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Quello che il renzismo non dice (137) – Sulla fuga strategica di Renzi da Roma nel giorno della capitolazione di Ignazio Marino. E sui padrini Merkel e Hollande che ordinano che l’Italia “non venga lasciata sola”.

Creato il 08 ottobre 2015 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali
papdi Rina Brundu. Passata finalmente la disastrosa bufera mariniana l’unico dubbio amletico che resta è: come è possibile che una grande città come Roma debba aspettare fino a primavera per avere un nuovo sindaco e una nuova amministrazione? Misteri d’Italia. Fortuna però che nel nostro paese date “certezze”non vengono mai meno. Di fatto, puntuale come un orologio svizzero, mentre il suo sindaco Marino è sotto assedio in Campidoglio, Matteo Renzi fugge da Roma e guarda l’imbarazzante “spettacolo” a distanza di “sicurezza”, mentre impegnato a visitare un’altra eccellenza italiana: non sia mai che un matematico incauto possa azzardare l’equazione inazzardabile, ovvero esperienza politica fallimentare mariniana = emblema del renzismo più vero.

Ma per un Matteo Renzi yuppie e rampante, impegnato a fare ciò che gli riesce meglio, c’é un’altra Italia che può trovare in questo atto-dovuto dell’ex sindaco di Roma, motivo di grande soddisfazione. Vero è infatti che Ignazio Marino ha infine servito ai cittadini romani (e questo è il suo solo merito), la possibilità di un radicale cambiamento, la possibilità di scaricarsi di dosso per sempre il tanfo della corruzione, del malaffare, delle nefaste e usate pratiche politiche, del ghepardismo imperante. E dai romani ci si aspetta che raccolgano questa sfida e la vincano, aprano la strada ad un mutamento sostanziale su scala nazionale.

Chissà insomma che questo “grande” passo di un sindaco oggettivamente troppo “piccolo” per governare una città complessa come la capitale d’Italia, già capitale del mondo, non possa trasformarsi nel classico sassolino che porterà seco la “valanga” di cui questo paese ha bisogno per rinascere e ricominciare. Ricominciare ad essere una nazione normale. Per esempio, una nazione governata da un premier che ha finanche il coraggio e la credibilità per dire ai “padrini” Merkel e Hollande di smetterla (l’ultima volta è accaduto proprio ieri), di ribadire che “l’Italia e la Grecia non possono essere lasciate solo ad occuparsi di migranti”. Di smetterla dunque con gli atteggiamenti patronizing, sovente figli del loro tubare insieme, alla stregua di inseparabili pappagallini piperniani, dall’alto di questo o quell’altro pulpito istituzionale europeo.

Sì, si tratterebbe davvero di un cambiamento salutare e un’occasione unica per tornare a dirci orgogliosi di essere italiani.


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