Pensavo fosse amore invece era un calesse – Massimo Troisi, 1991

Creato il 05 gennaio 2015 da Paolo_ottomano @cinemastino

Tra i motivi principali per cui ricorderò Pensavo fosse amore invece era un calesse ci sono alcune massime messe in bocca ai personaggi, così acute che sembrano ovvie e invece sono anche troppo originali. “Tu non sei portato per queste cose, sei troppo religioso”, oppure “Se vuoi essere la donna della mia vita, mi devi lasciare una vita”, o ancora “Perché siete tutti così sinceri con me? Che vi ho fatto di male?”. Pensieri che stanno bene anche da soli e sono sempre coerenti con il discorso che il film vuole condurre, servendosi di un protagonista che è sempre Massimo Troisi: il ragazzo timido, quasi balbuziente, che non può fare a meno di esitare ma che deve comunque essere sincero – anche se capisce che, talvolta, è doloroso – qualunque cosa dica. Il problema di Tommaso, questo il suo nome, è che non riesce a convincere i personaggi che lo circondano della sua sincerità, della sua bontà d’animo: la copre involontariamente con il suo fare ambiguo, che sembra nascondere qualcosa anche quando nulla ci sarebbe di cui vergognarsi. La sua fidanzata Cecilia (Francesca Neri) è gelosissima, teme talmente tanto che lui la tradisca – complici le poche attenzioni che lui le dà – che se ne convince e lo lascia, forse sottovalutando la forza dell’uomo che lei ancora desidera e dal quale è ancora desiderata. Dopo sconforto iniziale, la voglia di soffrire in silenzio e soprattutto da solo, si fa strada l’orgoglio di chi vuole riconquistare la propria donna quando questa si trova un altro compagno. È vero amore, dunque, o è solo una sfida con se stessi?

Il secondo motivo per cui ho amato questo film, pur conscio di alcuni limiti come la lentezza e la verbosità – che però non cancellano l’impronta dell’autore, di cui sono caratteristiche – è il ricordo che mi sovverrà di Pino Daniele quando ci ripenserò, nello stesso modo in cui mi tornava in mente Massimo Troisi quando pensavo al cantautore napoletano. La colonna musicale della storia, infatti, ruota intorno al tema di Quando, che il musicista ha composto per l’amico regista (Troisi spesso diceva che, quando Pino Daniele scriveva una canzone, era lui che avrebbe dovuto scriverci un film) e che fa capolino nei momenti in cui i personaggi si confessano, fanno le riflessioni più amare. La sua dolcezza stride piacevolmente con il tono ironico della narrazione, meno comica e ancora più riflessiva rispetto alla produzione precedente, e impreziosisce un racconto tanto malinconico. Il finale, però, è molto più lieto di quanto non si potrebbe pensare, a una prima occhiata. Sempre che non ci fermiamo in superficie. Perché quando Tommaso dice che non ricorda se ama o ha amato Cecilia, quando rivendica di non volerla sposare perché, senza tanti fronzoli, non è il matrimonio che fa l’amore – anzi, spesso lo uccide – lo pensa davvero, non sta facendo del sarcasmo. “Un uomo e una donna sono le persone meno adatte a sposarsi tra di loro” dice, anticipando il pensiero della sua fidanzata. Perché è giusto convivere e stare bene insieme, senza sentirsi soggiogati da un vincolo che nessuno può imporre all’uomo, animale volubile per eccellenza. E non c’è niente di male ad ammetterlo, a non forzare la sua natura: questo, forse, è il gesto d’amore più grande.


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