista, la componente di Speranza, decide di non partecipare al voto dell'assemblea ma resta, perché non si interpreti la rottura come un preannuncio di scissione. La situazione è ancora recuperabile, secondo i più moderati: anche le dimissioni del capogruppo, sottolinea Matteo Mauri, non sono "definitive".
Nell'aprire l'assemblea dei deputati, Renzi è moderato nei toni, netto nella sostanza: è l'ora di "chiudere la discussione sulla legge elettorale in modo definitivo", scandisce subito. Nessuna sorpresa per la minoranza: a Roberto Speranza e Gianni Cuperlo, che tentavano un'estrema mediazione, nel pomeriggio il segretario-premier ha offerto ben pochi margini. Unica concessione: l'apertura a "ulteriori modifiche alla riforma costituzionale", che è all'esame del Senato. Ma la richiesta di cambiare il testo dell'Italicum viene respinta. Non solo, spiega il premier, perché 'tecnicamente' la legge è "in linea con quanto proposto sin dai tempi dell'Ulivo", sia perché politicamente è l'ora di chiudere il capitolo delle riforme e andare avanti con l'agenda del governo, dai decreti fiscali, in Cdm il 21 aprile e il 16 giugno, alle intercettazioni ("Bisogna chiudere la partita") al contrasto alla povertà.
Renzi mette ai voti la sua linea, già approvata a maggioranza dalla direzione Pd: approvare in via definitiva la legge elettorale alla Camera a maggio. Il premier non fa nessun accenno alla possibilità - contro la quale i partiti di opposizione si sono appellati al presidente Mattarella - di mettere la fiducia in Aula. Ma neanche la esclude. E soprattutto avverte che all'Italicum "questo governo è totalmente legato nel bene e nel male", anche perché il testo è frutto di un accordo nella maggioranza che ha portato all'abbassamento delle soglie di sbarramento in cambio del premio alla lista e non alla coalizione. Se crolla la legge elettorale, è il sottotesto, rischia di crollare il governo.
È un invito a ritrovare l'unità e andare avanti, quello che rivolge Renzi ai suoi deputati. "La mediazione sulla legge c'è stata: basta toni da Armageddon", soprattutto - afferma - per non prestare il fianco agli "sciacalli" che ci sono fuori. Ma la minoranza dem guarda alla sostanza. Il "dissenso sull'Italicum è profondo", dice Speranza, che parla subito dopo il premier. Conferma il sostegno al governo e al Pd, ma ammette la personale sconfitta: "Non sono nelle condizioni di guidare questa barca perciò rimetto il mio mandato di presidente e non smetto di sperare che questo errore che stiamo commettendo venga risolto".
Gianni Cuperlo prende la parola per chiedere di sospendere l'assemblea: non si può andare avanti senza capogruppo. Rosy Bindi chiede a Renzi "l'atto magnanimo" di fermare i lavori, per una questione di "stile e sensibilità". Ma si va avanti. Stefano Fassina e Pippo Civati vanno via. Con loro Bindi e altri. "Ci vediamo in Aula", annunciano. Ma la riunione prosegue con Dario Franceschini che prende la parola per dire che dopo aver "ripreso per i capelli la legislatura non si può mandare tutto in fumo" e invita a chi, come Bersani e Cuperlo ha avuto responsabilità nel partito, a non andare via, non promuovere fratture. Bersani coglie la disponibilità di Renzi a mediare sulla riforma costituzionale, ma chiede modifiche sostanziali: non basta una correzione di facciata. (Fonte: Renzubblica)

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  Sull'Italicum, Giachetti è solido come insegna la sua storia politica: "L'Assemblea ha deciso, chi non si adegua guardi ad altre forze poltiche"
Roberto Giachetti: un uomo per tutte le stagioni, invecchiato senza aver ancora deciso cosa farà da grande. Poverino, abbiamo il dovere di capirlo... E uno che ha tirato la carretta per Renzi come un dannato, e alla fine anzichè finire sulla carrozza (o almeno su un carrozzone), è rimasto dove è sempre stato: legato alla staffa, insieme ai cavalli da tiro... Si, è vero... gli hanno dato, grazie ai "punti fedeltà" raccolti, la carica di Vicepresidente della Camera. Una di quelle cose (come un ddl) che non si nega a nessuno).
Roberto Giachetti, quello tutto d'un pezzo ("...chi non si adegua guardi ad altre forze politiche...") ha una certa esperienza, in materia... Inizia a fare politica da ggiovane nei movimenti studenteschi. Poi si sposta "un pochino a destra", verso i Radicali. Entra anche a Radio Radicale, con una bella compagnia di "progressisti". Massimo Bordin (che è rimasto a fare Massimo Bordin, salvo il salto della quaglia da Trotski a Fiammetta Nierenstein), Laura Cesaretti (che da lettrice di titoli di giornali altrui nelle rassegne-stampa di Radio Radicale, diventa italoforzuta, ed "editorialista" del "Geniale", a Benedetto Della Vedova, anche lui folgorato prima sulla via di Arcore, e poi ancora più a destra...)
Poi Giachetti diventa "servente" di Cicciobello Rutelli detto "Er Cicoria", proprio negli anni in cui er piacione, da radicale, liberale, liberista, libertario, diventa teo-dem, scopre il valore umano dello spermatozoo, e rischia il fidanzamento con la Binetti...
Ovviamente il "percorso politico di Roberto "tuttodunpezzo" Giachetti, passa per la Margherita, poi per il PD quando era il PD, e ora - of course - al renzismo. E spiega agli altri che "chi non ci sta può andare altrove". Ottimo maestro. Lui dell'andare altrove è maestro supremo. Lo immagini in un certo posto, ma lo trobi che s'è già spostato, imboccando "la prima a destra"
Tafanus

1402/0630/1730 edit


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