PLASMA EXPANDER, Fabio Cerina

Creato il 19 maggio 2014 da The New Noise @TheNewNoiseIt

Come “copertina” abbiamo scelto l’estasi del batterista Andrea Siddu, ma a rispondere alle nostre domande è il chitarrista Fabio Cerina, che con lui a Cagliari ha dato inizio nove anni fa all’avventura dei Plasma Expander, un trio strumentale molto convincente che abbiamo già presentato con le recensioni di Cube e Live3. Le foto del live al DalVerme che accompagnano l’articolo sono © Eliana Giaccheri, che ringraziamo.

A parte i Clinic, ora come ora non ricordo altre band con le maschere da chirurgo. Il collegamento tra Plasma Expander e il vostro abbigliamento è chiaro e forse non mi rivelerete mai com’è nato, allora ditemi almeno due o tre gruppi mascherati che ascoltate di gusto, oltre ovviamente agli Slipknot…

Fabio Cerina: Puoi credermi o no ma proprio non eravamo (o non ero!) a conoscenza di una band che si chiamava Clinic al tempo della decisione, né sapevamo si vestissero da chirurghi, né abbiamo (ho!) mai ascoltato gli Slipknot! La decisione di vestirci così è venuta al batterista, il quale, pochi minuti prima di uno dei nostri primi concerti, ha detto: “Mi vesto da chirurgo!”. E noi altri: “Ok”. E dopo pochi concerti ci siamo vestiti così tutti. Volenti o nolenti questo è diventato il nostro trademark. Ci piace perché ci aiuta ad entrare dentro la dimensione della performance live e ci permette di concentrarci meglio. Ma soprattutto, siccome non viviamo di musica ma abbiamo altri lavori, ci permette di suonare in incognito. L’effetto sul pubblico è ambivalente: alcuni sono incuriositi e quindi attenti a quello che succede, altri, più diffidenti, sembra che pensino: “Ma questi qui da dove sono venuti fuori?”. Altri ancora, con forti problemi di ipocondria, chiedono di essere operati durante i live show.

Cos’ha comportato l’ingresso di Corrado al basso? Sembra dare moltissima potenza e spinta al gruppo. A giudicare da Cube, anche qualche spunto più “elettronico”.

Ha comportato il fatto che c’è una persona in meno che aiuta a caricare il furgone. Oltre questo la conseguenza fondamentale dell’ingresso di Corrado è stato un certo arrotondamento del suono con maggiore spinta sulle basse (ovviamente), un approccio maggiormente basato sul groove, sulla ripetizione, sulla cassa fissa e sull’elettronica rispetto al passato, dove il suono era più spigoloso, più geometrico, più tagliente. Ora la parola d’ordine è “flusso”.

L’album in circolazione in questo momento è stato registrato senza sovraincisioni. “Buona la prima”, dice la presentazione stampa. Perché è stata necessaria quest’immediatezza per voi? Stare troppo in studio non genera dischi sinceri?

Non avevamo abbastanza soldi per fare più takes! Non è lontano dalla verità: siamo andati in studio per registrare “Otra Vez” (ultimo pezzo di Live3) con lo scopo di fare in seguito un disco di remix dello stesso pezzo, in uscita in questi giorni e con interventi di Barry London (Oneida), Luca Ciffo (Fuzz Orchestra), Za!, Simon Balestrazzi, Mattia Coletti, Claudio PRC e Hubble. Poiché abbiamo fatto in fretta, ci rimaneva un po’ di tempo e abbiamo deciso di registrare anche gli altri 4 pezzi che poi sono finiti su Live3, soprattutto perché suonati live sono molto diversi dalle loro versioni su disco. Il risultato ci è piaciuto parecchio e abbiamo proposto ai nostri amici delle etichette se erano disposti a partecipare al progetto della doppia uscita. E tutti hanno accettato di buon grado.

Con voi all’inizio si parlava di post-hardcore, ora la gente nei vostri dischi ci sente il motorik. E la collaborazione con uno degli Oneida induce a unire certi puntini. Al cuoco non chiedo la ricetta, ma voi come descrivereste questa piega che avete preso?

La tua descrizione, più quello che si diceva a proposito di Corrado, credo renda bene l’idea. Ci sono un po’ meno strappi, un po’ meno cambi di ritmo mentre c’è più ripetizione, più cassa fissa, più minimalismo, più psichedelia. Mi piace pensare che si tratti di musica per nutrire pancia e cervello e da ascoltare muovendo la testa ad occhi chiusi.

Ho scoperto che io ascolto solo cose nelle quali nessuno canta o se canta, mi interessa il suono della voce e non quello che dice. Voi, invece, perché siete strumentali e basta?

Hai colto nel segno. Non ci è mai interessato raccontare qualcosa con le parole o esprimere dei concetti. Ci piace pensare che tutto ciò che vogliamo comunicare possa essere fatto con il suono, il ritmo, la melodia e l’armonia. Fare musica senza parole permette anche di mettersi in comunicazione con qualcosa di più primitivo, ancestrale e irrazionale. Detto questo, non abbiamo pregiudizi nei confronti di eventuali interventi vocali nella nostra musica. E non escludiamo che ci possa essere un cambio in questa direzione nel futuro se si verificassero le condizioni adatte. Semplicemente, nessuno di noi è in grado di cantare in maniera decente e/o in maniera che si possa adattare bene alla nostra musica. Ma se il nostro amico Mat Pogo dei Jealousy Party ci proponesse di entrare nel nostro prossimo disco, noi saremmo contenti.

Cosa avete imparato dal grande Simon Balestrazzi?

Simon Balestrazzi Patrimonio dell’Umanità! Ho avuto la fortuna di conoscere Simon nel lontano 2001, anno in cui si è trasferito a Cagliari. Da allora è nata con lui una collaborazione che ha visto come primi protagonisti i Bron Y Aur (nei quali militavo insieme a Luca Ciffo e Fabio Ferrario dei Fuzz Orchestra e per i quali Simon ha contribuito a registrare e mixare due album, Quien Sabe del 2004 e 1973 del 2007) ed è continuata in seguito con i Plasma Expander (Simon ha registrato il nostro primo del 2007 e ha mixato Cube nel 2013). Lavorare con Simon è sempre stata una bellissima esperienza… sicuramente sono tante le cose che abbiamo imparato da lui…. ora come ora mi viene in mente questo: la cura maniacale per le sfumature unita ad un buon grado di affidamento al puro caso. Ma sicuramente ce ne sono tante altre.

E cosa avete imparato invece da Wallace Records? È forse l’etichetta più importante che c’è stata in Italia da fine Novanta a oggi.

Il rapporto con la Wallace è ancora più antico dato che il primo disco dei Bron-Y-Aur pubblicato da Wallace è del 2000. Da allora ogni album di ogni mio progetto è stato rilasciato da Wallace, compresi i 5 dischi dei Plasma Expander. Dalla Wallace, quindi da Mirko Spino, abbiamo imparato che con passione, capacità e poco altro si possono fare grandi cose. Ma soprattutto abbiamo imparato ad apprezzare il Cinarotto.

Il disco esce anche per Here I Stay, Bloody Sound, Brigadisco, Hysm?, Villa Inferno… Sono anni ormai che ci sono queste co-produzioni. Questa rete di piccoli produttori è la chiave per far sopravvivere certe musiche? Vedete alternative a questo?

Per noi si tratta della terza volta, ma si tratta di un’esperienza comune a molte altre band del nostro ambiente. Le motivazioni sono diverse. Da una parte è sempre più difficile trovare una-etichetta-una disponibile a investire da sola nella stampa e nella promozione del disco (figuriamoci nella registrazione!). Questo è ovviamente legato alle nuove modalità di fruizione della musica (il fatto che si comprino sempre meno supporti fisici e che la musica si ascolti più che altro in forma digitale e non a pagamento). Lungi dal lamentarmi per questo aspetto (sono anch’io un fruitore di musica digitale) è ovvio che questo non può non avere conseguenze per le etichette a tutti i livelli. È pertanto naturale e sensato che i costi fissi della stampa e della promozione debbano essere divisi (almeno nel nostro ambiente, dove il grado di fiducia e stima reciproca è molto alto) tra diverse etichette che poi si dividono anche il numero di copie (che, in relazione alle vendite attese, sono sicuramente minori che in passato). L’altra motivazione, e qui si fa di necessità virtù, è proprio quello di fare, rafforzare e allargare la rete. Rete che serve per la promozione e anche e soprattutto quando si tratta di organizzare un tour per presentare il disco.

Io verrei a un vostro concerto. Inevitabilmente, vi chiedo quali sono le difficoltà per una band underground che deve organizzare un tour partendo da un’isola come la Sardegna. Anche se – per carità – le cose sono cambiate.

Sono cambiate, ma non necessariamente in meglio. Siamo di ritorno da un fantastico tour di undici date nel Sud-Italia (partenza da Roma per arrivare in Puglia, Sicilia, Calabria e infine Campania) e mettere assieme tutti questi concerti non è stato per niente facile. Per noi che siamo costretti a muoverci con il furgone, i costi monetari (con la simpatica Tirrenia che ha inspiegabilmente ancora oggi il monopolio dei collegamenti da Cagliari, con tutto ciò che ne consegue) e in termini di tempo (perdiamo un giorno di viaggio all’andata e uno al ritorno) sono veramente alti ed è necessario sempre un certo numero minimo di date per muoversi. Insomma, non possiamo fare come nostre band amiche provenienti dalla terraferma, le quali suonano il weekend, tornano a casa e poi ripartono a suonare l’altro weekend. Per noi è importante anche trovare da suonare il lunedì o il martedì, che non sono affatto giorni facili e, in media, hanno un cachet molto più basso per ovvi motivi. Se però vuoi venire ad un nostro concerto e vivi fuori dalla Sardegna, non è necessario che tu prenda la nave. Prendi l’aereo e vieni il 13 Giugno a Campidarte, un posto meraviglioso che si trova ad Ussana (10 km da Cagliari) in occasione di un minifestival organizzato da Here I Stay e che vedrà la partecipazione, tra gli altri, di Above The Tree e di Movie Star Junkies. Nella stessa data verrà presentato ufficialmente Otra Vez, il nostro disco di remix.

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