La strada, in leggera salita, forma quasi un auditorium naturale. Ci sono cani che scodinzolano felici, frenati solo in parte dai guinzagli nei loro intenti di socializzazione. E poi fotografi, stipati sui balconi in ferro a immortalare folle da concerto rock. Il resto, è tutt'un'aggolmerato di facce rapite. In mano depliant gialli, o magari qualche ipad. Il colpo d'occhio, il primo impatto, è tutto qui. Tutto nella voce di Faletti che da un palco accosta frasi ad effetto, talmente affascinanti o divertenti che annotarle sul display del cellulare è uno di quei peccati che io non commetterei.

Il fatto è che quello che non dicono (per quanto, in effetti, si potrebbe immaginare dallo slogan) è che Pordenone Legge è una festa vera. Il luogo di ritrovo ideale per chi ancora ama perdersi tra inchiostro e parole, per ricercarci dentro frammenti della propria vita. Oppure, al contrario, per fuggirne un po' via. Ed erano tante, Sabato, le persone accalcate sotto a quei gazebi. Tante, quelle disposte in una fila ordinata per ascoltare un romanziere parlare. Tante, così tante che mi s'è gonfiato il cuore di gioia. Forse c'è ancora speranza, allora, per la cultura. C'è ancora speranza, per l'umanità. 