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Quella insana voglia bonapartista

Creato il 22 settembre 2012 da Zfrantziscu
L’articolo 114 della Costituzione italiana afferma che “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. Prima del 2001, quando con i suoi soli voti (4 in più) il centrosinistra approvò la riforma di questo e degli altri articoli del Titolo V, la Costituzione del 1948 affermava che “La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni”. La trasformazione non è da poco, visto che vi si riconosce, 53 anni dopo la approvazione della Carta italiana, “una posizione paritaria a tutti gli enti costitutivi della Repubblica” fino ad allora un quasi sinonimo di Stato. È una affermazione che irrita, e non poco, gli adoratori del centralismo bonapartista, fra i quali il costituzionalista Michele Ainis che oggi sul Corriere della sera si scandalizza perché così “lo Stato ha la stessa dignità del Comune di Roccadisotto” (fra l’altro inesistente) e parla di “sprezzo del ridicolo”.
È bene, credo, tener presente tutto questo (compreso il neo bonapartismo) oggi che gli scandalosi comportamenti di Grandi e Piccoli Inquilini di alcune amministrazioni regionali (Lazio, Molise, Lombardia, Sicilia, in primo luogo) stanno solleticando i pruriti giacobini e riaccentratori di alcuni maîtres à penser, dispensatori di odio anti autonomista dai media italiani. La loro proposta è semplice: abolire le Regioni additate al pubblico ludibrio non solo, giustamente, per gli sprechi e il malaffare, ma anche per i loro costi. Per ora si limitano a quelle ordinarie, ma già adocchiano le speciali, definite sempre da Ainis anacronistiche. Sia chiaro, il marciume che giorno per giorno si scopre oggi nel Lazio, ieri in altre regioni e domani forse in altre ancora, è intollerabile e non può certo essere certo estirpato solo con inchieste giudiziarie e neppure solo con dimissioni di presunti rei. Ci vuole – so che è una litania malinconica, ma va recitata – una rivoluzione culturale profonda. Ma le regioni non sono un bubbone da estirpare. Tanto meno lo sono quelle a Statuto speciale che non sono un grazioso dono del centralismo. Il sistema politico italiano ha tante pustole purulente da alimentare un moto di schifo generalizzato. Con due effetti, oltre ad un distacco dalla politica: il primo è quello della comoda scappatoia del “son tutti ladri”, il secondo è quello alquanto patetico del “Chi, io? Gli altri semmai”, accompagnato da un ruffiano battimani agli inquisitori. Sempre pronti, va da sé, a gridare alla persecuzione, quando l’applauso non salva da una indagine sgradita. Ma è il sistema politico dell’intera Repubblica a essere nelle peste, non solo quello regionale, comunale o provinciale. La corruzione nella sanità non è stata inventata dalle regioni, il giorno che ad essa è stata trasferita la relativa competenza. È una malattia di lunga data: chi ricorda lo scandalo degli anni Ottanta con protagonisti un ex ministro della sanità e un direttore del Servizio farmaceutico? La cosiddetta tangentopoli si occupò non tanto di assessori regionali o comunali, ma di fauna politica ai vertici dello Stato italiano. La magistratura – si disse – supplì alla incapacità della politica di riformarsi. Ma nessuno, di fronte a quello sconvolgimento epocale (altro che gli scandali “regionali” odierni!), propose di sciogliere lo Stato. La lobbie giacobina (ben radicata nei grandi quotidiani di diverso orientamento) si dà da fare, invece, per sciogliere le regioni come misura atta a moralizzare e ad abbattere la spesa pubblica. Se questa medicina davvero fosse buona per le regioni, perché non cominciare ad applicarla dallo Stato, questo Leviatano che è il luogo geometrico della corruzione, dello sperpero e della inefficienza? Una Repubblica fatta di comuni e di regioni non avrebbe forse più possibilità di essere rispettabile e più utile ai propri cittadini? Forse, neppure i capi della rivolta contro le regioni riuscirebbero ad ammetterlo: la loro non è una opera di contenimento della spesa e di moralizzazione della vita pubblica, o almeno non è quello l’aspetto principale. Quel che essi odorano nell’aria, credo sia un presentimento di crollo dello Stato nazionale, troppo grande e insieme troppo diversificato per reggere. Invece di prendere atto che l’unitarismo “nazionale” è una finzione, suggeriscono alla politica (troppo presa dalle proprie bipartisan magagne) di cancellare le diversità e di accentrare. Una tentazione che Mariano Rajoy, in Spagna, ha nei confronti della Catalogna, nazionalità della quale vorrebbe cancellare l’identità con i suoi costi. La prima risposta è stata una manifestazione indipendentista di quasi due milioni di persone. La seconda, secondo quanto si dice, potrebbe essere presto una campagna elettorale con al centro il tema dell’indipendenza. Certo, non esistono nelle regioni ordinarie (e a ben vedere neppure nelle speciali) realtà omologhe alla Catalogna. L’esperimento della Padania, se non fallito per la cupio dissolvi che ha messo in crisi la Lega Nord certo sembra molto ridimensionato. L’autonomismo meridionalista sconta la propria incapacità a farsi classe dirigente autonoma e la propensione a scimmiottare la politica cosiddetta nazionale. Ma non darei per scontato che ci sia un destino già scritto, se i tentativi di cancellazione delle regioni passassero dalla agitazione mediatica dei neo bonapartisti alla azione politica. Conto diverso è quello che ci riguarda non solo come regioni speciali, ma soprattutto come Sardegna. Tanto trambusto accentratore spero convinca anche i più tiepidi fra gli autonomisti del fatto che non c’è alcuna speranza nella dipendenza da questo Stato. Bisognerà riparlarne.

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