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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.78: Tutti i colori del mondo. Roberto Parente, “Eravamo di passaggio”

Creato il 14 settembre 2011 da Retroguardia

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.78: Tutti i colori del mondo. Roberto Parente, “Eravamo di passaggio”Tutti i colori del mondo. Roberto Parente, Eravamo di passaggio, Firenze, Lucio Pugliese Editore, 2010

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di Giuseppe Panella*

 

Roberto Parente è essenzialmente (e irreversibilmente) un pittore anche quando si affida alla sua ispirazione letteraria ma la sua frequentazione della poesia non rifugge certo dal ripiegamento esistenziale e dalla lirica d’amore (e spesso erotica). La sua, di conseguenza, è una proposta globale, di intendimento generale della riflessione artistica (orazianamente ut pictura poësis, tanto per intenderci). La sua scrittura poetica gioca di sponda con l’arte pittorica e le fa da cassa armonica di risonanza. La presenza di dipinti (anche non suoi) e di collage costituisce un tentativo (talvolta ben riuscito) di collegare la dimensione del colore con quella dell’illuminazione lirica o del flash (parzialmente) narrativo. Come scrive Pier Francesco Listri nella sua nota introduttiva al volume:

«Struttura sintattica e fantasia corrono persuasive evitando intenzionalmente ogni poeticità armonica e si affidano a un’affabulazione elencativa e a un andamento sincopato ricchi di suggestione ma che talvolta fanno velo alla chiarezza del senso. Ma ogni poesia si lega alla sostanza del suo raccontare. Nel caso del poeta pittore Roberto Parente, il colore primario è, se vale questo ossimoro, di un tono apocalittico-politico (‘Ci ritroviamo nelle rovine / dell’inverno, dell’estate, / travolti’, ‘Uomini, poveri diavoli / educati da austeri borghesi’) che a momenti sembra sfiorare antichi temi pasoliniani e altrove quel realismo fra spettri metropolitani e imprecisati luoghi desolati che è, appunto, di quella pittorica stagione americana di cui sono rappresentanti pittori (qui eletti a numi tutelari) come Edward Hopper o Ben Shahn» (p. 5).

 

E proprio con due brevi testi critici su di essi e la riproduzione di una loro opera scelta tra le più significative che si apre il libro di Parente. Per Hopper campeggia Nighthawks (qui tradotto come I nottambuli), il bar aperto tutta la notte che è il simbolo, desolato e astratto, della nuova scena metropolitana dell’impresa artistica del Moderno; per Shahn, invece, c’è The Red Stairway (La scala rossa) che è del 1944 e rappresenta uno dei principali momenti realizzativi del singolare connubio tra dimensione surreale e tratto realistico che lo contraddistingue come cifra stilistico-tonale. Ma, insieme a quelli di Hopper e di Shahn, compare anche il nome (e un suo testo molto impegnativo sotto il profilo del significato testuale) di Erich  Fried a fare da viatico al libro.

Il poeta ebreo-austriaco (ma naturalizzato britannico) esorta a riflettere sulla natura del tempo e sulla sua differenza tra quello a disposizione di chi è libero dal bisogno e può disporne per scrivere testi poetici e quello di chi, invece, muore di fame come i bambini sotto i cinque anni che popolano il Terzo Mondo e scompaiono al ritmo di due secondi e mezzo ognuno per inedia o malattia. La poesia – per Fried – deve parlare anche di questo e di temi sociali come l’enorme spesa per la corsa agli armamenti se vuole essere davvero poesia e non pura e semplice esercitazione accademica.

Parente si rivela fedele all’assunto che ha ricavato da Fried e i suoi testi poetici della Prima Parte del libro sono altrettanti reportages (poetici e pittorici) dal mondo occidentale prima, dal Terzo mondo poi. Spiccano i testi dedicati a New York (con forte riecheggiamento di Poeta en Nueva York di Federico Garcia Lorca) e a Las Vegas, ma soprattutto il testo intitolato America pop:

 

«America pop. Sta cambiando, / è cambiata l’accettazione / per riafferrare la luce, / luce che si estingue / per dar voce alle nubi / fugace causalità dell’aurora, / l’aurora / di marmo e petrolio, / natura romantica / nel simbolo cupo / si configura la nuova forma / per aprirsi agli estremi / negli anni / aspettative negate, / l’oscurità, il freddo / alienazione delle rose, / alienanti soglie sul mare / per navigare / non svegliare chi s’insinua / e non muta il vuoto / il prato, il porto, / l’impossibile che tocchiamo / lunghe orbite, / braccia tese, aspettando che inizi / l’enorme dissipazione di banalità. / Disfacimento dei simulacri / riunioni con gesti, movimenti / il vortice, lo spessore / il segno, / l’evento della notte attonita. / Ci muoviamo / ci troviamo nelle rovine, / e dall’inverno, / dall’estate / travolti. / Esasperiamo parole / Senza peso nei mattini / che fulgidi si librano, / in una sola volta / frenetica / si disfa la trama compatta / passa e non recita da solo il futuro / lontano dai giorni / si perde / chi resterà indietro / come anch’io / se muore l’ansia, per l’ingiusta pioggia, / dei compagni fedeli ai nomi. / America città dei consumi / acme del profitto aggiunto / contraddizione dell’uomo aggiunto, / inalienabile desiderio incerto, / a lungo tante volte / nell’attesa ho ascoltato parole, / una voce già nota / per ciò che desideravo / ciò che avevano suggerito di desiderare, / ho fatto di tutto per non udire» (pp. 28-29).

 

I testi poetici di Parente, in realtà e come dimostra quello citato sopra quasi tutto per intero, sono delle lunghe suites lirico-musicali che hanno la forza avvolgente della partitura più che la dimensione assorbente e ipnoticamente pregnante del poema letterario, anche se probabilmente la loro potenza evocativa è proprio in questo loro sapersi dilatare tra mondi e atmosfere diverse. Lunghi e serrati come delle rincorse (il tema della velocità, della corsa e spesso anche della fuga) on the run, queste poesie sono intimamente e intrinsecamente collegate l’una all’altra in vista di un risultato finale che vuole un colpo d’occhio critico e severo sulla contemporaneità, su un presente fatto di contraddizioni e di angosce, di drammi universali e personali, di esasperazioni descrittive e di confronti senza tregua tra volontà e realtà effettivamente conosciuta e raggiunta.

Nella Seconda Parte predomina un tono più intimo con concessioni erotiche e sentimentali più larghe e più squisite. Il tono apocalittico in parte si perde e quello che è maggiormente accentuata è la catastrofe del singolo e del suo progetto esistenziale. Non mancano scatti lirici più ariosi e meno pesanti nel disappunto per la delusione o la fine di vicende che avrebbero potuto cambiare ciò che è stato e che si sarebbe voluto diverso, migliore o più deciso – rispetto alla Prima Parte dove il livello della riflessione è legato a questioni e a problemi universali (politici, umani, antropologico-culturali e soprattutto storico-epocali), qui la dimensione è quella della scelta, della partenza, del disimpegno e/o (spesso) anche il suo contrario vissuto in maniera del tutto personale e stringente.

Per partire, non a caso, è un titolo emblematico per la descrizione di questa noluntas di fuggire e, nello stesso tempo, di essere quasi costretto a farlo per non soccombere al tormento:

 

«Dovevo amare l’estate / dovevo guardare soddisfatto / orari dei treni / tanti dépliants / alberghi / musei / e soprattutto / l’acqua che amavo / che mi avvolgeva. / Avvolgeva da tempo / vivaci e austeri vip / che vorticavano… // Tra terra e mare / dovevo scegliere con allegria il Senegal / le città imperiali del Marocco / le Barbados / i musei / l’Ermitage / il Prado / Santa Maria La Blanca di Toledo / la mostra di Van Gogh ad Amsterdam / e qualche sinagoga indicata / o infine, per risparmiare / concedermi la visita / alla Cappella Sistina con guida. // Prima di decidere / ho dovuto distendermi / su un cuscino di ossigeno. / Tormentavo con frequenza / le mani tese verso la porta / e succhiavo nervosamente / una matita già scarnificata» (p. 76).

 

Il viaggio, dunque, come alternativa al massacro della propria soggettività – la fuga verso un mondo che si crede essere ancora altro dal proprio e che, però, rischia di diventare fin troppo simile a quello in cui si vive (e si vegeta) senza scampo. I musei, gli alberghi, i luoghi esotici del Mediterraneo, l’Africa settentrionale delle guide turistiche sono, in realtà, già omologati, già simili del tutto nel passato e nel futuro che li inonderanno di visite guidate e di torme di beoti del tutto (dis)-organizzati. Fuggire non è possibile e la cultura rischia di essere, comunque, una trappola come tante altre pronte a scattare. Che cosa fare dunque per sfuggire all’angoscia “da ossigeno”? Cercare dei luoghi ancora non invasi dal turismo di massa (se ce ne fossero ancora, forse) come Cuba dove cercare una nuova dimensione esistenziale meno conformisticamente atteggiata e costretta. Cuba o la pittura o l’amore “vero” – tutti topoi riconducibili ad una vita ancora autentica, non più lesa e depauperata da un’insopportabile mancanza di consapevolezza del suo fine ultimo, del suo destino sconosciuto e tuttavia sognato e descritto mille volte sulla tela e sulla pagina. Scappare a Cuba è forse l’ultimo perché di Roberto Parente. Come pure l’ultima chance gli sembra che possano essere l’alba di un giorno non ancora vissuto e l’“aurora” di un tempo a venire di cui si sa soltanto che non potrà e non dovrà essere come quello che è trascorso irredimibile. La poesia, dunque, è racchiusa nella cronaca di quello che è stato possibile tra quell’ “aurora” impossibile veduta a New York e l’“alba pulita” (p. 50) che è ancora in attesa dietro i vetri di casa. In mezzo scorre il canto e il colore di un mondo che si vorrebbe diverso ma che non lo è ancora (e forse non lo sarà mai): come quella “rossa scala” del quadro di Ben Shahn che non si capisce bene dove si inerpichi e perché, quando e come, sognata a lungo perché diventi un enigma di felicità.

Allo stesso modo, non si comprende perché siamo condannati a essere “di passaggio” e non eterni come tutti vorremmo essere: la risposta è legata a un sogno o uno sguardo che ci abbaglia ogni qualvolta ci sporgiamo sul mondo e lo vediamo con occhi più puri, più puliti, meno saturi di dolore, meno incapaci di rimpianto: sono così (forse) gli occhi della poesia e del suo incanto sonoro.

 

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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