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Quando il fotografo riconosce la Storia

Da Gaetano63

Quando il fotografo riconosce la Storia

Paolo Pellegrin ,"Jenin, Palestina", (2002)

In un libro di Mario Calabresi
di Gaetano Vallini

Che Mario Calabresi fosse un appassionato di fotografia i lettori de «La Stampa» l’avevano capito da subito, cioè da quando, con lui direttore, avevano visto aumentare sul loro giornale gli articoli dedicati a mostre e libri di grandi fotografi. Una passione nata da ragazzo, quando a dodici anni, ebbe in regalo la sua prima macchinetta e coltivata con la  complicità di uno zio fotografo di professione che, oltre a mostrargli volumi e riviste, lo portava con sé insegnandogli tecnica e trucchi del mestiere. Un amore mai affievolitosi, quello di Calabresi, che ora trova compimento attraverso il libro A occhi aperti (Roma, Contrasto, 2013, pagine 207, euro  19,90), dedicato ai fotoreporter che più l’hanno colpito. Alcuni li ha incontrati nel suo  lavoro di giornalista, altri appositamente per quest’opera. Ma per chiarire subito il punto di vista, nella prefazione Calabresi afferma che «non è un libro sulla fotografia ma sul giornalismo, sull’essenza del giornalismo: andare a vedere, capire e testimoniare». Anche perché, spiega, «ci sono fatti, pezzi di storia, che esistono solo perché c’è una fotografia che li racconta. Un’immagine talmente forte da riuscire a muovere sensibilità e coscienze pubbliche».   Come avvenne per un reportage di Sebastião Salgado. È il 1984 e il giovane fotografo porta al quotidiano francese «Liberation» gli  scatti in bianco e nero sugli effetti della carestia in Sahel. «Un racconto sconvolgente nella sua forza, che obbliga l’Occidente a fermarsi e impone di non voltare la testa dall’altra parte» scrive Calabresi, che aggiunge:  «Queste foto, che hanno plasmato il nostro immaginario collettivo, mi hanno spinto ad andare a cercare i loro autori, per farmi raccontare il momento in cui hanno incontrato la Storia e hanno saputo riconoscerla». E in effetti A occhi aperti è come una finestra aperta sulla storia, raccontata non solo con le immagini, ma soprattutto attraverso i ricordi di coloro che le hanno riprese attraverso l’obiettivo della loro macchina fotografica; testimoni di momenti, spesso drammatici, che hanno segnato il nostro recente passato. Con lo scopo di scoprire «cosa era successo un attimo prima e un attimo dopo» gli scatti più significativi dei grandi maestri, Calabresi nel suo  viaggio appassionato e appassionante svela vicende note e meno note, retroscena che possono offrire prospettive di lettura nuove a immagini già viste.  Così si potrà conoscere il nome dell’«anonimo fotografo praghese» — Josef Koudelka — che per primo raccontò al mondo  l’invasione della capitale cecoslovacca da parte delle truppe dell’Armata Rossa nell’agosto del 1968.  Indimenticabile la foto dell’anziano ripreso di spalle, basco in testa e cartella in mano, mentre con l’altra lancia un sasso contro i carri armati sovietici. «Quanta giustizia hanno fatto quelle foto, capaci di raccontare al mondo la freschezza e l’idealismo di una primavera di libertà», sottolinea Calabresi, per il quale non c’è alternativa: per raccontare bisogna esserci. Non a caso  Robert Capa sosteneva che «se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino».  Lo spiega bene Steve McCurry: «Se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro, non c’è separazione, non puoi stare sulla sponda e guardare ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo».  Autore del celebre ritratto della giovane afghana dagli occhi verdi finita sulla copertina di «National Geographic», McCurry impara questa importante lezione nel 1983, durante un reportage sui monsoni in India, Nepal e Bangladesh. Lì capisce che deve letteralmente sporcarsi, rischiando di persona, per raccontare una storia. E così s’immerge in quell’acqua lurida, tra rifiuti e carcasse di animali. Per quelle foto — l’immagine dell’anziano sarto indiano con l’acqua alla gola e una macchina da cucire in spalla è diventata un’altra celebre copertina — vincerà  quattro World Press Photo Awards.

Fotografai la gente accanto ai binari per otto ore
Un milione di persone aspettavano lungo il tragitto
Fu quello il vero funerale di Robert Kennedy

 Pagina dopo pagina, Calabresi racconta l’emozione dello scatto perfetto. Si passa così dall’istantanea ripresa da Gabriele Basilico, da poco scomparso, in cui da una immensa terrazza coperta di detriti si vede il panorama della Beirut distrutta alla fine della lunga guerra civile libanese, allo sguardo, immortalato  da Alex Webb, di un uomo nel momento in cui viene arrestato e vede svanire il suo sogno di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti. E ancora, dalla foto di Salgado della donna smagrita con i suoi due scheletriti bambini in marcia come spettri nel deserto del Sahel, a quella scattata da Don McCullin in Vietnam nel 1968 col primo piano del marine sotto choc, gli occhi persi nel vuoto e le mani strette sulla canna del fucile, «simbolo di un Paese che si sarebbe perso nella giungla indocinese».  Senza dimenticare Elliot Erwitt, famoso, tra l’altro, per le fotografie del funerale di John Kennedy, ma autore di una delle immagini più emblematiche sulla  segregazione razziale ripresa nel 1950 in Nord Carolina: un ragazzo nero che beve da un rubinetto con la scritta colouredmentre a fianco si vede un altro rubinetto con la scritta white.  E neppure Paolo Pellegrin, reporter di guerra, cui si deve uno degli scatti simbolo del conflitto israelo-palestinese: lo straziante dolore di una donna  sorretta dalla folla durante il funerale del figlio ucciso in un raid israeliano a Jenin, Cisgiordania, nel 2002. Così come non si può dimenticare la foto scattata da Abbas a Teheran nel novembre del 1979 davanti all’ambasciata americana poco prima che gli studenti la occupassero prendendo in ostaggio 52 persone: «Una foto — scrive Calabresi — capace di definire l’immagine dell’Iran rivoluzionario per oltre trent’anni: la rabbia antiamericana dei giovani barbuti, gli slogan gridati ossessivamente, i pugni chiusi e i giovani armati».

Quando il fotografo riconosce la Storia

Paul Fusco, "Funeral Train", (1968)

Ma ci sono anche immagini  che per vedere la luce e trovare la loro giusta collocazione nella storia hanno dovuto aspettare anni. Come quelle di Paul Fusco, che raccontano il lungo addio che il popolo americano tributò per 328 chilometri — quelli che separano la Penn Station di New York dalla Union Station di Washington — al feretro di Robert Kennedy nel giugno del 1968. Inviato da «Look Magazine», Webb salì sul treno consapevole che all’arrivo al cimitero di Arlington avrebbe trovato decine di colleghi e telecamere  a immortalare l’evento. Aveva bisogno di un’idea. «Ero pieno d’ansia — racconta — ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il vetro, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia». Un milione di persone aspettavano lungo il tragitto. Fu quello il vero funerale, quello dell’America.  Fusco scattò quasi duemila fotografie. Il suo giornale non le  pubblicò: erano belle, disse il direttore, ma «Life» uscì prima con le immagini della morte e del funerale del senatore. Il reportage finì così in archivio e vi rimase per tre anni, ovvero fino alla chiusura della rivista. Il reporter si portò a casa un centinaio di stampe, senza darsi pace per il fatto che nessuno le avesse volute. Rimasero in un cassetto, fino a quando, nel trentesimo anniversario, una giovane editor dell’agenzia Magnum, alla quale era nel frattempo Fusco era approdato, ne colse il valore e trovò il modo di farle pubblicare.  Con maestria Calabresi unisce i racconti personali dei fotografi alla grande storia, regalando ai lettori un testo che sarà apprezzato sia dagli amanti della fotografia, perché ha le risposte alle domande che forse ciascuno avrebbe posto agli autori, sia dai più profani, che saranno aiutati a comprendere meglio come nasce uno scatto senza tempo. Ma soprattutto, nell’epoca in cui tutti possono fotografare qualsiasi cosa in ogni istante e condividerla immediatamente in rete, A occhi aperti si propone sicuramente come un importante contributo all’educazione dello sguardo.
Unica nota stonata la qualità di stampa, che non rende giustizia alla bellezza delle immagini.
(©L'Osservatore Romano – 23 gennaio  2014)


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