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Peter Jackson e gli Antenati Sanguinolenti di Frodo

Creato il 09 ottobre 2012 da Dietrolequinte @DlqMagazine
Peter Jackson e gli Antenati Sanguinolenti di Frodo

Cos’è lo splatter? Quali domande sottende un genere sfacciatamente voyeuristico quanto e piùdell’hard? Possiamo murarlo nella stantìa definizione di “pornografia della violenza” e disinnescarlo come venefica metafora dell’abbrutimento sempre più insopportabile della società odierna? Non risulta altrettanto vacua la volontà di demistificarlo riconoscendogli il tentativo di riscatto dal mondo mostrandone gli eccessi nella maniera più truculenta possibile? Negli ultimi vent’anni la critica cinematografica ha cercato di rimediare all’ostracismo praticato alla sua nascita imbozzolando il genere splatter con una dietrologia teorica che ha cercato appigli nei para-settori di sapore squisitamente accademico, dalla semiologia ai Cultural studies. Èsorta allora una specie di gara per chi riuscisse a dare la lettura più eccentrica al genere più eccentrico che il cinema moderno abbia partorito. Con due errori sesquipedali nella loro astrusa astrattezza. Il primo è che si è trattato di letture compiaciutamente postume, da vivisezionisti di un cadavere che aveva smesso di far inorridire e sul quale si poteva impudicamente intervenire. La seconda è che lo splatter è spesso servito più da analogica presentazione di un survoltato punto di vista piuttosto che da correlato oggettivo di una seria analisi. Il genere splatter è stato infatti raramente esplorato dallo sguardo di un appassionato o di un addetto ai lavori. Altezzosi critici se ne sono serviti per indagini che rivelavano subito, nel migliore dei casi, la sufficienza del neofita, nel peggiore la spocchia di chi si abbassa per gusto della sfida intellettuale a dipanare una materia cosìbarbara. È da questo stuolo di studiosi che si è sparsa la dicitura “trash d’autore”. Una tale formula implica di peruna concezione elitaria dell’arte, come se l’artista anche quando defeca sforna capolavori, come se fosse possibile distinguere tra spazzatura e immondezzaio, come se le feci dei ricchi (culturalmente) non puzzassero quanto quelle dei poveri. Intendiamoci, non sto affermando che l’arte sia democratica e che non debba avere barriere all’entrata (il talento non si improvvisa). Ciò che rifiuto è la defenestrazione del genere splatter dalle categorie maggiori e il recupero di alcune opere del filone, che avviene soltanto dopo che uno dei registi cimentatovisi è assorto allo status di maestro. La verità è che troppi capiscono il presente soltanto quando è passato o, tornando a un livello più cinematografico, quando ad esso è stata data dignità artistica da un numero cospicuo di autori. La rivalutazione di generi definiti seminali (sempre col senno del poi!) è massiccia ma qui mi limito al settore a me più caro, quello appunto dello splatter.

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Dalla diffusione della notizia che Peter Jackson, John Landis e Joe Dante (tra i primi che mi vengono in mente) hanno fatto i loro esordi in questa branca dell’horror, si èstudiato il topolino come se si avesse di fronte un elefante. Non ci sono giudizi nella scelta di questa metafora. Riconosco per primo la ludicità del genere e la rivendico appassionatamente, lasciando le introspezioni psicanalitiche a film che si prestano più volentieri a tali operazioni. Rifiuto l’eccessiva idealizzazione di pellicole scopertamente superficiali (anche qui non sto parlando di merito ma di sostanza effettuale). Faccio un esempio pratico analizzando proprio due film di un regista contemporaneo molto amato: il neozelandese Peter Jackson. Se la tomistica recensionistica è satura di lavori che analizzano pregi e limiti della monumentale trasposizione cinematografica de “Il signore degli anelli”, risulta quantomeno curioso il recupero degli esordi splatter di Jackson, poiché giustificati come gustose anticipazioni del suo talento visionario. Va dato atto che il regista neozelandese è riuscito nell’improbo compito di “costringere” alcune legioni dei suoi sterminati critici a visionare opere che sono agli antipodi del loro gusto estetico, prettamente orientato sul fantasy. E fa divertire ancor di più che anche i suoi più coriacei estimatori, magari giovani, cresciuti nella magniloquenza del 35mm delle sale, si siano scontrati con la rozzezza del 16mm e di budget irrisori pur di conoscere interamente la filmografia del loro maestro. Peter Jackson prima di essere nominato Sir dalla regina britannica in virtù delle sue origini britanniche (entrambi i genitori erano emigrati dall’Inghilterra) era riuscito infatti a trarsi fuori dall’isolamento geografico della Nuova Zelanda non con il rugby ma con una pellicola girata nei fine-settimana con gli amici, spalmata nel lunghissimo arco di tempo di 4 anni.

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“Bad Taste” (1987), questo il titolo originale del film in questione (“Fuori di testa” nella versione italiana), è un eccellente compendio dello spirito anarcoide che aveva caratterizzato gli esordi del genere splatter. La storia, pur ridotta all’osso, rifiuta i facili ammiccamenti alla tensione dell’horror e, traendo giovamento dalla lezione romeriana, fa una critica sociale al capitalismo narrando di un’invasione aliena compiuta da extraterrestri antropofagi che vogliono commercializzare la carne umana proponendola in svariate prelibatezze. Jackson sceglie di girare sempre di giorno, non ricorrendo ai mezzucci del genere, per dare spazio al dispiegamento del suo talento proteiforme. Il film è infatti molto “home-made”: dalla scenografia (invero assai scarna e limitata a una villa e una scogliera), alla fotografia fino ai truculenti effetti speciali e alla sceneggiatura, tutto è sotto la sua egida. I limiti di una produzione amatoriale sono evidenti, anche dal tentativo di superarli tramite la scelta di uno stile dinamico delle inquadrature: Jackson muove molto la telecamera, dà vita a primissimi piani peculiari e arditi per sorprendere lo spettatore (probabilmente echi del Sam Raimi de “La casa”) ma francamente sono più gli effetti speciali a stupire, per la loro riuscita artigianalità. Il grado di innovazione weird nelle sequenze splatter è difatti notevole, tanto da fargli stabilire alcuni primati in questo senso. Dal vomito verde ingerito da una zuppiera allo sfilamento della colonna vertebrale fino alla mitragliatrice conficcata nel corpo di un alieno e che continua a sparare, sono numerose le scene estratte dal film e divenute celebri in Rete.

una immagine di Locandina di Braindead 1992 su Peter Jackson e gli Antenati Sanguinolenti di Frodo

Che Peter Jackson fosse l’unico componente di quel cast destinato ad aver successo lo si può vedere anche dalla sua performance attoriale (soprattutto nella parte di Derek, lo scienziato), l’unica di qualità in un gruppo segnato da facce anonime. Ma se il “cattivo gusto” in questo esordio era limitato al titolo e alle vette apicali raggiunte dal grado di disgusto di alcune scene, è in “Braindead” (1992 – uscito nel nostro paese con il titolo “Splatters – Gli schizzacervelli”) che esso invade tutto il film. Adesso la scorrettezza investe anche la cifra narrativa e tematica. Leggasi, in questo senso, la presenza di un prete che rivela la sua laidezza dopo essere diventato uno zombie (metafora della liberazione degli istinti che può avvenire soltanto con il passaggio a una dimensione non-umana, con tutte le restrizioni sociali che essa invece comporta) e la sapida scena dei colpi inferti al neonato irrequieto in un assolato e placido parco per l’infanzia (qui c’è il cameo della compagna di sceneggiatura, e di vita, di Jackson, Fran Walsh). Il film si caratterizza per una scrittura sicuramente più matura, che lascia il giusto respiro ai personaggi e concentra l’azione nell’antologico party finale. È in “Braindead” che emerge vistosamente tutta la sensibilitàdi Peter Jackson per i propri disadattati, sospinti dal caso a diventare eroi. Lionel vessato da una madre dispotica ed incapace di liberarsi dalla sua morsa. Preferisce rinunciare all’amore piuttosto che contrariarla. Quando fortuitamente la madre viene morsa da un’orrida scimmia-topo di Sumatra, gli eventi precipiteranno ma Lionel riuscirà inaspettatamente a trovare la forza per uscirne.

una immagine di Braindead 1 620x348 su Peter Jackson e gli Antenati Sanguinolenti di Frodo

Da questa fulminea sinossi si puòevincere come la struttura fondamentale sia apparentabile a quella dei suoi film successivi, inventati ex-novo come “Sospesi nel tempo”, o tratti da un’epopea letteraria come “Il signore degli anelli”. Qui vi sono però alcuni difetti tipicamente pre-hollywoodiani come una recitazione urticante (in particolare l’attrice che interpreta Paquita, al cui confronto il bravo Timothy Balme, l’interprete di Lionel, giganteggia per professionalità) e la convenzionalità di qualche scelta stilistica. “Braindead” irrompe prepotentemente nella storia del genere splatter grazie a un finale furoreggiante, che fino a pochi anni fa deteneva il primato della quantitàdi sangue finto versato in un film. Il tema dell’assedio da parte degli zombie in una casa, così vetusto, è sfruttato con un’intelligenza e un ventaglio di invenzioni mai più eguagliato. Ogni morte è brutalmente diversa dall’altra e tutti gli elementi scenici vengono sfruttati, dal frullatore al water, per allestire un grandguignolesco tripudio della fantasia piùmacabra. È lo spettacolo del sangue, di ettolitri di plasma e frattaglie che volano, filmate attraverso l’irreale ralenti, addosso a Lionel che si fa strada tra una messe di morti viventi affettandoli con il suo tosaerba. Arti mozzati e teste spiaccicate che risultano stomachevoli e al contempo attraenti proprio per la loro sfacciata ostentazione, per quell’attrazione morbosa che ogni singola inquadratura regala loro. L’amputazione non è mai stata così orripilante e affascinante. Con un retroterra più sottilmente manualistico risulta la chiusa finale, che vede lo scontro definitivo tra la madre-mostro e il figlio, ormai conscio del proprio inevitabile distacco. L’esemplificazione di un’avvenuta rinascita caratteriale del protagonista si esplicita allora con l’immagine della seconda nascita di Lionel dal ventre dello zombie-madre. Un epilogo perfetto che racchiude in sé la spinta immaginativa di Peter Jackson, che pur non rinnegando la grande tradizione del cinema classico, cerca di reinventarla dall’interno, spostando di qualche metro la linea del lecito.


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