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Quel che resta di Beckett

Creato il 18 marzo 2010 da Retroguardia

STORIA CONTEMPORANEA n.38: Quel che resta di Beckett. “Fallire ancora, fallire meglio. Percorsi nell’opera di Samuel Beckett”, a cura di Sandro Montalto

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

Quel che resta di Beckett. Fallire ancora, fallire meglio. Percorsi nell’opera di Samuel Beckett, a cura di Sandro Montalto, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, 2009

Samuel Beckett non cessa ancora di stupire o di affascinare i suoi lettori e i suoi studiosi. Ne è testimonianza questa importante raccolta di saggi organizzata e poi pubblicata in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Foxrock. Un nutrito numero di pubblicazioni ha preceduto questa raccolta (ad esempio, belle monografie come quella di Annamaria Cascetta, Il tragico e l’umorismo, Firenze, Le Lettere, 2000 o cospicue raccolte di saggi come Per finire ancora. Studi per il centenario di Samuel Beckett, a cura di Gabriele Frasca, Pisa, Pacini, 2007) ma in essa il taglio della ricerca risulta particolarmente approfondito in alcune direzioni finora poco battute (almeno in Italia).

Dell’apparente “lateralità” delle scelte fatte il curatore Montalto si scusa nella Premessa ma è forse proprio in questa “marginalità” che il volume risulta interessante per il suo lettore. Nella sua successiva Introduzione (Samuel Beckett, l’anti-nichilista, pp. 7- 18), Sandro Montalto stesso cerca di tirare le fila della prospettiva critica emersa dopo la morte dello scrittore irlandese. A proposito dell’arruolamento un po’ forzato di Beckett nella dubbia compagine del “Teatro dell’Assurdo” (definizione coniata da Martin Esslin nel suo saggio dallo stesso titolo del 1961), si può leggere:

«Mentre invece da cinquant’anni ci sentiamo ripetere la solita storia del teatro dell’assurdo come se autori della personalità di Beckett o Ionesco fossero disposti a scrivere seguendo un filone comune, o fossero disposti a sottoscrivere una sorta di Manifesto del teatro dell’assurdo (sulla base di quali norme, poi?). L’antinaturalismo di Ionesco è netto ma il suo linguaggio è tutto dedito a un feroce e divertito surrealismo, mentre ad esempio Genet appare disinteressato a una  proposta drammaturgia definita e il suo linguaggio è dettato piuttosto dall’intento provocatorio nel modo di porre i propri temi. Sarebbe stato più proficuo indagare la continuità-rottura beckettiana con Joyce, per non parlare del legame con la dissoluzione di alcuni personaggi di Cechov nella dissintonia del discorso, veri passaggi verso il non-teatro dell’ultimo Beckett dove la parola non gira attorno a se stessa come nei suoi presunti compagni di strada, ma mette continuamente in questione se stessa, il suo funzionare e il suo esserci. Fino a dimostrare come sostanzialmente non esista impasse che non permetta poi passi in avanti» (p. 8).

Superata allora la costruzione fittizia dell’ennesimo –ismo, il teatro di Beckett (ma, allo stesso modo, la sua narrativa e i suoi testi in poesia) si configurano come il passaggio fondamentale tra messa in crisi modernista dei paradigmi dell’Ottocento e creazione di un progetto di scrittura che si ponga al passo della decostruzione della soggettività che si incardina come momento centrale della letteratura del secondo Novecento. Non è un caso, peraltro, che, nel saggio di Montalto, venga individuato in Aspettando Godot il testo che rende lo scrittore irlandese l’autore teatrale più significativo della seconda parte del secolo scorso e lo trasforma in uno scrittore conosciuto e di larga fruizione da parte di un pubblico che in precedenza non lo conosceva affatto:

«Quando Aspettando Godot viene rappresentato per la prima volta il suo autore ha già cinquant’anni, ed è sostanzialmente sconosciuto. Da circa un quarto di secolo pubblicava cose – il saggio su Joyce e quello su Proust, due volumetti di poesie, una serie di racconti e il “romanzo comico” Murphy ma il tutto, dopo la guerra, non aveva quasi lasciato traccia. Nel 1947 pubblica la sua traduzione in francese di Murphy, ma in quattro anni vende novantacinque copie. Negli anni 1951-53 vede però la luce la trilogia Molloy, Malone muore e L’Innominabile e il suo nome inizia a girare un poco di più. Ma bisognava aspettare Godot, scritto per puro caso da un autore che si interessava poco al teatro e solo come terapia disintossicante durante la claustrofobia creazione della iperdensa trilogia romanzesca, perché il successo lo travolgesse inaspettato e ingestibile, tanto da fargli meritare il Nobel appena sedici anni dopo. La motivazione di tale premio, in questo raro caso meritatissimo e incapace di suscitare polemiche degne di rilievo, diceva giustamente: “Nel regno dell’annientamento, l’opera di Samuel Beckett si leva come un Miserere dell’umanità tutta, poiché la sua tonalità in sordina suona come una liberazione per gli oppressi e conforto per coloro che sono nel bisogno”» (p. 16).

Dopo il saggio introduttivo di Montalto, si entra in medias res con uno scritto (La voce, la polvere, l’osso, la pioggia, la nuvola. Elementi tematici emergenti nelle poesie di Samuel Beckett – pp. 19-33) dove si analizza principalmente la nozione di precipitato nella poesia di Beckett e le sue ragioni tematiche (Echo Bones and Other Precipitates era stato il titolo della prima raccolta di liriche dello scrittore irlandese pubblicata a Parigi per Europa Press nel 1935).

Norma Bouchard, invece, nel suo All’ombra di Joyce: Beckett saggista ipocrita? Per una riconsiderazione di Dante…Bruno, Vico… Joyce (pp. 34-43) individua in questo testo giovanile di “devozione joyciana” l’inizio del rapporto fecondo di Beckett con Dante, relazione “d’autore” che continuerà fino alla fine, anche nel periodo in cui vengono scritte le opere conclusive del suo percorso di scrittore, apparentemente fuori dall’orbita dantesca.

Marco Conti, in Beckett sulla spiaggia. Paesaggio e natura nella poesia di Samuel Beckett  (pp. 45- 60) esamina il rapporto tra personaggi e dimensione della natura sia in alcune opere narrative (come More Pricks Than Kicks o il romanzo Watt) che in alcune poesie in francese (soprattutto quelle intitolate Poèmes suivi de Mirlitonnades e pubblicate dalle Éditions de Minuit di Parigi nel 1978).

Lucia Esposito, già autrice di notevoli contributi sull’opera radiodrammatica di Beckett e sul radiodramma inglese del Novecento, espone nel suo Mnemo-tecnologie beckettiane. Krapp’s Last Tape, Embers, Rough for Radio II (pp. 61-85) una ricostruzione assai brillante del progetto di Beckett di disseminazione delle storie e dei loro personaggi:

«In questa moltiplicazione delle voci in campo è possibile ravvisare quel procedimento, pienamente attuato nella trilogia dei romanzi, attraverso il quale il personaggio, fuoriuscendo dal meccanismo dialogico dello pseudocouple e diventando entità monodica (ma non univoca), diventa anche protagonista di una polifonica drammatizzazione allucinatoria. Diventa cioè padrone e bersaglio di una serie di voci disincarnate e persecutorie – di cui appunto narra e da cui è narrato – che, pur essendo chiaramente interne alla sua testa, egli proietta all’esterno, rendendole altro da sé. In questo modo, il flusso memoriale diventa un procedimento a più voci: una composizione frammentaria che ha tutta l’aria di essere esattamente un re-membering, un rimettere insieme pezzi che appartengono a un puzzle psicoticamente smembrato» (p. 73).

Stanley E. Gontarski nel suo Re-inventing Beckett (pp. 86-106) ricostruisce il lungo e variegato percorso delle interpretazioni teatrali dei testi beckettiane e del suo rapporto con molti registi (d’avanguardia e non) della scena occidentale. Allo stesso modo, nel saggio di Sandro Montalto che segue (Beckett: il brulicante silenzio del bianco – pp. 107-124), vengono riprese alcuni dei temi già trattati nel suo volume dedicato a Beckett e Keaton: il comico e l’angoscia di esistere (Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2006) ed esamina i momenti in cui lo scrittore di Dublino si sente attratto dal silenzio, dal bianco, dalle forme assolute di opacità e di riduzione del tempo a spazio non riempito da esso. Il risultato è assai suggestivo dato che il “silenzio” beckettiano (già verificato e sondato dal saggio aurorale di Renato Oliva, Samuel Beckett: prima del silenzio, Milano, Mursia, 1967) risulta assai più “assordante” e qualificato letterariamente del confuso vociferare della scrittura a lui contemporanea e successiva. Laura Piccioni, in seguito, nel suo Passi e percorsi beckettiani (pp. 125-131) si sofferma sulla strategia degli steps e del camminare sintomatico così cara al Beckett radiofonico e così apparentemente in contraddizione con la battuta finale di Aspettando Godot: “Vladimiro. Andiamo. Estragone. Andiamo (non si muovono)”. Sempre alla radio e ai radiodrammi si rivolge Federico Platania in TeleradioBeckett (pp. 132-137) mostrando i rapporti esistenti tra poetica di Beckett e i media allora allo statu nascenti (soprattutto la televisione). Massimo Puliani e Alessandro Forlani discutono dell’ Impegno politico di Beckett (pp. 138-145) rievocando non solo il suo rigoroso e generoso coinvolgimento all’epoca del maquis durante la Seconda Guerra Mondiale (per cui fu insignito della Croix de Guerre il 30 marzo 1945) ma anche l’appoggio dato alla causa di Václàv Havel e dei diritti umani nella Cecoslovacchia del post-’68. In questa occasione, Beckett scrisse Catastrophe sulla parabola di un Regista che tormenta il Protagonista della sua opera teatrale in maniera esplicita e accanita e poi lo abbandona, spezzato e umiliato, all’applauso del pubblico (ma l’attore non si rassegnerà alla sconfitta e rialzerà sulla platea uno sguardo fiero e ancora indomato). Giuseppe Zuccarino, infine, in Tutta una vita. Gli oggetti in Beckett (pp.146-155) in cui il rapporto con la fragilità delle cose e il loro essere destinati alla corruzione e al disfacimento diventa cifra stilistica della verità inesitata dell’esistenza im-possibile (e insostenibile) degli esseri umani.

Una raccolta di saggi importante, dunque, questa curata da Montalto e che getta un fascio di luce radente sulla scrittura beckettiana e il suo mondo interiore, sui suoi temi, sui suoi luoghi topici, sulla sua poesia innervata in una concezione del mondo solo apparentemente perduta e nichilistica.


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