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Perchè finire i libri?

Creato il 26 marzo 2012 da Patriziabi (aspassotrailibri) @openars_libri

Digressioni letterarie -
Perchè finire i libri?

Qualche giorno fa sul blog, a seguito di un post di Fabio, ho pubblicato il link ad un articolo (segnalatomi da un nostro follower di Twitter) di Tim Parks comparso sul blog del The New York Review Of Books il 13 marzo 2012, intitolato Why Finish Books?

Ho chiesto a Fabio di tradurre il pezzo del NYR e qui sotto trovate l’articolo.
Grazie a Fabio del prezioso ed insostituibile aiuto.

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Perchè finire i libri?
Signore” – osservò Samuel Johnson con buffa incredulità a qualcuno che era troppo desideroso di sapere se avesse finito un certo libro – “Signore, lei legge i libri fino alla fine? Bene, dovremmo farlo? Dritti fino in fondo? E se lo facessimo, saremmo così babbei da credere che dovrebbe essere abitudine di tutti leggere fino alla fine i libri?

Shopenhauer, che ragionò e scrisse molto a proposito della lettura, è dalla parte di Johnson. La vita è “troppo corta per leggere brutti libri” e “poche pagine”, disse, possono essere sufficienti per “una stima provvisoria della produzione dell’autore”. Dopodiché, è perfettamente consentito rinunciare se non si è convinti.

Ma io non sono veramente interessato al nostro rapporto con i brutti libri. Mi sembra ovvio che ogni lettore serio abbia imparato da molto quanto tempo concedere ad un libro prima di scegliere di chiuderlo. E’ solo il lettore alle prime armi, ancora attaccato ad un senso di compimento inculcato da genitori ansiogeni, che si trascina ostinatamente anche se non c’è divertimento. “Io sono un teenager”, rimarca un triste rewier di un sito di recensioni. “Ho letto tutto questo libro [sarebbe sleale dire quale] dalla prima pagina all’ultima, sperando che fosse tanto bello quanto lo dipingevano le recensioni. Non lo era. Ho sempre letto completamente tutti i romanzi che ho iniziato ed è la determinazione a non desistere che mi ha portato a finire questo, ma veramente vorrei non averlo fatto.” Bisogna incoraggiare questo tipo di lettore a non collegare la sua autostima al mero completamento di una lettura di un libro, anche solo perché più brutti libri finisci, meno buoni libri puoi iniziare.

Ma che dire dei buoni libri? Perché Johnson non si riferiva a quelli brutti quando lanciò quella provocazione. Abbiamo bisogno di finirli? Un buon libro è, per definizione, uno che abbiamo completato? O ci sono occasioni in cui possiamo scegliere di abbandonare un libro prima di averlo finito, o magari passata la metà, e ciò nonostante giudicarlo buono, anche eccellente, essendo contenti che di aver letto ciò che abbiamo letto, ma non sentendo il bisogno di finirlo? Ho posto la domanda perché mi è successo molto spesso. E’ l’età, la saggezza, la vecchiaia? Io inizio un libro. Me lo sto gustando appieno, e arriva un momento in cui sento di averne avuto abbastanza. Non che abbia smesso di apprezzarlo. Non mi annoia, non penso sia troppo lungo. Semplicemente non provo più il desiderio di andare avanti. Posso quindi dire di averlo letto? Posso segnalarlo ad altri e parlarne come di un buon libro?

Kafka disse che oltre un certo punto uno scrittore può decidere di terminare il suo romanzo in qualsiasi punto, con qualsiasi frase; era veramente una questione arbitraria, come scegliere dove tagliare un pezzo di corda, infatti, sia Il castello sia America sono opere incompiute, mentre Il processo è troncato con odio indecente di chi ha deciso che ne ha davvero abbastanza. Il romanziere italiano Carlo Emilio Gadda fece lo stesso: entrambi i suoi più grandi lavori, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e La cognizione del dolore, sono incompiuti ma sono considerati classici a dispetto del fatto che abbiamo una trama complessa che sembra necessiti di conclusioni non presenti.

Altri scrittori mostrano quello che chiamerei “catarsi dell’esaurimento”: i loro libri si presentano così ricchi […] che semplicemente terminano al punto in cui lo scrittore, il lettore e pure i personaggi, sentono tutti di averne avuto abbastanza. Il primo esempio che mi viene in mente è D. H. Lawrence, ma anche Elfriede Jelinek, Thomas Bernhard, Samuel Beckett, e la stupenda Christina Stead. La prosa di Beckett diventa sempre più compatta, sempre più densa a mano a mano che porta il punto di esaurimento sempre più avanti.

Mi sembra che tutti questi scrittori, suggerendo che oltre un certo punto un libro possa terminare in qualsiasi momento, legittimino la nozione che il lettore possa scegliere, senza togliere nulla all’esperienza di lettura, dove desistere (ad es. Alla ricerca del tempo perduto di Proust, oppure La montagna incantata).
Una delle più strane critiche che io abbia ricevuto su un mio romanzo – il mio più lungo romanzo – mi giunse da un collega autore che mi scrisse di punto in bianco per esprimere il suo apprezzamento. Tali missive danno uno scossone alla propria vanità ed io stavo già per appuntare queste sul mio cappello quando giunsi alle ultime righe del messaggio: egli non aveva letto le ultime cinquanta pagine, disse, perché aveva raggiunto un punto in cui la storia si concludeva in modo per lui soddisfacente.

Io ero naturalmente seccato, ed anche un po’ arrabbiato. […] Era una dannata critica ad indicare che avevo scritto cinquanta pagine di troppo? Solo più avanti ho apprezzato la sua sincerità. Il mio libro era buono pure per lui, anche escludendo il finale. Non era troppo lungo, solo che lui era felice di fermarsi lì dove lo ha fatto.
Quindi che dire del lato estetico dei libri, della nozione di stato dell’arte come di un complesso organico – non hai compreso la sua forma finché non hai visto l’opera nel suo complesso – e cosa della trama, riferendosi principalmente ai romanzieri? La lettura di un romanzo non richiede che si raggiunga la sua fine, perché allora la soluzione della storia trova significato riattraversando l’intero lavoro. Così dicono i critici. Senza dubbio ho avanzato questa pretesa in qualche recensione o in altri articoli.

Ma questa non è esattamente la mia esperienza come lettore. Ci sono molti romanzi, non per forza relegati ad un genere, in cui la trama è senza dubbio importante e la prima ragione per cui si continua a girare le pagine. Dobbiamo sapere cosa accade. Questi raramente sono i libri più importanti per me. Spesso si sfogliano le pagine con accresciuto impegno seguendo la trama, riducendo l’attenzione verso la scrittura in sé; tutto il succo è nella trama e la scrittura è solo il veicolo.
D’altro canto in questi romanzi in cui la trama è il piacere principale, la fine raramente è soddisfacente, e se piace il libro lo consigliamo ad altri, raramente è per il finale. Quello che conta è l‘intreccio della storia, le forze in gioco e le tensioni sviluppate. Gli italiani lo esprimono con una bella parola. Loro la chiamano “trama”, una parola il cui significato principale è tessuto, intreccio. E’ l’intreccio della trama che assaporiamo in un racconto […] e non la sua soluzione. In realtà, ciò che di meglio possiamo sperare dalla fine di un buon racconto è che non rovini tutto ciò che è avvenuto prima. Non immagino un Amleto che termini prima della carneficina dell’ultima scena, lasciandoci rimpiangere su tutte le intriganti possibilità messe in essere dal ritorno ad Elsinore del giovane principe.

Riguardo ciò non è male notare che le storie non sono obbligate ad avere un finale. Roberto Calasso in Le nozze di Cadmio e Armonia mostra come una delle peculiarità di un mito attuale è che le sue molteplici vicende, sempre così ben aggrovigliate tra loro, hanno sempre al massimo due finali, spesso opposti – l’eroe muore, non muore, gli amanti si sposano, non si sposano. E’ solo quando un mito diventa storia che noi cominciamo a capire che ci può essere solo una fine appropriata, e ci dimentichiamo le alternative. Nei romanzi, i finali che mi creano disappunto sono quelli che spingono il lettore a credere che la storia avrebbe potuto facilmente prendere una piega differente.
Terminare un romanzo prima della fine è quindi riconoscere che per me la sua forma, la qualità estetica, è l’intreccio della trama, nei migliori romanzi, è la mescolanza tra lo stile della scrittura e la trama.
Stile e trama, visione d’insieme e cura dei dettagli, mescolati insieme, in un groviglio perfetto. Una volta imbastita la struttura e con la narrazione che procede, la necessità di un finale è solo un onere indesiderato, una situazione imbarazzante, una deplorevole chiusura di molteplici scenari. A volte ho sperimentato l’ansia delle ultime cinquanta pagine in cui molti scrittori si sentono condannati a creare una chiusura, come fosse l’estensione di una tortura psicologica, obbligandomi a pensare alla vita come una macchina per afbbricare pathos e sofferenza, cosicchè gli unici finali in cui crediamo a stento sono ovviamente quelli infelici.

Mi chiedo se, quando un vate stava raccontando un mito, magari dopo qualche banchetto ateniese, o presso un bivacco sulla costa norvegese, non vi fosse un punto in cui gli astanti avrebbero desiderato votare per decidere qualche finale avessero voluto ascoltare, o semplicemente optare per terminare e andare presto a riposare. E io ricordo che Alan Ayckbourn ha scritto opere teatrali con finali alternativi, in cui gli attori possono decidere, atto per atto, quale versione seguiranno.

Mi chiedo anche se, nel mostrare buona volontà a non proseguire nella lettura anche di un libro eccellente, il lettore non stia facendo un favore allo scrittore, esonerandolo dal quasi impossibile compito di terminare la trama con grazia. C’è qualcosa di tirannico nella nostra schiavitù da finale. Non ho dubbi sul fatto che avrei una bassa opiione di molti romanzi non terminati se li avessi invece letti fino in fondo.

Ed infine mi chiedo se non è forse ora che io dia, nei miei romanzi, uno o due spunti ai lettori, in cui indicargli che da questo o quel momento in poi loro hanno il mio permesso di abbandonare il libro come e quando vogliono.


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