L’Italia che s’accinge a celebrare un secolo e mezzo di storia nazionale è diventata una palude, uno stagno d’acque limacciose nel quale siamo immersi fino al collo. Scorri le cronache che incalzano giorno dopo giorno, e t’accorgi che nessun ceto sociale, nessuna categoria professionale è fuori dalla melma. Ci trovi dentro il poliziotto e il giudice, l’imprenditore e il generale, il direttore della Asl così come il prefetto, il banchiere, il professore. E ovviamente il politico di turno, con le sue mani rapaci. Tutti affaccendati in faccende deplorevoli ma ben retribuite. (continua)
Politici. Ecco, appunto. Quasi tutti uguali ormai, anche se di colore diverso, ma pronti ogni tanto a scambiarsi la poltrona.
La prima definizione di "politica" (dal greco πολιτικος, politikós) risale ad Aristotele ed è legata al termine "polis", che in greco significa la città, la comunità dei cittadini; politica, secondo il filosofo ateniese, significava l’amministrazione della "polis" per il bene di tutti, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano.
Nel corso di questi anni, abbiamo, o meglio ci hanno fatto perdere il concetto vero, puro, il profondo significato della parola "politica". Passano i Governi ma loro, i politici, rimangono, chi più, chi meno,a tessere le loro tele, senza inventare, promuovere, risollevare, risolvere, costruire, creare, migliorare.
Siamo ormai da tempo allo sbando.
Pure ai mondiali di calcio abbiamo fatto la nostra bella figura e ci hanno buttato fuori subito. Ma con italica politica diplomatica nessuno, di quelli che contano, si è assunto colpe e responsabilità.
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