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Pupi avati: “volevo uccidere lucio dalla…” (e l’insana idea divento’ motivo del film “il cuore grande delle ragazze”)

Creato il 09 dicembre 2014 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

PUPI AVATI: “VOLEVO UCCIDERE LUCIO DALLA…”   (E L’INSANA IDEA DIVENTO’ MOTIVO DEL FILM “IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE”)

L’idea, balenata in mente così improvvisa, andava assolutamente eseguita. Era l’unica, dopotutto, sostenibile, affinché un clarino di rara potenza e di rara maestria potesse essere messo a tacere. Ma andiamo con ordine nel raccontare questa esperienza, essenziale, che il regista  Pupi Avati ci ha raccontato.  Perché Avati negli anni della sua gioventù, a Bologna, fu, prima di tutto, un appassionato musicista, un clarino di assoluta passione,  “ma, perbacco, di nessun talento”,  come ci ha detto,  ma che nel quartetto in cui si esibiva, messo su da un gruppo di appassionati medici ginecologi,  cominciava a diventare, comunque, un apporto essenziale  (Pupi era l’unico non ginecologo) –  e questa convinzione durò fino a quando non comparve nel gruppo, proprio improvvisamente, la sagoma di un altro clarino, un “bambino” chiamato Lucio Dalla.  Nessuno poteva presagire in quel momento che, in realtà, si cominciava a celebrare il funerale di Avati come jazzista, perché l’arruolamento nel gruppo di Lucio Dalla cominciò esattamente per pietà,  in virtù solo della sua storia sociale ed umana scalognata;  invece, giorno dopo giorno, Dalla cominciò a tirare fuori tutta la genialità del grande musicista, una genialità riconosciuta nel tempo a livello addirittura internazionale. Insomma Dalla era diventato ormai una pedina essenziale del gruppo,  in breve tempo anche il clarino titolare, quello bravo davvero, e Pupi stava lì, in mezzo, ridotto ormai a fare solo finta di suonare, a muovere le dita proprio a casaccio sullo strumento.

Dice Avati:  “Perchè Dalla faceva tutto lui, e nella più totale perfezione”.  A questo punto possiamo tornare al significato del capoverso: siamo a Barcellona, nella pausa di una tourné, i due clarini intenti a rimirare una indimenticabile bellavista sulla città. Pupi, ormai assolutamente convinto dell’idea assassina e convinto anche a dover eseguire immediatamente, provò ad indietreggiare per l’attuazione del progetto, la posizione presa ormai era quella del perfetto assassino pronto a colpire la vittima alle spalle, ma l’ansimare tipico ed ormai invasato dell’assassino tradì Pupi,  tanto da fare avvertire a Lucio la presenza scomoda. Nel sussulto Dalla capì anche l’insana idea: “ma Pupi, sei pazzo?”  esclamò in un misto di paura e di incredulità. Qui, in questo preciso momento, Avati rinunciò al progetto assassino.  Ecco,   Il cuore grande delle ragazze (2009),  racconta proprio questa cosa qua, un’ altra delle tante testimonianze estreme e verosimili del cinema di Pupi Avati.  Grande affabulatore Avati quando racconta, secondo noi sarebbe capacissimo anche davanti la macchina da presa e non solo dietro come invece preferisce rimanere.  Dice Pupi Avati: “erano gli anni della passione smisurata per la musica che,  prima del cinema, mi aveva reso meno solo nello squilibrio e nella aridità culturale della provincia”.  La provincia quindi, la comunità provinciale anche, temi fondamentali della filmografia di Avati, e  Bologna infine quasi sempre luogo essenziale. D’altronde anche gli horror che completano e nutriscono la sua filmografia,  Balsamus, l’uomo di Satana, 1968,  Thomas gli indemoniati, 1969,  La casa dalle finestra che ridono, 1976,  Zeder, 1982,  L’arcano incantatore, 1989,   hanno sfidato la tipica ambientazione in provincia, nella fattispecie la sua provincia emiliana.  Dice Pupi Avati: “quello che so di certo è che continuerò sempre a raccontare la provincia, a raccontare le sue storie e la sua gente, a raccontare la sua cattiveria, anche storicamente  perché credimi, la provincia è cattiva davvero, ha la prosopopea di conoscere tutti e stila continuamente classifiche, dà i voti. La provincia non ti permette i sogni, la provincia ti traccia il percorso. La provincia, nella sua protezione, diventa terribile”.

Il primo approccio di Pupi Avati con il cinema è l’aiuto regia nel film  Satanik, 1968, diretto da Piero Vivarelli, mitico regista del film   Il Dio serpente, 1971, Ed Avati assolutamente ringrazia ancora l’ esperienza con Vivarelli, perchè gli ha fatto capire subito che il cinema era alla sua portata, almeno la forte sensazione avuta è stata proprio di questo tipo:  “era faciile fare il cinema”.  Dice Pupi Avati: “a parte che Vivarelli non mi ha fatto fare l’aiuto regista,  mi ha fatto fare in realtà solo il suo autista personale. Ma l’esperienza è stata fondamentale, Vivarelli aveva, tra i suoi materiali professionali, soprattutto,  una grande sicurezza ed una grande disinvoltura,  anche una buona dose di cialtroneria nel dirigere. Il film poi,  Satanik,  era quanto di più lontano, in quel momento, dai miei gusti e dalle mie aspettative. Comunque è stato un bene affiancare un pazzo genialoide come Vivarelli. Resto convinto comunque che se avessi fatto l’aiuto ad un regista con una qualità maggiore molto  probabilmente avrei avuto un condizionamento differente, con il risultato che, anche, i miei timori nei confronti del mestiere sarebbero cresciuti invece che appianati.  L’esperienza con Vivarelli mi ha fatto percepire subito, come già detto, la facilità con cui si poteva fare il cinema. Infatti a metà di quel percorso abbandonai anche l’impresa, approfittando del trasferimento del set in Spagna.  Invece di seguire la troupe di Vivarelli, come dovevo fare, decisi invece di partire per Bologna a fare il mio film”. Comunque, alla fine di tutto,  Avati si è trovato catapultato nel grande cinema industriale tuttavia per caso.  Un suo copione, quello de  La mazurka del barone, della Santa e del Fico Fiorone, 1974, dimenticato per caso  a casa Tognazzi a Velletri, proprio quando l’attore era in partenza per Parigi, l’errore di Franca Bettoia, moglie di Ugo, che sbaglia copione e lascia andare in valigia quello di Avati anziché quello di  Alberto Bevilacqua, a cui Tognazzi aveva promesso il suo interesse. Il resto è proprio storia del cinema italiano: Avati gira quaranta film in quarantatré anni di carriera. Come dire:   “ma sarà poi così vera la crisi del cinema italiano?” A giudicare dalla filmografia di Avati sembrerebbe proprio di no.  Il segreto di tale successo?  Sta tutto,  pensiamo, in una rigorosa caratteristica produttiva:  bassi costi, troupe affiatata, attori bravissimi ma mai grandi star. Anzi, molto spesso, Avati ha garantito a ottimi caratteristi il passaggio al ruolo di protagonisti, quando questi erano addirittura ormai anche sull’orlo di lasciare il mondo del cinema. Un nome su tutti,  Carlo Delle Piane, Avati fu il regista che riuscì ad intravedere dense tonalità tragiche nel suo volto. C’è da soffermarsi un pochino, in questo senso, ed affermare che il lavoro di Avati sugli attori è stato, pensiamo, immenso. A parte il caso Delle Piane, trasportato come detto, nel cinema d’autore dopo una lunga serie di film macchiettistici e manieristici, dalla comicità facilissima, grossolana, finanche superficiale, sterile e fine a se stessa, ripetuta all’eccesso da film in film, c’è in Avati tutta una serie ammirevole di tentativi riusciti di rianimazioni di attori.  Pensiamo a Diego Abatantuono, ad esempio, che dal personaggio del “terrunciello” in cui si era ormai impantanato  (basta pensare ai flop di pellicole abantoniane quali  Attila flagello di Dio, 1982, Castellano e Pipolo Il Ras del quartiere, 1983, Carlo Vanzina)  ha trovato il suo lancio come attore serio in  Regalo di Natale, 1986  (decisamente il miglior film di Avati), a George Eastman, che proveniva armi e bagagli dal western più seriale e dagli horror eccessivamente cannibalistici di Aristide Massaccesi, ha trovato nello stesso  Regalo di Natale un lucido carattere, ricco di atmosfere drammatiche e crepuscolari che l’attore ha risolto consapevolmente, a Massimo Boldi, che Pupi Avati ha reiventato drammaticamente in  Festival, 1996, a Katia Ricciarelli, catapultata dai massimi teatri della lirica ai teatri di posa cinematografici in film quali  La seconda notte di nozze, 2005, e poi anche a Cristian De Sica con  Il figlio più piccolo, 2010, Neri Marcorè e Nino D’Angelo con  Il cuore altrove, 2002, a Ezio Greggio con  Il papà di Giovanna, 2008, ad  Antonio Albanese anche lui interprete de  La seconda notte di nozze, attori in fondo trainati, soprattutto Marcorè, Greggio ed Albanese  (ma in qualchre maniera anche De Sica e D’Angelo) da una sorta di cabaret quasi d’autore ai film più cattivi o malinconici (e non sono difetti) di Avati, in ultimo a Cesare Cremonini, che dalla band musicale dei Lunapop viene accompagnato da Avati al ruolo di protagonista del film  Il cuore grande delle ragazze, 2011.  Queste davvero inedite ed assolute soluzioni di casting sono e rimangono un merito, tra i molti, da sottlineare alle copiose righe che compongono il curriculum artistico dsel regista.  Dice Pupi Avati al proposito. “cerco semplicemente di ntirare fuori dai miei attori corde sempre diverse, in qualche modo di tirarli fuori dagli abituali clichè, da qualche pigrizia interpretativa che magari si sta loro impossessando”.   L’esordio di Pupi Avati, come già detto, avviene nel 1968 con  Balsamus. L’uomo di Satana  a cui fa subito seguito nel 1969  Thomas. Gli indemoniati, due film comunque invisibili al mercato e nel 2011 con  Il cuore grande delle ragazze  Avati ha tagliato ormai il traguardo di ben quarantuno film. Il quarantaduesimo, girato per la televisione, Un matrimonio, è attualmente nella fase di edizione.

Dunque quarantadue film nell’arco di quarantaquattro anni è sicuramente un record di poliedricità.  Come mai il cinema di Pupi Avati, dunque, non ha mai sofferto la crisi, visto che è riuscito a produrre, proprio in serie, questa colonna di film?  Il segreto, pensiamo, sta tutto  in una rigorosa caratteristica produttiva: bassi costi di realizzazione, troupe affiatata, attori bravissimi ma mai grandi star, in ultimo, e questo dal film  Bordella, 1975, in poi il produttore di Pupi è sempre il fratello Antonio. Ed insieme sono diventati una coppia ormai principe del cinema italiano, ed anche ben specifica, molto diversa culturalmente e logisticamente dalle altre coppie celebri del cinema italiano come possono essere  Paolo e Vittorio Taviani, Luciano e Sergio Martino, Enrico e Carlo Vanzina, Antonio e Marco Manetti, finanche  Gabriele e Silvio Muccino, anche se da un po’ di tempo ormai i fratelli Muccino viaggiano piuttosto divisi:  Pupi si occupa sempre della regia e delle sceneggiature, Antonio soprattutto della produzione, ma spessissimo siede anche sul tavolo delle sceneggiature, proprio per spronare il fratello, e qualche altro sceneggiatore che si può aggiungere in qualche copione più vasto   (il pensiero corre soprattutto a  Gianni Cavina e Maurizio Costanzo, sceneggiatori della prima ora per il cinema di Avati, ma anche ad Italo Cucci e a Gianni Minervini).  Dice infatti  Pupi Avati:  “Antonio ragiona sempre da preciso produttore così, partecipando con le sue idee al copione, costringe il tavolo delle sceneggiature proprio a volare basso, a tenersi nei limiti imposti”.  Noi pensiamo che l’impegno di Antonio ai copioni resta certamente un merito enorme per la prolifericità del cinema di Pupi Avati.  Forse, pensiamo ancora, rimane proprio l’unico segreto della ricca produttività della filmografia di Pupi Avati. Il presente ora per Pupi Avati  coincide con la televisione, pronta ad andare in onda è la sua miniserie,  Un matrimonio,  girata tra la primavera e l’estate del 2012.  L’impegno di Pupi Avati con la televisione non è una esperienza solo immediata, memorabili ad esempio sono rimasti i suoi sceneggiati ,  Jazz Band, 1978,  Cinema!!!, 1979,  Dancing Paradise, 1982,  Hamburger Serenade, 1986,  in cui ha avuto occasione di mettere proprio a nudo, ed in profondità,  le sue autentiche grandi passioni artistiche: il jazz ed il cinema. In ultimo piace ricordare, e mensionare, in questo nostro contesto dedicato ad Avati   Mariangela Melato, la grande attrice recentemente scomparsa,  che proprio con Pupi Avati  in  Thomas, gli indemoniati  ha debuttato sui set cinematografici nel 1969.  Ricorda Pupi Avati:  “tutta la troupe di  Thomas, gli indemoniati  avvertì come una frustata nel vedere recitare Mariangela sotto i riflettori.  Avevamo subito capito che ci trovavamo di fronte una grande attrice, una che aveva davvero qualcosa di speciale, una che davvero possedeva il futuro”.

Giovanni Berardi


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