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Que viva Belen

Creato il 30 dicembre 2011 da Albertocapece

Que viva BelenAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cattive notizie per chi pensava che il berlusconismo fosse finito. Non serve un grande impegno fenomenologico per diagnosticare che ha solo cambiato forma. Ieri sera la Sette ci ha trasportato prima nel girone della disperazione poi in quello degli orrendi immarcescibili parvenu liftati e impellicciati di Cortina dove un tavolo per il veglione può costare 12 mila euro e in molti aspettano il ritorno di Silvio per rivotarlo.

Nella località allegoria dell’incremento presente e futuro di disuguaglianza e iniquità, con ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più sommersi, nella dorata giungla dove reduci irriducibili aspettano il ritorno in grande stile del “presidente”, ancorché non scontenti dell’Italia cresci! di quello attuale, nel topos della volgarità pacchiana e prepotente nella quale – ci è stato rivelato – esiste una penosa sacca di indigenza: ben due o tre famiglie, a detta del parroco, Cisnetto è stato sostituito dalla coppia Corona-Belen. Innocentemente ma legittimamente la soubrette nel mostrarsi competente in tema di crisi, appunto più di Cisnetto che non se ne è ancora accorto, per via della sua origine, ci ha impartito una bella lezione di democrazia: l’Argentina ce l’ha fatta a uscire dalle tenebre perché la gente andava in piazza e si difendeva, mentre qui da voi…
Ha ragione Belen, qui non ci difendiamo perché preferiamo non vedere e non sapere, guardiamo le operaie licenziate e i lavoratori in cassa integrazione come fossero comparse di ladri di biciclette, come abbiamo guardato certe guerre in Tv, coprendo il rombo dei cannoni con il suono dei cubetti di ghiaccio nel bicchiere. Finché però la guerra non è in casa, finché gli spari non diventano la nostra colonna sonora, finché la disperazione non diventa compagna di strada.

E finché ottusamente, per non decidere della nostra vita, per esercitare autodeterminazione, per non dire no, fingeremo di credere che l’austerità sia un sacrificio sopportabile in nome della difesa di qualche rottame di benessere, di qualche avanzo di privilegio, di qualche barlume di garanzia.
Eppure che le misure recessive e regressive per la democrazia non possano in alcun modo portare alla salvezza è opinione diffusa, che non persuade solo chi vuole – lo ricordava oggi qui il Simplicissimus- la rassicurante permanenza nello status quo, incurante che si tratti del baratro.
Ma sembra che a differenza delle formiche e delle pulci che si incazzano talvolta e tossiscono, l’italiano medio sia ostile all’onere della scelta e della presa di posizione. Estraneo per costituzione antropologica al rischio del giudizio autonomo e della responsabilità, alla fatica dell’informazione autonoma, preferisce il ritiro dalla sfera pubblica, il ripiegamento su un privato a-sociale.

Ma adesso anche quel privato è minacciato, anche la quiete domestica dei piccoli agi è insidiata. Eppure l’opinione pubblica, ostiniamoci a chiamare così un confuso, indistinto e borbottante pensiero comune, sembra riassumere in sé ambedue le essenze del qualunquismo più suicida. Da un lato la disponibilità a una delega senza rappresentanza, un bisogno di affidamento della cosa pubblica a un potere remoto, magari anche quello dei due “carolingi”, che dettano condizioni per telefono, che non impegna e con cui non ci si impegna. E dall’altro il rifiuto, l’indisponibilità al mandato per sfiducia nei confronti di una rappresentanza fallita, di un ceto irresponsabile e indifferente ai bisogni e dei fini collettivi.

Come se per “eccedenza della politica” fossimo passati alla “democrazia della diffidenza”. Ma il fatto è che questo sembra invece essere il governo più politico che ci potesse toccare in sorte, inteso come compagine schierata esplicitamente a difesa e al controllo di interessi di “parte”. E sarebbe invece ora di difenderla la democrazia diffidando di chi la vede come una costruzione arcaica di ostacoli al profitto, al mercato, all’accumulazione.


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