
"Cari amici di Roma fa Schifo, esattamente un anno fa seguii con passione il gran can can che faceste sull'approvazione del Piano Regolatore degli Impianti Pubblicitari. Grazie a tutto quel casino il Piano venne approvato, ma come mai poi non se n'è saputo più niente? Come mai i cartelloni sono tutti ancora lì? Come mai non si sono svolti i bandi internazionali rispetto ai quali ci avete fatto una capa tanta per anni?".
Bella domanda. Che ci dà modo di spiegare cosa sta succedendo. Perché dietro ai tempi estenuanti con i quali sta andando avanti la grande riforma della pubblicità esterna a Roma (ricordiamo che siamo al medioevo mentre tutte le città del mondo e d'Italia sono nel futuro, e ci stiamo solo perché negli anni passati si è deciso di favorire il racket che c'è dietro questo settore con decine di ditte infiltrate dalle mafie) c'è qualcosa di molto più schifoso di quanto si possa immaginarsi.

La procedura, dopo l'approvazione del Piano Regolatore degli Impianti Pubblicitari (PRIP) la scorsa estate, prevedeva tutta una serie di attività che - ovviamente, siamo in Italia - sono state in primis rallentate dai ricorsi al TAR. Per fortuna i ricorsi sono stati persi dalle ditte che li hanno intentati (anche se un nuovo pronunciamento ci sarà ad ottobre) e allora si è andati avanti a produrre, per ogni Municipio, dei Piani di Localizzazione, nel frattempo il Comune si è quasi fatto convincere a sperimentare alcune modalità cadendo per un pelo nelle trappolette delle ditte. Gli step dovevano comunque essere: redazione dei Piani di Localizzazione (15, uno per ogni Municipio. Il primo ad essere stato presentato in anteprima fu a febbraio il VII) > la loro presentazione agli uffici competenti > la presentazione alla città > un passaggio istituzionale (approvazione in Consiglio? In Giunta?) definitivo > l'indizione dei bandi internazionali che avrebbero portato - speriamo - ditte internazionali e serie a gestire un settore molto particolare, specifico e delicato che le dittuncole cafone romane si sono rivelate inadatte (ed è un eufemismo) a gestire.
Cosa è successo? E' successo che il processo si è arenato al primo step. I 15 Piani sono stati redatti da Aequa Roma, ma una volta inviate agli uffici (leggasi soprintendenze) per un avallo formale, hanno ricevuto centinaia e centinaia di osservazioni.

Le stesse soprintendenze che hanno taciuto, per trent'anni, quando la città (e gran parte delle aree tutelate, monumentali, archeologiche) veniva ricoperta di impianti di ogni forma e ogni colore gestiti sovente dalla criminalità, ora fanno il pelo e il contropelo alla proposta del Comune di riformare il settore, rallentando la procedura, facendo perdere all'amministrazione una montagna di soldi, rinforzando le ditte e il loro potere contrattuale in sede di ricorso. Uno scandalo in piena regola. Che diventa uno scandalo allucinante (ma, tranquilli, i giornali della città non ne parlano) se si pensa che tra gli uffici che dovrebbero "tutelare" i beni culturali, quello che più di ogni altro ha avuto da ridire è stata la Sovrintendenza Capitolina. Non quella Monumentale, non quella Archeologica che anzi si è comportata in maniera molto corretta, no: quella Capitolina. La Sovrintendenza Comunale, quella retta da Claudio Parisi Presicce, che è di fatto un ufficio del Comune, un organo dell'Assessorato alla Cultura, assimilabile ad un Dipartimento di Roma Capitale.

Insomma è la città che si fa male da sola. Che si umilia da sola. Che si mette i bastoni tra le ruote da sola. L'assessorato al Commercio e il Dipartimento delle Attività Produttive cercano di riformare un settore terrificante dopo decenni di crimine e abusivismo rispetto al quale tutti si sono voltati dall'altra parte, e proprio ora tutti si svegliano: stiamo parlando di qualcosa come 800 pagine di osservazioni. Equivalgono a quelle operazioni Calderoli Style fatte in Parlamento per bloccare qualche riforma utile ma scomoda con tonnellate e tonnellate di emendamenti. Ed è il Comune che sevizia se stesso, ripetiamolo. Si potrà dire: ma la Sovrintendenza semplicemente applica la legge e fa notare se determinati impianti non possono stare in un certo luogo. Già, ma a parte che certi impianti in "quel luogo" ci stavano da anni senza che nessuno abbia detto nulla, solo che prima ci stavano nel caos, ora ci stanno in un disegno strategico di riforma. Ma poi non è solo questo: il documento riporta tutta una serie di interpretazioni, deduzioni e chili&chili di mancanza di elasticità.
Risultato? Questo scherzo potrebbe rendere tutta l'operazione infattibile. I lotti che poi verranno messi a gara potrebbero risultare non appetibili dal punto di vista commerciale, le gare insomma potrebbero andare deserte o non consentire al Comune di chiedere in cambio i servizi che in tutto il mondo si ricavano dalla valorizzazione della pubblicità esterna (arredo urbano, bike-sharing, toilette, mappe, ma soprattutto un sacco di soldi per l'amministrazione che ne ha bisogno) e l'operazione di riforma potrebbe andare a farsi benedire facendo restare tutto com'è. Magari qualcuno dentro determinati uffici capitolini mira proprio a questo...