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Per Roberta Ragusa, donna tradita da donne

Da Alphaville

Non amo parlare di fatti di cronaca su queste pagine, ma oggi faccio un’eccezione — una riflessione.

Esattamente un anno fa scompariva Roberta Ragusa: non ci spendo molte parole, perché la cosa è nota. Così, eviterò di parlare del marito (proprio in queste ore sembra che la sua posizione si stia aggravando) e del suocero — impenetrabili e uniti forse da una solidarietà tutta maschile ancora più forte del rapporto di sangue; ed eviterò di parlare anche del cognato e della sua famiglia, figure assenti e misteriose.

Vorrei parlare brevemente, invece, di altre due donne che compaiono in questa storia ignobile e non tanto piccola, sia pure a titolo assai diverso: la Suocera e la Rivale (uso la maiuscola per sottolineare il carattere di tipo psicologico delle due figure).

Sappiamo che Roberta non aveva più una famiglia d’origine, e che le erano rimasti soltanto dei cugini; il suo essere madre- moglie-nuora in un ambiente se non apertamente ostile, certo non caldo e avvolgente come si presume o ci si illude debba essere una famiglia anche acquisita (ma Aristotele diceva che la famiglia è il luogo della tragedia), deve esserle pesato non poco, e meno male che Roberta occhi-pensosi ha potuto contare, non sappiamo fino a che punto, su amiche sincere. Ma la Suocera? Donna, è stata moglie e madre e nuora a sua volta: eppure sembra che abbia potuto dimenticare queste fasi della vita. Del pari, sembra aver potuto tollerare il clima di freddezza creatosi intorno alla moglie di suo figlio — nonché madre dei suoi nipoti; e forse vi ha contribuito lei stessa: per convinzione, per educazione, per rivalsa, per paura… Sono varie e molteplici le motivazioni che inducono le donne a farsi la guerra, in modo più o meno strisciante ma sempre feroce e talvolta vigliacco. Max Scheler ha scritto pagine intense sulla figura della suocera, aprendo spiragli significativi sul conflitto fra le due polarità femminili — materna e coniugale — che ruotano intorno al maschio nella nostra cultura. Ma non credo che nella vicenda di Roberta ci sia spazio per Scheler — non c’era spazio nemmeno per lei, ingabbiata in una routine povera di soddisfazioni e passabilmente frustrante, a giudicare da quello che è emerso.

Quanto alla Rivale, l’altra sera a “Quarto grado” Barbara Palombelli è cautamente esplosa chiedendo «ma non ha una coscienza?!?»: dando così voce alle perplessità dei molti che seguono il caso e che, indipendentemente dal sesso, non si capacitano dell’assoluta indifferenza con cui questa ragazza, capitata per caso nella vita di Roberta, l’ha vampirizzata fino a toglierle tutto, senza la minima remora e con una sfrontatezza imbarazzante.

Quello che mi colpisce, in definitiva, è la totale mancanza di empatia della Suocera e della Rivale nei confronti di una donna come loro — è l’assenza del maternage e della sorellanza.

Ecco, l’ho detto. Ho tirato fuori due concetti così misconosciuti da farmi pensare che forse me li sono sognati — naturalmente non è così, ma mi chiedo perché siano confinati negli ambiti ristretti degli specialisti, e non rispolverati e diffusi e donati a tutte le donne: il termine maternage indica propriamente l’insieme di cure e attenzioni che la madre presta al bambino nei primi anni di vita, ma si è poi esteso a comprendere una tecnica psicoterapica e una modalità relazionale fra donne non consanguinee (Rachele Farina ne individua un esempio illustre in Adelaide Bono Cairoli e Adriana Panizza); il termine “sorellanza”— «parola e concetto il cui status politico è ancora debole e incerto»—, modellato sul più comune “fratellanza” e tipico del pensiero femminista, viene così spiegato dalla teologa femminista Mary Daly:

il termine «sorellanza» puntualizza direttamente il fenomeno rivoluzionario dell’unione tra coloro che sono state condizionate a rimanere divise e poste l’una contro l’altra: un’unione che presagisce rivolta ed è di per se stessa l’inizio della rivoluzione. La nuova sorellanza non è la semplice incorporazione in una fratellanza, come è avvenuto per esempio per le «sorelle» religiose che sono state incorporate in un certo modo nella fratellanza della Chiesa. Al contrario, è uno sforzo attivo di guarire il dualismo presente all’interno del sé femminile. Anziché implicare un’illusoria incorporazione nella «fratellanza degli uomini», implica lo starne fuori. Essa fornisce la sola base realistica per accettare la fraternità, perché senza di essa le donne vengono rigettate nella dipendenza emotiva dagli uomini che le strutture sociali prevalenti esigono. (M. Daly, Al di là di Dio Padre, traduzione di D. Maisano e M. Lister, Editori Riuniti, Roma 1990, pp. 76-77).

Tornando al caso di Roberta Ragusa, mi sembra di poter cogliere un’immensa aridità nelle altre figure femminili che la affiancano nel fortilizio domestico di Gello: la Suocera non sembra capace o interessata a prestare alla giovane nuora quelle attenzioni affettuose che tanto più s’imponevano dopo che Roberta era rimasta orfana di entrambi i genitori; e la Rivale non sembra vedere in Roberta una donna come lei, con le sue stesse fragilità e aspettative, ma piuttosto un mero ostacolo sulla via della felicità (?) accanto all’uomo che da anni le ripete le menzogne di tutti i mariti fedifraghi e che di fatto l’ha irretita in una sorta di ménage-à-trois — particolarmente odioso perché uno dei vertici del triangolo, la povera Roberta, è ignara e ingannata.

È plausibile che la Suocera, proveniente da un’epoca e una cultura assai più maschiliste dell’attuale (il che è tutto dire), non fosse davvero in grado di cogliere il disagio di Roberta; o che sia così succube dei maschi della famiglia da non avere il coraggio di opporsi (prima) e di parlare (adesso), neppure di fronte allo smarrimento dei nipotini — senza madre da un anno, con l’orrendo sospetto che il papà possa essere in qualche modo implicato nella scomparsa, e ai quali viene da qualche mese imposta la presenza in casa della donna che potrebbe essere coinvolta nella sparizione della loro mamma.

Ma la Rivale, più giovane di Roberta, sembra riassumere in sé il fallimento del lungo impegno a beneficio delle donne portato avanti per secoli da altre donne, nel nome di un destino comune e di un comune obiettivo che le affrancasse finalmente da uno stato di soggezione più o meno palese e dalle infinite sfumature.

Così, Suocera e Rivale restano inscritte nel circolo vizioso della dipendenza dal maschio: Marito, Figlio o Amante che sia, figura centrale attorno alla quale ruota l’intera esistenza di queste donne incapaci di trovare al proprio esistere un senso compiuto, esterno alla relazione di appartenenza a un uomo — “moglie di…”, “madre di…”, “amante di…” — oppure, quel che è peggio, caparbiamente attaccate a questo modello di rappresentazione di sé.

Nel momento in cui scrivo, non ho idea di come andrà a finire la brutta storia di Roberta, donna e moglie ripetutamente tradita, madre tenerissima che non potrà accompagnare i suoi figli nell’avventura della crescita. Come donna, come moglie e come madre, resto sgomenta di fronte a una perdita che colpisce tutti, che dovrebbe far riflettere e che nessuno potrà mai colmare. Che terribile spreco.


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