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Produrre o perequare: questo è il dilemma (politico!).

Creato il 11 gennaio 2014 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali

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250px-HamletSkullHCSealousdi Franco Luceri. Posto che nessun genio riuscirà mai ad inventare una politica definitiva e risolutiva di tutti i problemi, senza rischi o danni per i singoli, i popoli o gli Stati; è chiaro che la migliore classe politica non è quella che difende la bontà del sistema o pretende di perfezionarlo all’infinito, ma quella che si affretta come il gommista a riparare subito le forature per far ripartire la macchina.

E qua i problemi si fanno seri, perché a fingersi con le gomme bucate, sono sempre i ricchi, che invece andrebbero tassati con moderazione per soccorrere i poveri, per riparare le vere forature di chi, per un deficit culturale, finanziario, fisico o intellettivo, non ha potuto produrre ricchezza o ne ha subito un danno, e se abbandonato a sé stesso, o peggio perseguitato da fuorilegge, rischia di diventare un pericolo per sé o per l’intera collettività.

Ma in Italia la politica fallisce puntualmente l’obbiettivo da 65 anni, e persino il “messia” prof. Monti, più qualificato del presidente degli Stati Uniti, che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi italiani con la bacchetta magica, ha finito di impoverire anche la classe media che è il polmone finanziario di ogni democrazia che si rispetti. E la ragione la sanno bene gli economisti, secondo i quali “l’economia va tanto meglio, quanto meno i politici ci mettono le mani”.

In realtà, il politico liberale che va in soccorso agli imprenditori o ai banchieri per aiutarli a produrre ricchezza, è meno qualificato di un contadino che corre in soccorso di un chirurgo in sala operatoria porgendogli la zappa come fosse bisturi. Se poi si tratta di un politico comunista che si spaccia per liberale, ma è un genio ne l’accoppare imprenditori, il danno non è scientificamente quantificabile.

In altri termini, la politica, per mettere le mani sui soldi e infarinarsi come mugnaia, finisce per occuparsi di produttività e trascura la perequazione, la GIUSTIZIA sociale, e il risultato italiano è già eloquente da sé.

Da questo e solo da questo deriva lo sfascio, la mortalità delle imprese e l’esplosione della povertà. Le multinazionali non accettano a farsi insegnare il mestiere d’imprenditore dai politici e nemmeno dagli economisti, che magari nella loro vita non hanno prodotto personalmente una quattro soldi bucata, e delocalizzano (vedi Fiat). E i piccoli imprenditori si rassegnano ad evadere, a chiudere, a fallire, a suicidarsi, in attesa che sia il sistema a collassare.

Insomma, diciamola chiara chiara, la politica che finge di sostenere la produttività di ricchezza, si impegna a risolvere il problema inesistente del fare soldi, di cui i ricchi sono maestri, ma lascia incancrenire il problema millenario della povertà, in attesa della guerra civile.

A questo punto voi mi direte, ma allora neghi che nel mondo ci sono i periodi di recessione che interrompono lo sviluppo e necessitano del sostegno politico? Certo, lo nego e lo rinego. Non ho prove scientifiche inconfutabili, (sarei il padreterno!) ma ho il sospetto che le recessioni siano finte, pilotate per far fallire le imprese e arricchire le banche. (Forse l’ultima autentica è stato il crollo della borsa del 29).

Quando una impresa porta i suoi libri contabili in Tribunale, per le banche inizia la festa, perché perdono la cartastraccia che hanno prestato, ma incamerano e mettono in vendita gli immobili delle imprese fallite che tengono ipotecati in garanzia e che valgono cento o mille volte di più.

Lo sviluppo è indotto dalle banche che prestano denaro alle imprese per farle fare profitti e pagare tassi e tasse. Ma anche le recessioni sono indotte dalle banche, che chiudendo il rubinetto del credito e facendo fallire le imprese, è come orientassero il vento dei profitti verso di loro: iniziano ad ingrassare svendendo i beni ipotecati in garanzia e comprando debito pubblico a tassi usurai.

C’è da dire però, in difesa dei politici, che a differenza di burocrati, giudici e pennivendoli, pagano salato i loro errori: vedi Craxi e Berlusconi. Insomma, i politici alla lunga truffano sé stessi oltre ai cittadini, se invece di tassare le grosse imprese nei periodi di sviluppo e le banche durante le recessioni pilotate, corrono ad aiutarle, tassando e affamando proprio i soggetti che dovrebbero aiutare: i lavoratori e i piccoli imprenditori squattrinati; predisponendo il tutto alla guerra civile.

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