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PITTURE NERE n.2: Il volo del colibrì. Marino Magliani, “Quattro giorni per non morire”

Creato il 28 ottobre 2013 da Retroguardia

Marino Magliani, Quattro giorni per non morireIl volo del colibrì. Marino Magliani, Quattro giorni per non morire, Sironi editore, 2006, pp.156, € 12,90
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di Lorenzo Muratore

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Ci sono uomini che cercano di comprarsi un’ora di vita; e si sforzano di negare la propria leggenda; ma è come se quella leggenda li precedesse, e fosse già scritta nel cielo.

Un progetto, quasi un manifesto di tutto ciò, viene accennato nel frontespizio di “Quattro giorni per non morire”.

Sappiamo che anticamente un giovinetto veniva scelto per via della bellezza e della grazia; lo riverivano, lo adoravano (ma era come prigioniero, perché non fuggisse), suonava un piccolo flauto, ed attendeva…

S’imbarcava poi su una canoa: le strade verso Dio sono rovine, e abissi di nera foresta, massiccia giogaia sospesa a picco.

Qui, le labbra dolcissime piegando ad arco, modulava un canto.

Forse anche i morti, a primavera, cercano una resurrezione.

Secondo quella leggenda appunto questo Ganimede sacrificato rimane quattro anni in compagnia del dio Sole: e poi torna in su la terra nelle vesti del colibrì.

L’impazienza del cielo è diffusa in tutte le pieghe di questa leggenda. Della vittima quel piccolissimo uccello delirante dalle ali impalpabili ne è una reincarnazione.

Perché Marino Magliani ha voluto chiamare Colibrì il suo personaggio? Forse per dirci che quelle piccole ali impalpabili, delicate e impetuose al tempo stesso, sono quelle che volano più lontano.

Gregorio, o sia Colibrì, è il timoniere che guida questi antichi sogni; che non confessa mai: “erano stati sogni dove il suo essere si sentiva sparso lassù e il firmamento gli era parso che si tuffasse davvero nell’oltretomba come nelle credenze inca”.

Ed indovina subito che per quei popoli il presente è il minuscolo ingranaggio di una profezia che continua.

Ed è come quando il volo del colibrì si ferma per aria vicino a un fiore.

Ti pare che sia fermo; eppure egli non tocca la terra coi piedi.

Così Marino Magliani si libra solitario, in questa prosa delle tenebre, con un primo brivido forte; che esplora l’invisibile e l’inudibile.

Alto è il silenzo delle Ande. Custodiscono misteri e destini.

Eppure scavare nella sabbia e sfasciare una mummia era un gesto più aereo di quel che si creda, perché le stoffe dentro le quali la mummia dorme, non sono che ali ripiegate.

Ma un grido d’oltretomba: grido misterioso, popola quel luogo di presenze defunte.

El Colibrì è malandato e ferito, ma a loro modo tutti riconoscono in lui, a un certo livello simbolico, una creatura perfetta.

La dimensione visionaria dell’esistenza, − che non è quella di cui prendono nota i documenti − impone la sua mitica verità nella reggia del non essere.

Tra l’Alto Perù e il Cile, − aria di Cordigliera, monotona, folle − è la terra dei “derroteros”.

Gemme preziose, ma sfoggiate raramente: fogli di carta ben incuoiati che, − lasciando i risultati alle grandi pietre del destino, − custodiscono un tesoro; ma intanto la nave della vita, la pioggia, la grandine, il periglio umano, e le opere degli insetti mutano le cose alle quali il foglio segreto si riferiva; sì che quello diventa innocentemente menzognero.

E quando scende la notte e le lucerne a olio cominciano a farsi fioche, avvengono straordinarie trasfiguarzioni.

In quello spettacolo sovrumano è la febbre e il cuore, l’anima scissa, e la demenza delle Ande.

Marino Magliani si accende e vibra, sentendosi rapire a un tratto da quei simboli, più che dai funebri tesori che risplendevano nel breve spazio di quella carta che nessuno avrebbe saputo decifrare, se non gli eletti.

E il suo Colibrì va ben oltre; vuole non solo oltrepassare il limite della lettera − come noi tutti, e come i possessori di “derroteros” − egli vuole varcare i confini delle maledizioni che pesano sulle cose: ansioso di vedere apparire non solo un evocato prodigio, ma di scoprire il senso di un mondo proibito. Siamo dunque ad un passo dalla commozione inesprimibile della tragedia, pur rimanendo tra gli “antieroi” che hanno dimenticato altrove la propria leggenda.

Tra i vari geroglifici di “Quattro giorni per non morire” i tre avventurieri ne incontrano uno che è come un ponte verso le regioni più profonde dell’anima.

Un cervo, nell’allegoria, ingoia e integra il suo opposto.

C’è sempre una qualche nebbiolina − tipica di questi viaggi nell’inconscio.

Certo, l’aquila divorata è una messaggera alata proveniente dall’aldilà; da Dio forse.

Poi nella nebbia ognuno forse in prossimità del solco si fissa su una banalità, su una fessura nell’intonaco, su una sfumatura − così anch’io ho provato ad immaginare: − ma cercar troppi resoconti è forse inutile −; forse quel cervo che divora l’aquila è il Tempo che sta divorando qualcuno.

Tra le varie congetture “para dar cuenta de la desapariciòn” dell’amico, sia El Colibrì che Valaverde vengono in seguito abbandonati al rancore e al delirio di riferimento di quel che dicono altre carte; e nella cautelosità, nella moderazione verbale che caratterizza le Ambasciate e le prigioni: questi aridi documenti che riescono a vedere per sapere se egli sia vivo, o dove abbia la sua tomba inquieta, creano un’altra indicibilità, per cui divengono essi stessi come dei nuovi “derroteros” preziosi.

Se Leo fosse venuto per arraffare quel che poteva, o avesse scoperto dei segreti di Stato…

Valaverde, che come reliquie ne tiene ammucchiate le lettere, e le pagine di un diario, non conosce il motivo per cui furono tagliate proprio quelle  pagine, e non altre.

Sin dall’inizio, Gregorio teme la frontiera; ne ha l’angoscia di chi serbò incognito, e con buone ragioni, il suo percorso.

Qui ognuno dice a se stesso: Non so se ce la farò ad attraversare − queste parole si vedono nei suoi occhi. E non ci sono soltanto i doganieri peruviani, ma quella montagna azzurra, quasi ti aspettasse; e le grotte gialle che aprono un nuovo dirupo: quel calanco è simile al volto di un dio; forse ne è la memoria; e ti ricorda il respiro affannoso dell’altopiano, dove facevano rotolare giù le pietre dei tesori.

E quel feroce sorriso innalza un palazzo che non vuole mai franare nel prediletto museo della nostalgia.

Ognuno teme l’invidia del doganiere. Tra poco saremo tutti ravvolti; non come gli alati che volano via e scuotono l’aria; come l’uccello che conduce dove sorgono eterne primavere.

La legge sta ammanettando le spoglie di ogni gentil ribelle.

Ma si concederà bene che sia non usuale il caso del Colibrì.

In effetti sta accadendo che El Colibrì dovesse subire la malattia propria; la morte della madre; il tradimento, forse, del suo più antico amico; e la rimozione di ogni punto di riferimento; e dopo tutto essere anche ammanettato?

Che giuoco è questo? Mi verrebbe di scherzare, e di rispondere: è il giuoco di Dio.

Ma non sono in pace con me stesso, se non mi libero dell’ironia che nasce sul mio labbro.

Quel sorriso ci salva, a dir il vero, dallo sdegno. Ma ha posto una domanda inquietante.

Ora le circostanze paiono far credere a un caso. Ora sembrano far prevalere il sospetto che tutto sia dovuto a una grande macchinazione.

Trascorriamo allora in uno stato surreale di sospetto; ma insieme di elegiaca dolcezza.

Certo che la ventura avesse adunato nell’oscurità tali casi, come poteva essere, senza supporre una malvagità onnipotente nelle istituzioni umane? O meglio l’onnipotenza di una legge vuota.

Uno si interroga, e il mondo tace e non risponde.

Marino Magliani non ha tuttavia mai la fretta di condannare o di assolvere il mondo, perché egli sa che la vera causa dei fatti è nascosta nell’animo.

Egli compone quelle trepidazioni angosciose in un enigmatico affresco.

Più i giorni si allontanano, e più ritornano nel cuore i fogli dispersi di quella congettura.

L’unica cosa che mi sembra certa è che egli scava le cause sempre nella vocazione del suo personaggio, detto El Colibrì, che è sempre un poco più umano di quanto gli sia concesso dalle circostanze di essere.

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