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Prima pagina di Billy Wilder

Creato il 31 luglio 2011 da Spaceoddity

Prima pagina di Billy WilderNella teoria (e molto meno nella prassi) del giornalismo, si distingue il verificarsi di eventi più o meno controllati e controllabili da uomini oppure "spontanei" - e si parla qui deifatti - dal modo in cui questi sono verificati, compresi e armonizzati tra di loro in un resoconto verbale o multimediale (o, al limite, solo visuale) destinato a un pubblico - e si parla qui delle notizie. Quando questa traduzione, molto più complessa di quanto si pensi, diventa film, si deve considerare un ulteriore passaggio: è il processo tra i "fatti" e la notizia che diventa oggetto di comunicazione e, nel caso di un regista ironico e sempre molto intelligente come Billy Wilder.
Prima pagina (tit. or. The Front Page, 1974), ambientato a Chicago nel 1929, racconta la storia di Hildy Johnson (Jack Lemmon) che, per sposarsi l'indomani con la cantante Peppy Grant (una giovane Susan Sarandon), si dimette in tronco dal suo giornale l'Examiner, nonostante il direttore Walter Burns (Walter Matthau) lo scongiuri di restare, almeno per una notte ancora. Infatti, per l'indomani all'alba è prevista la condanna a morte di Earl Williams (un anarchico piuttosto naïf, interpretato da Austin Pendleton): nonostante il caso sia dei più insignificanti, lo sceriffo (Vincent Gardenia), le forze politiche e i media fanno leva sulla sua esecuzione per motivi elettorali e pubblicitari. La situazione si complica, quando arriva apposta da Vienna il Doktor Eggelhofer (Martin Gabel), per certificare la sanità mentale del condannato: nel tentativo di fargli rivivere il momento del delitto, lo psicanalista viene ferito da un colpo che Williams ha sparato con la pistola dello sceriffo. Comincia così un'irresistibile fuga molto cartoon, accompagnata da una banda di scriteriatissimi giornalisti e dalla prostituta Mollie Malloy (Carol Burnett), che ha preso a cuore il porvero condannato, tutt'altro che dead man walking.
Prima pagina di Billy WilderLa coppia Jack Lemmon-Walter Matthau (come e più che in Non per soldi, ma per denaro, 1966), dà qui il meglio di sé nel rapporto, sempre conflittuale e cameratistico, tra i ruoli. Quasi come in una liaison dangereuse, i due si osteggiano, si insultano, ma non possono fare a meno l'uno dell'altro in un rapporto che sembra non avere primo e secondo attore, comico e spalla: è insieme che vincono. In questo gioco apertamente autobiografico (che lascia al personaggio di Matthau il nome di battesimo), è possibile leggere altri riferimenti: Billy Wilder, per esempio, da giovanissimo aveva lavorato come giornalista a Vienna e la sua formazione - come quella dello psicanalista del film - era austroungarica: naturalmente, filtrata dal gioco della sua ironia (quella che Marlene Dietrich definiva "berlinese").
Il gioco di verità e finzione che viene messo in opera in Prima pagina è senz'altro più gentile, meno apertamente drammatico rispetto ad altri titoli sul tema (penso, in particolare, a Quarto potere di Orson Welles o a Quinto poteredi Sidney Lumet). Sembra che dal (melo)drammatico Viale del tramonto a Testimone d'accusa, per fare solo due titoli, l'impatto dell'uomo con la realtà e con le illusioni sia tema costante nella riflessione di Wilder e che tanto l'una quanto le altre sono frutto di un'elaborazione personale che abbisogna di molta intelligenza e profondità per trovare posto nella vita.
Prima pagina di Billy WilderThe Front Page, in sostanza, non è solo un semplicepastiche di generi, un divertissement cinematografico (da Jerry Lewis a Woody Allen e ritorno), né è la solita parodia demenziale di un lavoro serio come quello giornalistico o di una vita politica sempre più corrotta: Billy Wilder sapeva essere incisivo, esatto e perfino fulminante con una commedia, senza stilare un atto d'accusa urlato e tragico. Il suo cinema equilibratissimo, sufficientemente scorretto per piacere al di là di ogni pruderie, rispettoso dei generi, delle convenzioni hollywoodiane e del mercato, sa attestarsi sempre quale testimone attento e fedele di un'epoca. Ma un testimone che invita allo sguardo critico sul suo stesso messaggio.


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